Missione compiuta, Meloni e il centrodestra “ringraziano” gli elettori e… Letta e Conte


Tutto o quasi come previsto alle elezioni politiche, vince il centrodestra che ha i numeri per governare ma non per cambiare da solo la Costituzione, trionfa Giorgia Meloni. Che, però, devono ringraziare la “dabbenaggine” politica di Enrico Letta e Giuseppe Conte

E’ andato quasi tutto come previsto. Trionfa Fratelli d’Italia, il centrodestra ha ampiamente i numeri per governare ma è lontanissimo dai due terzi dei seggi, crolla la Lega, regge Forza Italia (che alla fine è determinante per il governo), sotto le aspettative il Pd, sopra il Movimento 5 Stelle, non sfondano Renzi e Calenda. Prima di qualsiasi considerazione sulle elezioni politiche una doverosa e fondamentale premessa. In democrazia chi vince le elezioni e ha la maggioranza in Parlamento è pienamente legittimato a governare.

Quindi tutte le riflessioni politiche che seguiranno (in particolare sulla legge elettorale e sull’affluenza) non intaccano in alcun modo quello che è un indiscutibile punto fermo: il centrodestra e, soprattutto, Fratelli d’Italia hanno vinto le elezioni e hanno tutto il diritto di governare il paese per i prossimi 5 anni (ovviamente se ne saranno capaci). Fatta questa necessaria premessa, partiamo da qualche numero. Il più significativo ed emblematico è quello relativo all’affluenza, la più bassa della storia della nostra Repubblica. Nel 2018, quando votarono alle politiche il 73% degli aventi diritto, si disse che quel dato era un chiaro segnale della profonda crisi del nostro sistema politica.

Domenica l’affluenza è ulteriormente scesa di quasi il 10%, a dimostrazione che il sistema politico italiano è ormai moribondo. Più di un terzo degli italiani non solo non si sente rappresentato da nessun schieramento e da nessun partiti ma ritiene che votare sia del tutto inutile. Ovviamente speriamo di sbagliare, ma la sensazione è che i numeri del passato (quando alle politiche si superava ampiamente la soglia dell’80% dei votanti) anche in futuro non saranno in alcun modo ripetibili. Facendo un semplice calcolo matematico, considerando che hanno votato meno del 64% degli aventi diritto e che il centrodestra è intorno al 43-44%, chi governerà i prossimi 5 anni rappresenta circa il 30% degli italiani.

Come detto nulla cambia sulla legittimazione a governare, sarebbero invece folli e del tutto inopportune altre tentazioni più o meno manifestate nel corso della campagna elettorale. Parliamo, in particolare, di un’ipotetica pressione su Mattarella per “spingerlo” alle dimissioni, per poter eleggere un Presidente della Repubblica più espressione della destra, e soprattutto di un’eventuale riforma della Costituzione (che, per altro, con i numeri attuali dei seggi si allontana decisamente). Attribuiti i giusti meriti a Giorgia Meloni che, piaccia o no, in 5 anni ha portato il suo partito da poco meno del 5% ad oltre il 25%, è del tutto evidente che lo scenario che viene fuori dalle elezioni politiche è stato determinato principalmente da due fattori: la legge elettorale e la “dabbenaggine” politica dei due principali partiti di quella che ora sarà l’opposizione (Pd e M5S). Lo abbiamo più volte sottolineato, l’attuale legge elettorale (il “Rosatelllum”) è a dir poco demenziale, lo hanno più o meno ammesso tutti gli attori politici (a parte il suo ideatore, Rosato…).

Già dopo le elezioni del 2018 (le prime con questo sistema elettorale) si era detto che cambiare la legge elettorale era una priorità. C’è da sperare (ma non siamo per nulla ottimisti) che il nuovo Parlamento, possibilmente con una larga maggioranza, provveda a cambiarla. E’, però, ridicolo e surreale che nel post voto proprio numerosi esponenti di Pd e M5S abbiano ripetutamente sottolineato l’inadeguatezza della legge elettorale. Hanno governato insieme per quasi due anni, avevano tutto il tempo per cambiarla, per pensare ad una nuova e differente legge elettorale.

Non l’hanno fatto (in realtà il Pd quasi ad inizio legislatura aveva presentato una proposta di legge per una nuova legge elettorale, senza però impegnarsi realmente per farlo concretamente, mentre il M5S lo ha fatto praticamente solo a fine legislatura, solo per crearsi un alibi) e nel post voto avrebbero dovuto avere la decenza di non fare alcun riferimento in proposito. Per altro l’ulteriore aggravante per entrambi i partiti è che, una volta mantenuto in vigore il demenziale “Rosatellum”, era del tutto ovvio che a quel punto l’unica strada da seguire, in un sistema elettorale che, in buona parte, assegna seggi in collegi uninominali, era quella di presentarsi in coalizione. Molto si è detto in queste settimane sull’ipotetica distanza tra Pd e M5S, sulle sostanziali differenze programmatiche.

La realtà è molto più semplice, alla base del mancato accordo c’è principalmente la “dabbenaggine” politica dei due partiti e, in particolare, dei due leader, Enrico Letta e Giuseppe Conte. Ora tra i due indiscutibilmente è il primo ad uscire peggio dalle elezioni, nonostante dal punto di vista numerico dovrebbe essere il contrario. Perché per settimane addirittura il Pd ha sognato di poter contendere il primato di partito più votato a FdI e, invece, alla fine non ha raggiunto neppure la soglia del 20%, guadagnando solo qualcosina rispetto alla disastrosa performance del 2018 (quando ancora Renzi non aveva fatto la scissione).

Di contro il M5S, che ha più che dimezzato i suoi voti rispetto alle politiche precedenti e ha perso decisamente anche rispetto alle europee del 2019 (quando si parlò di tracollo grillino), può giudicare meno negativamente il 15% ottenuto solo perché le previsioni ad inizio campagna elettorale erano ben più pessimistiche, visto che si ipotizzava non più del 12-13%. Ironia della sorte, pur avendo meno anni di militanza politica alle spalle rispetto al segretario del Pd, nel corso della campagna elettorale Conte si è dimostrato molto più scaltro e più abile di Letta.

Perché, dando per scontata e inevitabile la vittoria del centrodestra, ha concentrato tutti i suoi sforzi ad accreditare il M5S come unica forza progressista, con una campagna elettorale molto aggressiva contro il Pd stesso, con la chiara intenzione di conquistare qualche voto in più proprio in quell’area. Senza addentrarci in improbabili analisi dei cosiddetti flussi elettorali, a giudicare dai risultati in qualche modo sembra esserci riuscito. Al di là di queste considerazioni che sono più valide per i propri schieramenti interni, la sostanza è che comunque se da oggi (ufficialmente da fine ottobre) il centrodestra potrà governare è soprattutto “merito” di Letta e Conte che, dopo aver governato insieme per oltre 2 anni, proprio nel momento in cui dovevano proseguire su quella strada si sono comportati come due bambini “viziati” e capricciosi.

Abbiamo già ampiamente sottolineato come sia del tutto evidente, e solo i rispettivi ultras possono non rendersene conto, che entrambi hanno evidenti responsabilità nella rottura (vedi articolo “Conte e Letta in versione Tafazzi, la Meloni e il centrodestra ringraziano”). Senza dilungarci ulteriormente, da una parte Conte ha sbagliato tempi e modi nella rottura con il governo Draghi, dall’altra Letta ha reagito in maniera isterica, di fatto precludendo qualsiasi possibilità di ricomposizione (completando poi l’opera con lo “scellerato” tentativo di accordo elettorale con Calenda che ha dato il “colpo di grazia” alle già scarse possibilità di ricomposizione).

Sperando che siano solo gli strascichi di questa folle campagna elettorale, le prime dichiarazioni post voto delle due parti sono semplicemente disarmanti. Semplicemente ridicola Debora Serracchiani che afferma che è un giorno triste per il Paese, prefigurando chissà quali sventure e sciagure con il governo del centrodestra. Se davvero il Pd era convinto del grave rischio per il nostro Paese doveva comportarsi di conseguenza prima, non ripeterlo ora a “giochi fatti”. Surreale, come se vivesse in un mondo virtuale completamente avulso dalla realtà, Conte che ha sostenuto che il M5S sarà concentrato per realizzare il programma elettorale.

Qualcuno dovrebbe avvisarlo che, con una quarantina di deputati e una ventina di senatori, il M5S (così come il Pd che ne ha alcuni in più) è assolutamente irrilevante nel nuovo Parlamento e non ha neppure una minima possibilità di realizzare anche solo una parte del proprio programma. E’ il centrodestra che comanda e che, con l’ampia maggioranza di cui dispone, stabilirà i temi da portare avanti e i provvedimenti da approvare. In concreto significa che non dipende più dal M5S nulla, compreso il mantenimento del M5S e tutti le tematiche sociali sbandierate in queste ultime settimane.

Purtroppo è tradizione consolidata ormai da troppi anni nel nostro Paese che la propaganda conta più dei fatti reali. Invece da un punto di vista politico dovrebbero contare e si dovrebbero valutare i risultati concreti. Che, in questo caso, evidenziano in maniera inequivocabile come il M5S aveva forse qualche possibilità di ottenere risultati sulle tematiche a lui tanto care (come il reddito di cittadinanza, la lotta alle disuguaglianze, il salario minimo, le battaglie per i diritti civili, ecc.) con il governo Draghi e in coalizione con il centrosinistra, mentre ora non ne ha nessuna. Politicamente un capolavoro.

Per il resto le elezioni hanno messo la parola fine all’esperienza politica all’insegna del più becero complottismo di Gianluigi Paragone, mentre la sinistra più estrema di fatto non esiste più (almeno in termini elettorali), giustamente punita per le sue posizioni che la fanno sempre più assomigliare all’estrema destra e per aver puntato su personaggi impresentabili come Rizzo o che non hanno nulla a che fare con la sinistra stessa come De Magistris. Detto di Renzi e Calenda che restano a galla ma al momento sono irrilevanti, il grande sconfitto di queste elezioni è indiscutibilmente Matteo Salvini, che ha riportato la Lega ai livelli pre 2018, probabilmente al tramonto politico.

Chi invece sembra non tramontare mai è Silvio Berlusconi che tiene a galla Forza Italia e che, piaccia o no, sarà comunque determinante per il prossimo governo. Nel senso che senza i suoi voti non ci sarà nessun esecutivo

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