Fine gogna mai, le sentenze inappellabili del tribunale speciale dell’informazione italiana


Processata senza possibilità di difesa, condannata senza appello da alcuni media, la virologa Ilaria Capua ha deciso di lasciare l’Italia dopo essere stata assolta dalla giustizia ordinaria. Prima di lei lo stesso trattamento riservato anche a Penati, Crocetta, Venafro, Buffon, Bonucci e tanti altri

Se i tempi della giustizia italiana sono interminabili, tra indagini spesso lunghissime e i tre gradi di giustizia (primo grado, appello, Cassazione) che si trascinano per anni (quando non scatta la prescrizione), c’è ancora nel nostro paese chi emette sentenze, definitive e inappellabili, in pochissimo tempo: i media. Certo, come al solito non è corretto generalizzare, ma ormai da anni ci sono quotidiani e organi d’informazione che hanno fatto del giustizialismo sfrenato la loro ossessiva bandiera, con un meccanismo perverso che ha spazzato via le più elementari regole del diritto e che sempre più spesso genera delle autentiche mostruosità.

La procedura è sempre la stessa, a dare il via al  nuovo tipo di processo “mediatico”, rapido e senza possibilità di difesa per l’accusato, è la semplice notizia delle indagini della magistratura. Nei paesi civili l’informazione non drogata riporta le ipotesi di accusa, naturalmente quando queste riguardano vicende di interesse pubblico, poi aspettano la sentenza, cioè la conclusione del procedimento dopo che le due parti (accusa e difesa) si sono confrontate, per spiegare cosa è accaduto. Per alcuni media italiani, invece, la semplice notizia delle indagini equivale all’anticamera di una condanna certa, almeno da un punto di vista mediatico. Le tesi dell’accusa diventano prove inconfutabili, la difesa nel tribunale speciale di certi quotidiani non esiste e non ha diritti.

In perfetto stile da Santa Inquisizione  si sparano in prima pagina brandelli (spesso slegati) di  indagini, naturalmente non manca mai qualche intercettazione (anche se poco o nulla c’entra con il procedimento, servono comunque per disegnare il vestito prestabilito dell’imputato), si aggiungono indiscrezioni e fatti clamorosi, ovviamente non presenti negli atti ma arrivati da “fonti certe”, se serve si condisce il tutto con qualche mezza bugia o qualche verità distorta, ovviamente di pari passo si procede alla demolizione della figura dell’indagato con tutto quanto contribuisce a fornire un’immagine il più negativo possibile, e la sentenza è bella che scritta. Naturalmente colpevole, condannato senza possibilità di appello ad una pena particolare, non prevista dal nostro codice penale ma ormai in vigore da diversi anni nel nostro paese: la cosiddetta fine gogna (mediatica) mai.

Quasi superfluo aggiungere che in questi casi, poi, le sentenze, quelle vere emesse dai tribunali, contano poco e nulla, se non confermano la condanna senza appello vengono ignorate oppure si trova il modo per dimostrare che “c’è si l’assoluzione, ma….”, dove dopo quel “ma” ci si aggiunge di tutto e di più per dimostrare che, in fondo, il giudizio di non colpevolezza è quasi un inciampo, un particolare superficiale ed irrilevante. In alcune casi, poi, le sentenze vengono messe ferocemente in discussione (anche e soprattutto da quegli organi di informazione che fino a poco prima ripetevano, come un mantra, che “le sentenze non si discutono”…) per dimostrare che il clamoroso errore dell’assoluzione e che è ben più fondata la condanna mediatica.

Emblematico, a tal proposito, il caso Penati, “massacrato” e condannato senza appello da gran parte della stampa (“Giornale”, “Libero” e “Fatto Quotidiano” in testa) ma che dopo l’assoluzione è stato nuovamente giudicato e ricondannato da un infuocato e farneticante articolo sul “Fatto Quotidiano” di Gianni Barbacetto. Nel quale, per giunta, il giornalista dimostrava ampiamente di non aver minimamente letto gli atti del processo e le motivazioni della sentenza di assoluzione (altrimenti avrebbe scoperto che le sue verità deliranti erano state smontate inesorabilmente durante il processo).

Abbiamo già parlato delle tante, troppe disfunzioni della giustizia italiana (“La morte quotidiana della giustizia italiana”)  che sicuramente in qualche modo contribuiscono ad alimentare questo circuito perverso. Ma qui stiamo parlando di altro, di una grave patologia che affligge parte dell’informazione italiana e che genera casi “mostruosi” come quello di Ilaria Capua.

La virologa e deputata di Scelta Civica, nota a livello internazionale per aver reso pubblica la sequenza genetica di un ceppo dell’aviaria umana senza brevettarla, mercoledì 28 settembre ha dato addio alla Camera dei deputati ed ha annunciato che lascerà l’Italia, trasferendosi ad Orlando dove dirigerà un centro di eccellenza universitario. Le sue parole d’addio non lasciano dubbi, la decisione è maturata dopo essere stata costretta a vivere oltre due anni da incubo per un’inchiesta giudiziaria che l’ha coinvolta e che è terminata con il proscioglimento da tutte le accuse, arrivato però dopo che il tribunale speciale dei media (in particolare “Espresso” e “Fatto Quotidiano”) l’aveva condannata senza appello.

La Capua era finita in un’inchiesta del procuratore di Roma Giancarlo Capaldo con l’accusa, infamante, di essere al centro di un’associazione a delinquere che contrabbandava virus e causava epidemie in cambio di soldi, in collaborazione con alcune multinazionali dei vaccini. Un’inchiesta condotta in maniera a dir poco discutibile e che, come vedremo poi, in pratica non sarebbe dovuta neppure iniziare. Eppure già allora, nel 2014, l’Espresso, a poche settimana dalla notizia, di fatto aveva già condannato senza appello la parlamentare di Scelta Civica. Emblematica, a tal proposito, la copertina del settimanale, “Trafficanti di virus”, che trasforma subito un’ipotesi di reato in una certezza. All’Espresso si accodano subito il “Fatto Quotidiano”, il “Giornale”, “Libero”.

Si susseguono articoli che prefigurano un quadro indegno, con poveri innocenti volutamente infettati per la sete di denaro dei soliti colossi farmaceutici. Come da prassi ormai consolidata, ecco, poi, spuntare brandelli di intercettazioni, pubblicate a getto a continuo su l’Espresso e il Fatto Quotidiano, che, secondo quegli organi di informazione, non lasciano troppo spazio a dubbi ed incertezze. La condanna mediatica della Capua è scontata, a cui si aggiunge l’ignobile aggressione verbale in Parlamento (il “poco” onorevole Vacca) e su facebook (l’on. Chimenti) da parte soprattutto del Movimento 5 Stelle che reclama a gran voce le sue dimissioni. Il tutto, per altro, reso ancora più assurdo dal fatto che la virologa non può neanche abbozzare una difesa seria e concreta, non avendo all’epoca neppure ricevuto l’avviso di chiusura delle indagini.

Il 5 luglio scorso, poi, il tribunale di Verona la proscioglie, azzerando e smontando senza appelli tutte le accuse nei suoi confronti. L’Espresso neppure riporta la notizia ma continua a ricordare che, per uno dei reati, la Capua è stata prescritta. Stessa linea per il Fatto Quotidiano che, almeno, sia pure dandole pochissimo risalto, pubblica la notizia dell’assoluzione. Però nei giorni successivi continua a dedicare articoli alla vicenda ricordando le accuse dei pm e accusando velatamente la ricercatrice di non aver rinunciato alla prescrizione per uno dei reati.

L’assoluzione è quasi un particolare irrilevante e, naturalmente, nessuno ha la decenza di andarsi a leggere le motivazioni della sentenza (o se lo fa finge di non conoscerle). Che pure sono emblematiche e smontano in maniera indiscutibile un’inchiesta che, secondo quelle motivazioni, non doveva neppure iniziare. Dopo aver segnalato che molte delle ipotesi di reato erano già prescritte al momento dell’avvio dell’inchiesta stessa, il gup di Verona Laura Donati evidenzia come per l’accusa di diffusione di epidemia “manca prima di tutto l’evento: i 7 ritenuti contagiati non avevano la malattia. Manca anche la prova che i ceppi virali siano stati effettivamente e dolosamente messi in circolazione”.

Non solo, secondo il gup i pm hanno scambiato un virus per un altro, indicando come responsabile dell’epidemia il virus sbagliato. C’è da capirli, direte voi, un errore che può capitare a chi non è esperto in materia. Certo, se non fosse che il gup evidenzia come questo fatto era già noto da un’indagine poi archiviata, proprio perché non erano emerse ipotesi di reato, effettuata a Bologna.  “E’ dunque evidente – scrive il gup – come gli inquirenti abbiano stravolto gli esiti dell’inchiesta bolognese archiviata per costruire accuse del tutto prive di fondamento”. Conseguentemente “sono inconsistenti pure le accuse di associazione a delinquere”.

In pratica una gogna mediatica costruita sul nulla. Forse neppure un articolo di scuse a tutta pagina sarebbe sufficiente per risarcire “moralmente” Ilaria Capua, ma almeno rappresenterebbe un’apprezzabile ammissione di colpa. Neanche per idea, nonostante i fatti inequivocabili quegli organi di informazione continuano a portare avanti le proprie farneticanti tesi come se niente fosse, fedeli a quel “fine gogna mai” dal vago sapore medievale.

Per certi versi ancora più sconcertante è quanto accaduto nell’estate 2015 al presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, finito nel tritacarne della gogna mediatica pur senza essere neppure indagato. Tutto nasce da una presunta frase pronunciata dal medico del presidente regionale, Matteo Tutino , nel corso di un colloquio telefonico tra i due intercettato dagli inquirenti. Ad essere sotto inchiesta in quel caso era proprio Tutino, poi arrestato con l’accusa di truffa e peculato per alcuni interventi chirurgici di natura estetica irregolari.

Il 16 luglio l’Espresso pubblica un articolo all’interno del quale viene riportata una frase pronunciata da Tutino nel colloquio telefonico intercettato con Crocetta: “Quella la (riferita a Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso dalla mafia nel 1992) va fermata, fatta fuori. Come suo padre”. Frase gravissima, ma ancora più grave per il settimanale è il fatto che Crocetta “non si indigna, non replica: nessuna reazione di fronte a quel commento macabro”. Per non lasciare dubbi l’articolo si chiude sostenendo che “gli stralci di queste intercettazioni sono confermati dai magistrati”.

Apriti cielo, immediata scatta l’offensiva di gran parte dei quotidiani, già nelle rispettive edizioni on line. Unanime è la richiesta di dimissioni del presidente, con toni e accuse nei suoi confronti di inaudita durezza. Un vero putiferio che addirittura spinge la stessa Procura di Palermo ad intervenire con una nota diffusa in serata nella quale si afferma che “non risulta trascritta alcuna telefonata tra Tutino e Crocetta del tenore sopra descritto. Analogamente i carabinieri del Nas, che hanno condotto le indagini, hanno escluso una conversazione del suddetto tenore”.

L’Espresso, però, è sicuro e ribadisce che la conversazione esiste ma “fa parte dei fascicoli secretati di uno dei tre filoni di indagine in corso”. E se qualche quotidiano decide comunque di tenere un profilo più basso, aspettando notizie certe, per il Fatto Quotidiano tanto basta per affiancarsi alla crociata contro Crocetta lanciata dall’Espresso. La Procura interviene di nuovo per smentire, attraverso un comunicato firmato dal procuratore Li Voi: “ribadisco quanto contenuto nel comunicato stampa, l’intercettazione tra il dottor Tutino e il presidente Crocetta, di cui riferisce la stampa, non è agli atti di alcun procedimento di questo ufficio e neanche tra quelle registrate dal Nas”.

Discorso chiuso e scuse immediate nei confronti di Crocetta? Neanche per sogno, la campagna mediatica prosegue senza sosta, l’Espresso continua a sostenere l’esistenza di quella conversazione e non diminuisce l’intensità della polemica, il Fatto Quotidiano rincara pubblicando interventi della figlia di Borsellino e chiedendosi come è possibile che Crocetta resti al suo posto. Il presidente della Regione non è neppure indagato, la Procura smentisce l’esistenza della frase incriminata ma alcuni quotidiani hanno già emesso la sentenza di colpevolezza. Nel corso dell’estate, poi, quasi senza accorgersene, la polemica si spegne e finisce nel dimenticatoio.

Oggi, però, sappiamo che i due giornalisti autori dell’articolo del 16 luglio sono indagati per calunnia e per diffusione di notizie false. E sappiamo anche che entrambi hanno ammesso di non aver mai sentito quella frase, di non aver mai visto alcuna intercettazione e che l’articolo si basava su un’indiscrezione (mai verificata) proveniente da una fonte all’interno dei Carabinieri. In pratica una falsa notizia nata dal nulla che, però, per molti ancora oggi “marchia” il presidente della Regione.

Nell’isterico mondo dell’informazione italiana, poi, può anche capitare che si finisce per essere condannato senza appello anche se sotto inchiesta ci finisce un altro. Come è accaduto al presidente della Regione Lazio Zingaretti, finito nel vortice delle polemiche dopo che, ad inizio 2015, il suo capo di Gabinetto Maurizio Venafro veniva coinvolto in un’indagine con l’accusa di turbativa d’asta.

Venafro si dimetteva quasi immediatamente, non evitando, però, la gogna mediatica che ha coinvolto anche Zingaretti. Dal Giornale a Libero, fino al Fatto Quotidiano, un coro e una richiesta univoca: deve fare come la Polverini, deve dimettersi. E di fronte al fermo rifiuto del presidente della Regione, ecco  partire la solita campagna di fango con allusioni, neppure troppe velate, di vicinanza con gli ambienti di “Mafia capitale”  e il solito corollario di illazioni (sorvolando in questa sede sulle tragicomiche iniziative di alcuni consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle).

Pochi giorni fa, poi, è arrivata la sentenza, con l’assoluzione piena “per non aver commesso il fatto” per Maurizio Venafro. Ovviamente riportato solo da alcuni di quei giornali e, per giunta, con un trafiletto nelle pagine interne. Eppure la follia giustizialista di parte dell’informazione italiana già in passato aveva esposto qualche quotidiano e qualche noto giornalista a “figuracce” epiche.

Come dimenticare, ad esempio, l’imbarazzante editoriale pubblicato da Marco Travaglio nel giugno 2012 quando, dopo la vittoria dell’Italia di Prandelli sulla Germania agli europei di calcio, il direttore del quotidiano spiegava i motivi del suo tifo contro (riproposto anche in occasione degli europei di questa estate).

Ho tifato per l’Italia in altri tempi – scriveva Travaglio – quando a simboleggiarla erano i Bearzot, gli Zoff, i Trap. Anche allora c’era qualche furbetto coinvolto in scandali, tipo Rossi nel 1982, ma avevano pagato il conto con la giustizia. Ora invece si usano le vittorie sportive per chiudere altre partite senza neppure aprirle. Come quella del calcio scommesse che al rientro dei nostri eroi in mutande sfocerà nei deferimenti di club di serie A e di parecchi giocatori, forse anche azzurri”.

Simboli di quella nazionale “corrotta” per Travaglio erano Buffon e Bonucci, il primo  al centro di presunto scandalo  scommesse, il secondo addirittura indagato dalla procura di Bari. Scandali e inchieste che, però, esistevano solo nella fervida e un po’ perversa immaginazione del direttore del Fatto Quotidiano. Che, pochi giorni prima della partenza degli azzurri per la Polonia, aveva addirittura sostenuto che l’Italia non doveva partecipare e che, quanto meno, Buffon e Bonucci dovevano rimanere a casa. Entrambi accusati e condannati per fatti praticamente inesistenti.

La vicenda di Buffon, per altro, è a dir poco imbarazzante per il mondo dell’informazione italiana. Dopo che Criscito, in lacrime, era stato estromesso dalla spedizione azzurra perché risultato indagato nell’inchiesta Last Bet sul calcio scommesse (poi nei mesi successivi la sua posizione verrà archiviata), il capitano azzurro in una movimentata conferenza stampa aveva lanciato accuse nei confronti di alcuni giornalisti, tra cui un inviato dell’Ansa. E, d’incanto, due giorni dopo sul sito dell’agenzia d’informazione, come per magia, spuntava la notizia del possibile coinvolgimento di Buffon nell’inchiesta di Cremona sulle scommesse.

Il tutto, però, basato su un’informativa inviata dalla Guardia di finanza prima alla Procura di Torino poi a quella di Cremona a fine 2011 che era già stata ampiamente archiviata. Informativa che, per giunta, nasceva da una segnalazione pervenuta da un istituto di credito che evidenziava l’emissione, da parte di Buffon, di 14 assegni bancari, per un totale di 1,5 milioni di euro, nel giro di 10 mesi. Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’istituto di credito (che, giova ricordarlo, non è un organo inquirente) Buffon si era appellato al diritto alla privacy, dichiarandosi al contempo pronto a spiegare ad eventuale organi inquirenti le motivazioni di quegli assegni.

La banca aveva comunque effettuato degli approfondimenti  che facevano emergere come la maggior parte delle transazioni riguardasse un amico di Buffon che, secondo quanto riferito dall’avvocato del numero uno azzurro, da anni seguivi alcuni aspetti del patrimonio immobiliare del portiere della Juve. Lo stesso legale ribadirà, poi, ai giornalisti che lo contatteranno che è pronto a spiegare agli inquirenti, se richiesto, la motivazione di ogni pagamento.

Non serve, almeno per la giustizia ordinaria, perché la Procura di Torino riceve l’informativa della banca e, dopo alcuni accertamenti, la chiude sostenendo che, pur non potendo escludere a priori nulla, dagli atti non risulta nulla di rilevante. A fine dicembre, poi, la Procura di Torino chiede a quella di Cremona, che sta indagando sul calcio scommesse, se ci siano elementi che possano coinvolgere il capitano azzurro, ottenendo la risposta secca ed inequivocabile (il 16 gennaio 2012) che “Buffon non è ad alcun titolo indagato per scommesse”.

Una vicenda chiusa da mesi, quindi, riportata a galla solo per la ripicca di un giornalista. Tanto basta, però, a Travaglio per imbastirci sopra un romanzo fantascientifico che ancora oggi, a 4 anni di distanza, ogni tanto viene ritirata fuori dal direttore del Fatto Quotidiano.

Ancora più lineare e semplice la vicenda Bonucci che viene citato, nell’ambito dell’inchiesta penale sul calcio scommesse, dal suo compagno di squadra Masiello. Il 9 marzo 2012 Bonucci viene interrogato in Procura come semplice testimone, la stessa Procura sottolinea che viene ascoltato  come persona informata dei fatti e non come indagato. Ma il tam tam mediatico si mette in moto e, nel giro di pochi giorni, il difensore della Juventus da “informato dei fatti” diventa “indagato”.

Proprio a ridosso dell’inizio del ritiro azzurro per gli europei si susseguono le notizie su un possibile avviso di garanzia inviato a Bonucci che, quindi, secondo qualche quotidiano (con il Fatto Quotidiano in testa) avrebbe dovuto subire lo stesso trattamento di Criscito. La Federazione smentisce, alla fine scende in campo perfino il pm di Bari che conduce l’inchiesta, Ciro Angelellis che ribadisce ufficialmente che Bonucci non è indagato e che non è in alcun modo coinvolto nell’inchiesta.

Non basta, almeno per Travaglio, che per mesi continuerà a sostenere la tesi che il difensore della Juventus doveva rimanere a casa come Criscito. Tesi, secondo il direttore del Fatto Quotidiano, suffragata dal fatto che comunque Bonucci restava deferito per la giustizia sportiva che, come si sa, agisce in maniera completamente differente da quella ordinaria e, in sostanza, quasi impone a chi risulta indagato di provare la propria innocenza (e non il contrario).

Ci penserà, pochi mesi dopo, ancora una volta il pm barese a mettere la parola fine a questa vicenda, ribadendo, nell’atto di chiusura delle indagini, che Bonucci non è mai risultato indagato semplicemente perché da subito si è scoperto che la dichiarazione di Masiello, almeno per quanto riguardava il difensore azzurro, era risultata inattendibile in quanto il giorno in cui i giocatori del Bari avevano parlato della presunta combine nello spogliatoio, Bonucci non c’era perché era a Roma.

Tanto rumore per nulla, quindi, anche se neppure gli atti e i fatti inequivocabili sono stati sufficienti a far cambiare idea a Travaglio che tutt’ora, quando parla di Buffon e Bonucci, lo fa come se la loro posizione non fosse stata definitivamente chiarita.

Sembra quasi che per alcuni giornalisti la gogna mediatica, a cui esporre il malcapitato di turno, sia ormai diventata come una sorta di droga a cui non si riesce più a rinunciare. Soprattutto quando si tratta di colpire politici potenti (o presunti tali) o anche personaggi noti e carismatici dell’amato ma discusso molto del calcio.

In quest’ottica, però, la vicenda della virologa Ilaria Capua assume un significato ancora più importante e, per certi versi, inquietante. Perché in questo caso l’oggetto dell’accanimento, da abbattere ed eliminare (ovviamente in senso metaforico) per via pseudo giudiziaria non era un totem politico. Segno evidente di come quella che infesta parte dell’informazione italiana sia una patologia grave e profonda, difficile da curare.

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