L’autogol del vescovo di Ascoli


Incurante degli appelli dell’Oms e di tutti gli scienziati e gli esperti mons. D’Ercole vorrebbe aprire le chiese per Pasqua e critica  la scelta di tenerle chiuse (“solo per evitare attacchi e strumentalizzazioni”). Ma anche il presidente della Cei Bassetti prende le distanze

Salvini, dall’alto della sua ignoranza (intesa come mancanza di conoscenza), è comprensibile che non abbia la più pallida idea di cosa sia la Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Il vescovo di Ascoli mons. Giovanni D’Ercole, invece, siamo certi che sa di cosa stiamo parlando (e se non lo sapesse sarebbe decisamente grave). Per questo dovrebbe essere abbastanza sconcertante che un uomo della Chiesa come lui (o come dovrebbe essere lui…) preferisca seguire il leader del Carroccio piuttosto che uno dei dicasteri più importanti della Chiesa stessa (una delle 9 Congregazioni della Curia romana, quella che ha competenza su tutto quello che riguarda la liturgia).

Il condizionale, però, è d’obbligo perché, quando si parla di mons. D’Ercole, è riduttivo limitarsi a definirlo un “uomo di Chiesa”, anzi in determinate situazioni, se non fosse per l’abito talare, si farebbe persino fatica a pensare che possa essere un vescovo piuttosto che un manager, un imprenditore o anche un esponente politico. Così, mentre la Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti chiude alla partecipazione dei fedeli alle celebrazioni per la Pasqua (vedi articolo “Habemus papam”), il vescovo d’Ascoli si schiera con Matteo Salvini e contesta duramente questa scelta, chiedendo di riaprire le chiese.

E lo fa usando toni forti e parole per certi versi a dir poco sconcertanti che inevitabilmente provocano imbarazzo e anche una certa irritazione. Perché in un momento probabilmente cruciale per il nostro paese, con tutti gli esperti e gli organismi scientifici che lanciano appelli in continuazione per evitare un allentamento dell’attenzione che potrebbe essere fatale in termini di contagi e vite umane, D’Ercole fa proclami che vanno esattamente nel senso opposto, che possono risultare pesantemente deleteri, anche e soprattutto perché vengono da un vescovo che sicuramente ha un determinato seguito tra i propri fedeli.

Tra l’altro, anche se può sembrare paradossale, per certi versi è addirittura più comprensibile che certe imbarazzanti affermazioni le faccia Salvini, visto che il leader della Lega ha sempre messo al primo posto la propaganda, quindi sarebbe pronto a far di tutto per conquistare un voto o qualche “like” in più (ma questa volta deve aver fatto male i conti, visto che secondo tutti i rilevamenti oltre l’80% degli italiani non condivide la sua “sparata”). Il vescovo D’Ercole, invece, non ha (o quanto meno non dovrebbe avere) mire propagandistiche e quindi la sua inopportuna “sparata” è ancor più incomprensibile e assolutamente fuori luogo.

Qualcuno ironicamente ha sottolineato che, come tutte le star, ha bisogno del pubblico per esibirsi. Ironia a parte, però, le sue parole sono davvero inqualificabili perché sembrano pronunciate da qualcuno capitato per caso nel nostro Paese e che, di conseguenza, non è per nulla consapevole del dramma che si sta vivendo, delle migliaia e migliaia di vite che sta costando questa tragica emergenza.

Per me si potevano, sia pure con accorgimenti, aprire le chiese – ha dichiarato mons. D’Ercole in un’intervista pubblicata dal sito web “La Fede Quotidiana” – lo dico chiaramente che io non condivido questa scelta. Noi vescovi l’abbiamo accettata solo per senso di responsabilità, ci è stata imposta tanto che la Cei ha parlato di amarezza. Oggi non bisogna polemizzare, non è il momento, ma dopo bisognerà parlare. Credo che si sia arrivati a questo solo per evitare attacchi e strumentalizzazioni. Sa come ci avrebbero criminalizzati se ci fosse stato qualche contagio, come se questi dipendessero dalle messe”.

Quindi, senza considerare cosa significherebbe in termini di ordine pubblico aprire anche solo per le messe di Pasqua, secondo D’Ercole le chiese sarebbero immuni al rischio contagio. Peccato per lui, però, che si potrebbero citare innumerevoli casi in Italia e all’estero (Camposampiero, Lerdara, Rendine, Neuchatal, ecc.)  che dimostrano esattamente il contrario. Come se non bastasse, il vescovo ascolano ha poi aggiunto: “Lo ripeto, non polemizzo (e per fortuna…), ma che io non debba celebrare col popolo non lo accetto, sarò libero, vero? Non entro nelle cose della politica ma Salvini ha detto un concetto condivisibile. Trovo sconcertante e mi preoccupa molto che tanti cattolici lo abbiano attaccato”.

Sarebbero tante le cose da dire in proposito, senza dilungarci troppo ci preme sottolineare come, per fortuna, quella di mons. D’Ercole è una posizione assolutamente isolata nel mondo della Chiesa (che invece sta mostrando ben altra sensibilità). E, soprattutto, che, a differenza di quanto afferma il vescovo ascolano, la Cei ha pienamente accolto e condiviso la necessità di determinate restrizioni.

Già ad inizio emergenza, il 12 marzo scorso, il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, in una nota aveva sottolineato come “la decisione di chiudere le chiese è assunta per senso di responsabilità, non perché lo Stato ce lo imponga, ma per senso di appartenenza alla famiglia umana, esposta ad un virus di cui ancora non conosciamo la natura né la propagazione”.

Lo stesso cardinal Bassetti, dopo la “sparata” di Salvini, in un’intervista al “Corriere della Sera” ribadiva che “è tempo di responsabilità e si vedrà chi ne è capace. E’ un nostro dovere il rispetto verso quanti, nell’emergenza, sono in prima linea e, con grande rischio per la loro sicurezza, curano gli ammalati e non fanno mancare tutto ciò che è prima necessità. E’ la prima volta che la Settimana Santa viene celebrata in questo modo, senza concorso dei fedeli. Ma ciò non significa rinunciare a vivere appieno questi giorni, d’altra parte dov’è la nostra fede? Nella parola o nel luogo?”.

Senso di responsabilità e senso di appartenenza, qualcuno forse dovrebbe spiegare questi concetti anche al vescovo ascolano. Le cui affermazioni così inopportune, in un momento come questo, fanno venir voglia di replicare come ha fatto De Luca con Salvini: “Chi si contagia andando in chiesa verrà curato solo con le preghiere”. A pensarci bene, però, la cosa più opportuna è ricordare a mons. D’Ercole le parole di Don Dino Pirri.

Se io sono credente e sono un fedele – ha affermato il parroco di Grottammare molto seguito sui social – Dio non mi viene a dire “eh no, devi venire in chiesa”. Puoi pregare anche in bagno, in cucina o in salotto. Ci sono già tanti preti contagiati, ma stiamo scherzando?

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