Porte aperte alla “cultura dello stupro”


La vergognosa sentenza della Corte di Appello di Torino, con il riferimento alla porta socchiusa del bagno come “invito ad osare”  alimenta quella “cultura dello stupro” che criminalizza la donna, avallando l’idea che in qualche modo “se l’è cercata”…

Lo abbiamo scritto e sottolineato più volte, le peggiori nemiche delle donne sono le donne stesse. Per questo non stupisce affatto che a firmare l’ennesima vergognosa sentenza di assoluzione in un caso di presunto stupro sia stata una donna, la presidente della Corte di appello di Torino Piera Caprioglio, coadiuvata dai due consiglieri Giacomo Marson e Marco Lombardo. Qualche mese fa a Benevento era stata una pm ad archiviare la denuncia di maltrattamenti e abusi sessuali presentata da una donna nei confronti dell’ex marito, affermando il “sacro” diritto dell’uomo di pretendere prestazioni sessuali dalla moglie e catalogando come “normali” forme di pressione quelle che in realtà sembrerebbero delle gravi minacce, come un coltello puntato sulla gola della donna (vedi articolo “Cronache dal Medioevo: il sacro diritto dell’uomo di pretendere prestazioni sessuali dalla moglie”).

In quello stesso periodo finiva al centro dell’attenzione la cervellotica campagna dell’assessora alle pari opportunità del Comune di San Benedetto, Antonella Baiocchi, con la sua panchina oltre il genere (in patetico contrasto con le panchine rosse simbolo della violenza sulle donne), che di fatto sminuiva la piaga dei “femminicidi”, mentre dagli schermi televisivi rimbalzavano le agghiaccianti affermazioni di Barbara Palombelli. Che, in un farneticante monologo, commentando i ripetuti episodi di violenza nei confronti delle donne che erano accaduti in quei giorni affermava che “a volte è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte?(vedi articolo “Violenze e femminicidi, quando le peggiori nemiche delle donne sono le donne stesse”).

Il solito clichè tristemente noto che mira in qualche modo a trasformare la vittima (la donna) in corresponsabile di quanto avvenuto, ancora più grave e allucinante perché in quel caso a riproporlo è una donna stessa. Una riedizione del famoso “se l’è cercata” così tristemente in voga nella maggior parte dei casi di violenza sessuale, con le sue differenti sfaccettature. Il problema è che questo inaccettabile clichè negli anni è stato “istituzionalizzato” in vergognose e inaccettabili sentenze assolutorie. A partire dalla famosa sentenza con la quale il giudice ha negato lo stupro perché la vittima indossava i jeans, proseguendo per quella in cui si stabiliva che non c’era stato stupro perché chi l’aveva denunciato aveva ripetutamente detto di no ma poi nel momento della violenza non aveva urlato.

Abbiamo già citato la vicenda di Benevento, con il “sacro” diritto dell’uomo di pretendere prestazioni sessuali dalla moglie. Ancora più sconcertante la sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di appello in merito ai fatti accaduti a Fortezza da Basso, quando una ragazza di 22 anni aveva denunciato di essere stata stuprata da un gruppo di 7 ragazzi tra i 20 e i 25 anni. In primo grado 6 di loro furono condannati per violenza sessuale aggravata ma poi in appello era arrivata l’assoluzione, motivata dal fatto che la ragazza nell’occasione indossava biancheria intima troppo sexy per rendere credibile la denuncia. Evidentemente per il giudice una ragazza che indossa perizoma o intimo sexy chiaramente è una “poco di buono”, altro discorso se avesse indossato i mutandoni della nonna…

Amara ironia a parte è opportuno ricordare come più volte, compreso il caso di Fortezza da Basso, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato il nostro Paese per sentenze influenzate da “pregiudizi maschilisti tipici della società italiana”. Ed esattamente di “pregiudizi maschilistici” si può legittimamente parlare per l’ultimo sconcertante caso che riguarda una vicenda accaduta ad Acqui poco più di 3 anni fa, con una ragazza poco più che ventenne che aveva denunciato per stupro un ragazzo di 25 anni.

Questa volta a far cancellare la condanna (a 2 anni e mezzo) inflitta in primo grado è stata la porta socchiusa del bagno che, secondo la Corte di appello, avrebbe dato “delle speranze” al ragazzo stesso. Certo, in precedenza la ragazza aveva espressamente detto al ragazzo stesso, che aveva manifestato la propria attrazione per lei, di non essere in alcun modo interessata a nulla più che ad un rapporto di amicizia. Ma si sa, nel peggiore immaginario maschile, quando una donna dice di no in realtà finge, vorrebbe ma deve fare la parte di quella che non ci sta e sta al “maschio”, di conseguenza, prendere ugualmente l’iniziativa.

La vicenda in questione risale al maggio del 2019 quando i due ragazzi, che si conoscevano da tempo, si incontrano in centro e vanno al cinema. Dove tra i due ci scappa anche un bacio, con la ragazza che a quel punto spiega al ragazzo di non essere interessata a null’altro che un rapporto di amicizia. Dopo il cinema i due ragazzi vanno al bar dove consumano diversi aperitivi. La ragazza è un po’ “brilla” e ad un certo punto chiede al ragazzo di mostrarle dove fosse il bagno, visto che lui conosceva bene l’interno del cortile della palazzina perché in passato aveva lavorato in quel palazzo. La ragazza va quindi in bagno e, come accade spesso in queste circostanze, lascia la porta socchiusa e alla fine gli chiede di porgerle dei fazzoletti, visto che il bagno ne è completamente sprovvisto. Solo che il ragazzo in quel momento entra, la gira di spalle con forza, tanto da romperle la cerniera dei pantaloni, e la violenta. Subito dopo la ragazza ha un attacco di panico e vomita.

Secondo la Corte di appello, però, il ragazzo va assolto perché la ragazza “si trattenne nel bagno, senza chiudere la porta, così da far insorgere in lui l’idea che questa fosse l’occasione propizia che gli stava offrendo”. E, naturalmente, per la Corte non conta nulla che la ragazza poco prima aveva espressamente detto che non voleva avere con lui alcun rapporto sessuale. Così come non conta nulla che poi la ragazza ha urlato e successivamente ha anche vomitato. La porta socchiusa del bagno cancella e rende secondario qualsiasi cosa, anche la cerniera dei pantaloni rotta. Perchè i giudici ci tengono a far sapere che “l’uomo non ha negato di aver aperto i pantaloni della giovane (chissà perché, però, i giudici non si sono chiesti per quale ragione la ragazza, se consenziente, non avrebbe aperto i pantaloni da sola…), ragione per cui nulla può escludere che sull’esaltazione del momento la cerniera, di modesta qualità, si sia deteriorata sotto forzatura”.

Magari con un guizzo di fantasia in più i giudici avrebbero potuto aggiungere che anche la cerniera di “modesta qualità” in fondo era un segnale chiaro… Per chiudere il cerchio, però, la Corte sottolinea come agli zii intervenuti per soccorrere la ragazza, il presunto stupratore era parso “gentile”. “Trattasi di atteggiamento molto lontano da quello dello stupratore” concludono quindi i giudici che, evidentemente, nel corso della loro lunga carriera avranno avuto a che fare con stupratori “animaleschi”, che pure dopo aver commesso lo stupro e in presenza dei soccoritori sono soliti continuare ad importunare la vittima…

E’ solo la punta dell’iceberg – commenta amaramente Marianna Grazi su “Luce”, il portale dedicato all’inclusione, alle diversità e alle pari opportunità  – in un mare magnum di vicende simili di vittimizzazione secondaria, di colpevolizzazione della stuprata. E’ colpa sua. E’ colpa nostra. Di tutte noi che crediamo di essere libere e non lo siamo, che crediamo di poter uscire di notte e non possiamo, di vestirci come ci pare e non ci è concesso. Di amare e godere del sesso consensuale, anche occasionale, ma non ci è permesso. Perché? Perché altrimenti se veniamo stuprate ce la siamo cercata. Il pregiudizio, la cultura maschilista e paternalista vincono sul giudizio obiettivo dei fatti. Ancora. La sentenza di Torino è pericolosissima perché impaurisce le donne, già preoccupate di essere colpevolizzate per la violenza subita. Così facendo si spingono le vittime a chiedersi: “E’ stata colpa mia?”. Domanda chiave, che denuncia la presenza ben radicata in Italia della cosiddetta cultura dello stupro. Che criminalizza le donne per come si vestono e come si comportano, giustificando atti di violenza, di abuso contro di loro come indotti, provocati per qualcosa che hanno fatto o detto (o non detto)”.

E proprio di questo, purtroppo, si alimenta e si rafforza la “cultura dello stupro”, quella mentalità così fortemente diffusa che avvalla l’idea che la donna in qualche modo se la sia cercata. In questo caso perché non ha chiuso a chiave la porta, un chiaro segnale che quella distorta mentalità legge come un invito ad osare. Al quale l’uomo, come una sorta di bestia che non sa e non può resistere agli “istinti della carne”, non può sottrarsi senza una chiara negazione del consenso dall’altra parte. Ma, come in fondo dimostra questa vicenda, anche quando questa in realtà c’è. Al di là dello sconcerto, dell’indignazione e della rabbia, le sentenze come quella di Torino lasciano in eredità un drammatico interrogativo: ma allora, che senso ha continuare a denunciare?

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