Bertolaso e la nuova struttura da 100 posti letto, Ceriscioli convince a metà


Convincono le spiegazioni sulla necessità di realizzare una nuova struttura da 100 posti letto per la terapia intensiva, aumentano invece le perplessità sulla decisione di affidarsi all’ex capo della Protezione civile, con all’orizzonte il rischio di una clamorosa beffa

Il Ceriscioli-pensiero, esplicato con estrema chiarezza nelle risposte del governatore marchigiano a 16 domande   incentrate sulla realizzazione della nuova struttura ospedaliera (vedi articolo “Nuovo ospedale covid, parola a Ceriscioli”), è sicuramente da apprezzare perché, a prescindere da ogni   altra considerazione, è sempre positivo spiegare le ragioni per cui si adottano determinate decisioni, ancor più in un momento come quello che stiamo vivendo.

Altra cosa, poi, è dire se quelle spiegazioni hanno poi ottenuto il risultato sperato, cioè fare chiarezza e dissipare i dubbi che aleggiavano su tutta l’operazione. In quest’ottica si può dire che l’obiettivo è stato centrato a metà, perché Ceriscioli è apparso molto sicuro e convincente nello spiegare le ragioni per cui è necessario realizzare una nuova struttura da 100 posti, mostrando al tempo stesso di essere pienamente consapevole di come stia evolvendo la pandemia sul territorio marchigiano. Però non ha per nulla convinto, anzi se ha accresciuto dubbi e perplessità, sulle motivazioni che lo hanno spinto a puntare su Bertolaso.

Scendendo un po’ più nel dettaglio, l’analisi dell’evoluzione dell’epidemia nella nostra regione è sembrata impeccabile. Il presidente ha sottolineato le analogie con la situazione lombarda (la più drammatica nel nostro paese) ed è stato molto chiaro e convincente nello spiegare perché sono necessari quei 100 posti letti in più per la terapia intensiva. D’altra parte è giusto ricordare che sin dall’inizio di questa emergenza, quando c’era ancora chi sottovalutava la situazione, Ceriscioli ha subito dimostrato di avere ben chiaro il quadro che si prospettava nelle Marche.

Certo, nel parallelo fatto con la Lombardia, non bisogna comunque dimenticare i fattori che hanno inciso in quella regione per la diffusione così profonda del virus e che, di contro, non sembrano essere presenti anche nel territorio marchigiano (al di là degli errori commessi è evidente che la Lombardia ha un tessuto produttivo differente, una mobilità interna molto più accentuata e, in alcune province, una conformazione del territorio particolare, tutti fattori che hanno avuto l’effetto di facilitare e moltiplicare i contagi).

In altre parole, è più che una speranza che nelle Marche (che come ha correttamente evidenziato Ceriscioli sono qualche settimana dietro) l’impatto della pandemia sia minore e non si verifichino certe situazioni quasi disperate che si sono vissute in Lombardia. Ma è pienamente legittimo ed è più che condivisibile che ci si prepari e si provi a farsi trovare pronti nel caso, che ovviamente nessuno si augura, che anche nel nostro territorio peggiori in quel modo la situazione.

Corretta e condivisibile anche l’analisi che il governatore fa sul privato (in campo sanitario) nelle Marche, così come c’è poco da obiettare sulla scelta sia del luogo che della location dove realizzare la nuova struttura ospedaliera. Logica, almeno stando alle parole di Ceriscioli, anche la spiegazione per cui non è stato possibile puntare su una delle strutture già presenti e dismesse, anche se quando si entra in un discorso prettamente tecnico come questo bisogna essere dei tecnici (e non lo siamo) per valutare con accuratezza determinate spiegazioni.

Assolutamente da apprezzare, ovviamente sperando che poi si traduca in realtà, l’intenzione manifestata da Ceriscioli di voler poi utilizzare per il sistema sanitario marchigiano, una volta che l’emergenza sarà terminata, materiale e tecnologia che serviranno in quella struttura.

Un passaggio molto importante (e che condividiamo in pieno) è, poi, quello in cui Ceriscioli sottolinea il ritardo storico della nostra regione per quanto riguarda la realizzazione di nuove e più efficienti strutture ospedaliere. “Ospedali nuovi significa poter contare su strutture con attrezzature per pazienti, ospedali più grandi significa ospedali più efficienti e con maggiori opportunità” ha sottolineato il governatore marchigiano. Un concetto chiarissimo su cui, una volta terminata l’emergenza, forse sarebbe il caso di riflettere.

Se in tutta questa parte che, per semplificare, definiamo più propriamente “tecnica” a nostro avviso è stato assolutamente convincente, quando si è trattato di affrontare il discorso relativo a Bertolaso e a quello che poi ne è conseguito francamente Ceriscioli non ha in alcun modo dissipato dubbi e perplessità, anzi in qualche maniera li ha alimentati. “Ho chiamato una persona a cui non manca esperienza di situazioni di emergenza e che sta realizzando lo stesso progetto” ha affermato il governatore per spiegare le ragioni della sua scelta.

Una spiegazione che non convince e che fa acqua da tutte le parti, sia in relazione alla figura stessa dell’ex capo della Protezione civile sia, soprattutto, proprio in relazione agli esempi concreti di quanto sta accadendo a Milano e in altre zone italiane. Non ci stancheremo mai di ripeterlo, la decisione di chiamare Bertolaso denota una chiara ed evidente mancanza di rispetto nei confronti di chi ha vissuto e vive sulla propria pelle le inefficienze dello Stato nel post terremoto.

Il disastro combinato da Bertolaso nel post sisma a L’Aquila è cosa nota, ciò che pensano i cittadini aquilani nei suoi confronti anche (e, a chi l’avesse dimenticato, l’hanno ricordato nei giorni scorsi con una lettera inequivocabile e durissima nei contenuti, dopo la sua chiamata in Lombardia). Un territorio così duramente colpito dal terremoto come quello marchigiano non può fregarsene in questo modo dei sentimenti di chi ha vissuto una situazione simile, non può mancare così clamorosamente di rispetto nei loro confronti. Con quale credibilità, d’ora in avanti, Ceriscioli e i vertici regionali potranno chiedere più rispetto per i propri cittadini colpiti dal terremoto?

Per altro, a rendere ancora meno giustificabile la scelta, se si voleva puntare su chi aveva già “esperienza di situazioni di emergenza” non che mancassero le alternative, valide e autorevoli. E che non presentavano controindicazioni come invece Bertolaso. Parliamo, ad esempio, di Gino Strada e la sua Emergency, di Medici senza Frontiere ma anche di altre realtà che hanno ampiamente dato prova di avere la necessaria esperienza per portare avanti adeguatamente un progetto del genere.

Inoltre quella che per Ceriscioli dovrebbe essere una giustificazione che dovrebbe rafforzare la sua decisione (“ho chiamato una persona che sta realizzando a Milano lo stesso progetto”) in realtà, a ben vedere, si trasforma in un clamoroso autogol. Perché, al netto della propaganda, quanto sta accadendo a Milano con la struttura a cui avrebbe lavorato Bertolaso solleva invece grosse perplessità.

Innanzitutto perché nei proclami iniziali (che ora ovviamente in tanti fingono di dimenticare) si era prospettato un quadro decisamente differente. “Avremo a disposizione 500 posti letto di terapia intensiva pronti in 6-7 giorni” aveva dichiarato il presidente Fontana il 12 marzo presentando Bertolaso. Pian piano, però, da 500 si è scesi a 400 posti letto, poi a 200. Almeno nelle intenzioni, perché poi, come vedremo, la realtà è ben differente.

La nuova struttura alla fine è stata inaugurata martedì 31 marzo, cioè 19 giorni dopo, ma in realtà sarà pronta solo nei prossimi giorni, secondo quanto riferito proprio in occasione dell’inaugurazione il primo paziente non potrà accedere prima di domenica 5 aprile (quindi dopo 24 giorni). Per altro da quella data i posti realmente disponibili saranno solamente 24, mentre solo dopo che sarà completato il primo blocco (no  si sa bene in che tempi) i posti disponibili saranno 53, praticamente un quarto di quelli previsti.

Nessuna concreta indicazione, invece, è stata fornita su se e quando saranno concretamente a disposizione i 200 posti previsti. Senza voler esprimere alcun tipo di giudizio (e sottolineando comunque che ogni posto letto di terapia intensiva in più che viene realizzato è comunque da accogliere con soddisfazione), è evidente che se, come auspicato da Ceriscioli, per la struttura marchigiana i tempi saranno gli stessi di quella di Milano si rischia la beffa. Cioè che nel momento del “picco”, quando quei posti serviranno concretamente, non saranno ancora disponibili (o nella migliore delle ipotesi lo saranno in misura decisamente inferiore).

Nel Lazio e, soprattutto, in Emilia Romagna senza tanti clamori, senza utilizzare la cassa di risonanza dei media e di figure discutibili come Bertolaso in brevissimo tempo sono stati praticamente raddoppiati i posti di terapia intensiva. Naturalmente, al di là di ogni considerazione, la speranza è che nel momento del bisogno quella struttura sarà realmente e pienamente pronta e a disposizione.

Ma è impossibile nascondere che avremmo apprezzato di più Ceriscioli se, invece di inseguire il clamore mediatico come ha fatto Fontana, avesse seguito l’esempio dei suoi colleghi di Lazio ed Emilia Romagna

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