La presunzione d’innocenza a “targhe alterne”


La richiesta di rinvio a giudizio per la Raggi e il rinvio a giudizio di 16 ex consiglieri regionali del Pd provoca un “cortocircuito” nei due schieramenti, garantisti con i propri esponenti e giustizialisti con gli altri. Intanto in appello viene confermata l’assoluzione di Filippo Penati

La presunzione d’innocenza non è soltanto un principio giuridico, secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino al terzo grado di giudizio, ma è anche e soprattutto un diritto sancito dalla Costituzione.

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” recita il comma 2 dell’art. 27 della Costituzione. E’ doveroso e opportuno ribadirlo dopo la frenetica giornata di giovedì 28 settembre quando le vicende giudiziarie di politici e amministratori hanno catalizzato l’attenzione del dibattito politico (e sai che novità…). Su tutte quella della sindaca Raggi che inevitabilmente ha fatto passare in secondo piano altre vicende giudiziarie di certo non meno rilevanti.

Parliamo del rinvio a giudizio di 16 ex consiglieri regionali del Pd nell’inchiesta sulle cosiddette “spese pazze” alla Regione Lazio e dell’assoluzione anche in appello dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati (con il definitivo crollo di quello che era stato definito il “sistema Sesto”) e dell’assoluzione (la procura ha chiesto l’archiviazione) degli ex sindaci della Capitale Gianni Alemanno e Ignazio Marino.

Si è parlato molto, quasi esclusivamente, della sindaca di Roma Virginia Raggi e quasi per nulla degli altri casi che per certi versi sono molto più significativi e importanti di quello della prima cittadina di Roma. Perché le assoluzioni di Alemanno, Marino e, soprattutto, di Penati spiegano meglio di tante parole il profondo significato della “presunzione d’innocenza” che bisognerebbe tener presente sempre e, in particolare, bisognerebbe invocare innanzitutto nei confronti dei “rivali” politici. Invece nel nostro paese accade esattamente l’inverso, anzi, si può passare nel giro di pochissimi minuti da ferventi sostenitori dell’alto principio della presunzione d’innocenza a spietati giustizialisti, per i quali non è certo necessario attendere non il terzo ma neppure il primo grado di giudizio per certificare l’indiscutibile colpevolezza.

Bastava fare un giro ieri (giovedì 28 settembre) sui social per verificare questo particolare bipolarismo tipicamente italiano. Tra i sostenitori dei Pd ovviamente spopolavano post di accusa contro Virginia Raggi, già considerata colpevole prima ancora di essere sottoposta a giudizio (sempre che il processo inizi perché al momento siamo solo alla richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm).

Molti di loro, però, con un giro di 360 gradi cambiavano completamente parere nel momento in cui bisognava commentare la notizia dei 16 ex consiglieri regionali del Pd rinviati a giudizio con l’accusa di abuso di ufficio (per qualcuno anche di truffa, peculato e corruzione). Stesso identico scenario tra i fans del Movimento 5 Stelle che, non appena terminato di versare fiumi di inchiostro per denunciare l’ignobile campagna giustizialista contro Virginia Raggi, si sono affrettati a “vomitare” di tutto contro quei 16 ex consiglieri regionali del Pd rinviati a giudizio.

Non è purtroppo una novità, certi principi valgono solo ed esclusivamente per la propria parte e vengono immediatamente rinnegati, senza alcuna vergogna, quando nella stessa identica situazione ci si trovano gli “avversari”. Emblematico, in tal senso, è stato l’intervento giovedì sera ad “Otto e mezzo” dell’onorevole Alfonso Bonafede che, dopo aver speso gran parte del suo tempo per spiegare il concetto di presunzione d’innocenza riferito alla vicenda di Virginia Raggi, ha poi lanciato un duro attacco contro il Pd per la vicenda dei 16 ex consiglieri regionali rinviati a giudizio.

E allora una volta per tutte è arrivato il momento di fissare dei paletti precisi e ben determinati, sarebbe stato molto più decoroso e significativo farlo per motivi più “alti”, cioè per rispetto di quella Costituzione che pure tutti a parole dicono di voler tutelare, per sancire un principio base che sia condivisibile da tutti i partiti, da tutti gli schieramenti. Ma ci si può accontentare anche al ribasso, cioè che lo si faccia perché alla fine “sono tutti sulla stessa barca” (nel senso che ormai tutti partiti, tutti gli schieramenti possono “vantare” propri esponenti e amministratori tra gli indagati, rinviati a giudizio, tra coloro che sono sotto processo ecc.).

Basta combattere gli avversari prendendo a pretesto gli eventuali problemi giudiziari (ovviamente discorso diverso quando c’è una sentenza di condanna definitiva), si lasci liberamente ad ognuno (senza gridare allo scandalo) la decisione di coscienza se farsi da parte o meno di fronte ad un avviso di garanzia, ad un rinvio a giudizio. Anche perché probabilmente con simili principi condivisi da tutte le forze politiche probabilmente non avremmo dovuto assistere all’imbarazzante spettacolo messo in scena dalla stessa Raggi e da Grillo che, addirittura, si sono dichiarati soddisfatti per l’evolversi della vicenda, perché sarebbero cadute le accuse per il reato più grave (l’abuso di ufficio).

Siamo al paradosso, senza entrare nel merito delle ragioni per cui si chiede l’archiviazione per l’abuso d’ufficio (l’atto è comunque considerato illegale ma per dolo…), occorre ricordare che per la giustizia italiana è sin troppo evidente quale dei due reati è più grave, visto che l’abuso di ufficio è punti con una pena da 1 a 4 anni, mentre il falso in atto pubblico è punito con una pena da 1 fino a 6 anni. Tra l’altro, ribadito il concetto della presunzione d’innocenza per la sindaca, l’accusa che viene mossa alla Raggi (aver mentito all’Anticorruzione) per un amministratore non sarebbe certo cosa di poco conto.

Per mesi i media mi hanno fatto passare per una criminale, ora devono chiedere scusa a me e ai cittadini romani” ha scritto la sindaca in un post pubblicato su facebook. Di certo è innegabile che i media italiani da questo punto di vista siano davvero, con poche eccezioni, quanto di peggio ci possa essere. Più volte nei mesi scorsi ci siamo occupati di questo problema (“Fine gogna mai, le sentenze inappellabili del tribunale speciale dell’informazione italiana”, “E la chiamano giustizia”), la Raggi non è certo la prima e probabilmente non sarà neppure l’ultima che ha subito questo trattamento.

Però, prima di pretendere le scuse (aspetta e spera…) dei media, la Raggi per coerenza dovrebbe innanzitutto dare lei il buon esempio iniziando a chiedere scusa proprio al suo predecessore Ignazio Marino nei confronti del quale nel settembre 2015, dopo che l’allora sindaco di Roma era stato raggiunto da un avviso di garanzia, dichiarava “Marino come tutti gli indagati dovrebbe avere la decenza di dimettersi, altrimenti vanno cacciati”.

E’ troppo comodo il garantismo a “targhe alterne”, ieri in particolare ci si doveva indignare contro i media per la vicenda di Filippo Penati. Massacrato e condannato senza appello da buona parte della stampa (basterebbe ricordare i “violenti” titoli di “Libero” il “Fatto Quotidiano”, il “Giornale”), praticamente costretto  ad abbandonare la politica di fronte ai violenti attacchi subiti (all’epoca dell’avvio dell’inchiesta era il braccio destro del segretario del Pd Bersani) , anche dopo la prima sentenza di assoluzione ha continuato ad essere oggetto di violenti attacchi (come dimenticare, ad esempio, il farneticante articolo sul “Fatto Quotidiano” di Gianni Barbacetto che, in pratica, sosteneva che la sentenza di assoluzione era un grave errore dei giudici e che il “sistema Sesto” fosse comunque quanto di più marcio ci potesse essere). Ieri la corte di appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado (assolto “per non aver commesso il fatto”), confermando non solo l’assoluta estraneità di Penati ma anche di tutti gli altri imputati (Renato Sarno, Bruno Binasco, la società Codelfa).

Il celeberrimo “sistema Sesto” esce demolito, così come demolita è stata l’ascesa politica dell’ex presidente della Provincia di Milano. A cui, ne siamo più che certi, nessuno di quei giornali (ma anche di tutti quei politici che lo hanno violentemente attaccato) chiederà mai scusa…

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