Non c’è più religione…


Mentre ad Ascoli domenica prossima è in programma l’ultima messa del dimissionario D’Ercole, il controverso vescovo del capoluogo piceno, a Macerata suscitano indignazioni le imbarazzanti affermazioni di don Leonesi, condivise anche dal vescovo Marconi

Chissà come avrà reagito il “dimissionario” vescovo di Ascoli Giovanni D’Ercole all’affermazione su aborto e pedofilia (con “chicca” finale sulla sottomissione della moglie al marito) del vicario del vescovo di Macerata, don Andrea Leonesi, che hanno provocato un’autentica bufera. Non tanto per l’imbarazzante contenuto di quelle parole (che ci riportano d’incanto al Medioevo), quanto per il fatto che quelle dichiarazioni hanno distolto attenzione e riflettori dalla sua uscita di scena da consumata star. Di sicuro, conoscendo la sua attrazione per le luci della ribalta, non avrà apprezzato. Non si parlava d’altro fino alla “delirante” omelia di don Leonesi.

Guardate, fratelli, possiamo dire tutto ma l’aborto è il più grave degli scempi. Mi verrebbe da dire una cosa ma poi scandalizzo mezzo mondo. È più grave un aborto o un atto di pedofilia? Scusate, il problema di fondo è che siamo così impastati in una determinata mentalità...” ha detto il vicario del vescovo, elogiando poi la Polonia per la legge contro l’aborto che ha recentemente approvato e ricordando come “il sacramento del matrimonio cristiano prevede la sottomissione della moglie al marito”.

Chissà, magari qualcuno dei fedeli presenti avrà pensato di vivere qualcosa di simile a quanto raccontato da Benigni e Troisi nel film “Non ci resta che piangere”, quando i due protagonisti all’improvviso si ritrovano nel Medioevo. Invece qui non siamo, come in quel film, nella Firenze del 1492, siamo a Macerata, nell’anno di grazia 2020. A rendere più sconfortante una vicenda semplicemente deprimente è il fatto che quelli non sono “deliri” di un singolo parroco che sproloquia ma, incredibilmente, sono concetti che vengono condivisi senza esitazioni anche dal vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi. Che ha elogiato don Leonesi, invitando chi lo critica a “studiare meglio il Medioevo”.

Cosa che dovrebbe essere sin troppo semplice per i maceratesi che, a giudicare dalle esternazioni dei due prelati, praticamente ci vivono in quell’epoca storica. Battute a parte, sarebbe sin troppo facile fare ironia su quelle parole, spiegando perché per la Chiesa (o almeno una parte di essa) la pedofilia è molto meno grave dell’aborto. C’è davvero poco da aggiungere, quelle affermazioni sono talmente imbarazzanti (anche la rivendicazione della sottomissione della moglie al marito) che non c’è neppure bisogno di commentare ulteriormente.

Naturalmente, non ci sarebbe neppure il bisogno di sottolinearlo, nessuno nega alla Chiesa, a don Leonisi e al vescovo di Macerata di schierarsi contro l’aborto, ci mancherebbe altro. Ma ci sono modi e modi per farlo e, soprattutto, sarebbe auspicabile lo stesso vigore e la stessa determinazione nell’affrontare quella che dovrebbe essere considerata un’autentica piaga, la pedofilia. Per non parlare di quel surreale riferimento alla sottomissione della moglie al marito, un delirio ingiustificabile e molto pericoloso (non bisogna essere dei fini pensatori per comprendere che, in nome di un simile concetto, si può arrivare a giustificare ogni genere di “oscenità”). Poi ci si chiede perché la Chiesa continua a perdere fedeli e, soprattutto, perché sempre meno giovani si avvicinano alla Chiesa stessa…

Come se non fosse già sufficiente la sconcertante omelia di don Leonisi (e lo sconfortante avvallo del vescovo di Macerata), a creare ancora più subbuglio nella comunità cattolica marchigiana è arrivato il filmato trasmesso domenica sera da Giletti sul caso di Christian Del Vecchio, il cosiddetto “santone dell’olio miracoloso” e fondatore di “Amarlis”, e proprio il vescovo D’Ercole che aveva condotto un’indagine su di lui, conclusasi con un “nulla osta”. Non ci piace e non è nostra abitudine rincorrere voci e supposizioni, in qualsiasi vicenda, in qualsiasi controversia il nostro unico punto di riferimento sono i fatti, accertati e accertabili, non le supposizioni. Quindi non prendiamo in alcun modo in considerazione né le tesi di chi sostiene che le improvvise dimissioni di D’Ercole siano legate a questo caso o al caso di don Bastoni, ma neppure quelle (semplicemente risibili) di chi sostiene che il vescovo ascolano sia stato costretto a farsi da parte dopo l’attacco tutto politico fatto nei confronti del premier Conte e del governo nel corso della prima ondata della pandemia.

Supposizioni che francamente lasciano il tempo che trovano, anche se un dato significativo da tutto ciò emerge con chiarezza. Cioè il fatto che né i suoi detrattori né i suoi sostenitori credono all’ipotesi di dimissioni volontarie e spontanee, dettate esclusivamente da motivi di fede. D’altra parte, però, durante tutto il suo percorso, prima a L’Aquila poi ad Ascoli, troppo spesso ha dato l’impressione di essere quasi un vescovo per caso, con comportamenti che, di volta in volta, lo hanno fatto assomigliare più ad un imprenditore scaltro e molto astuto prima o ad un politico “capo popolo” poi, piuttosto che ad un prelato.

La volontà di gestire appalti milionari legati alla ricostruzione dopo il terremoto a L’Aquila (per quanto riguardava le chiese distrutte o da restaurare), le vicende legate ai suoi rapporto con Marra a Roma di certo sono più consone a chi vive e prospera nel mondo degli affari piuttosto che a chi dovrebbe preoccuparsi delle anime dei suoi fedeli. Per altro quelle vicende gli hanno procurato non pochi problemi, visto che addirittura a L’Aquila era stato iscritto nel registro degli indagati, mentre per le vicende “romane” era finito al centro di un vero e proprio polverone mediatico. E’ giusto sottolineare (lo abbiamo già fatto anche in passato, vedi articolo “Marra, Raggi, Travagllio, mons. D’Ercole: tanto rumore per nulla”) che da un punto di vista giudiziario da quelle vicende il vescovo di Ascoli è comunque uscito a testa alta.

Ma le perplessità sull’opportunità, visto la sua carica, di determinati comportamenti resta. Per certi versi peggiore, però, è stato il suo comportamento nella primavera scorsa, quando, in contrasto con la posizione più volte espressa da papa Francesco e dalla Chiesa (almeno nella sua maggioranza), ha indossato le vesti del capo popolo per lanciarsi in un’imbarazzante filippica contro le restrizioni imposte dal governo Conte, parlando (lui per primo) di dittatura. In quel preciso momento, vista la situazione italiana, neppure Salvini aveva osato spingersi così tanto oltre, non a caso la sua sconcertante sortita gli è valsa l’apprezzamento convinto della destra cittadina (almeno di parte di essa), pur se molti tra i suoi fedeli non hanno certo apprezzato.

Per altro, nella furia da capo popolo, in quella occasione D’Ercole si è lanciato in un proclama (“la chiesa non è luogo di contagio”) assolutamente fuorviante e clamorosamente irrispettoso nei confronti di parroci e fedeli deceduti anche a causa del contagio avvenuto in chiesa (all’epoca “Avvenire” aveva stimato che i preti morti per il coronavirus, a fine marzo, fossero più di 50). Semplicemente imbarazzante. In tutti questi anni di permanenza ad Ascoli solo in un’occasione D’Ercole si è mostrato in quello che dovrebbe essere il suo reale ruolo, pastore della comunità cattolica del nostro territorio. Parliamo del tragico periodo del terremoto del 2016 quando, è giusto dargliene atto, il vescovo ascolano è stato tra i primi, dopo la terribile scossa del 24 agosto, a recarsi ad Arquata e Pescara del Tronto non solo per prestare supporto ma anche per portare un concreto aiuto.

In quei frangenti tutti o quasi lo hanno riconosciuto come vera guida spirituale del territorio piceno, cosa che francamente in troppe altre circostanze non è capitato. Domenica prossima, per il momento alle 18, celebrerà al Duomo la sua ultima messa da vescovo di Ascoli, sperando che almeno in questa circostanza, vista la situazione drammatica che sta vivendo il nostro territorio, le precauzioni e la tutela della salute prevalgano su ogni altra considerazione. Poi le strade di D’Ercole e della comunità cattolica ascolana si divideranno per sempre. Di certo non lo rimpiangeremo…

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