Il 1 maggio nel paese dove si continua a morire per il lavoro


Nel 2023 sono stati denunciati 585.356 infortuni, con 1.041 morti sul lavoro. E il nuovo anno è iniziato nel peggiore dei modi anche nelle Marche con 2.487 denunce di infortunio solo nei primi 2 mesi, con un aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo del 2023

Tra fine aprile e inizio maggio si celebra il lavoro. Il 28 aprile è la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza, istituita nel 2003 dall’Organizzazione internazionale sul lavoro, con l’obiettivo  di promuovere la salvaguardia della sicurezza e della salute sul lavoro a livello globale, ponendo l’accento sulla necessità di creare una nuova cultura della cultura della sicurezza al fine di ridurre o pervenire gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali che provocano, mediamente, oltre 6.000 morti al giorno nel pianeta. Il 1 maggio, poi, si celebra la festa dei lavoratori per ricordare tutte le lotte per i diritti dei lavoratori, originariamente nate per la riduzione della giornata lavorativa. E, proprio in occasione di queste ricorrenze, è quanto mai opportuno ricordare come in Italia purtroppo ancora oggi si continua a morire a lavoro con una frequenza inaccettabile per un paese che vuole definirsi civile.

Le statistiche dell’Inail a tal proposito sono imbarazzanti e confermano come in Italia ogni anno non si scende mai sotto i mille morti. Le tragedie sono quotidiane spesso aggravate dai cosiddetti incidenti plurimi come la strage di Brandizzo, quella di Firenze e da ultima i 6 morti di Suviana. Secondo i dati Inail nel 2023 gli infortuni denunciati sono stati 585.356 con 1.041 morti, in calo rispetto ai 697.773 del 2022 (-16,1%), in aumento rispetto ai 555.236 del 2021 (+5,4%) e ai 554.340 del 2020 (+5,6%), e in diminuzione rispetto ai 641.638 del 2019 (-8,8%); quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno casa/lavoro, hanno fatto registrare un aumento del 4,7%, da 89.967 a 94.191.

Vale la pena ricordare che quelli sono dati ufficiali dell’Istituto che non tengono conto di soggetti infortunati per i quali non sussiste l’obbligo assicurativo e, naturalmente, neppure di quella che è definita l’economia sommersa. Ed i primi mesi del 2024 non sono affatto incoraggianti, soprattutto nella nostra regione, dove nel primo bimestre del nuovo anno si è registrato un ulteriore aumento. Infatti le denunce di infortunio sono state 2.487, con una crescita del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Particolarmente colpito è il settore industriale e servizi, poiché si passa da 1.794 a 1.844 denunce (+2.8%) e rappresenta il 74.14% del totale.

Preoccupante è l’incremento nelle Costruzioni dove si registra, nel periodo in esame, un progresso del 13.2% (da 144 a 163 denunce) che rappresenta il 6.55% del totale della regione. Di particolare interesse sono i dati degli infortuni delle Costruzioni nella provincia picena (cd Ateco 41) dello scorso anno poiché si registra il maggior incremento tra le 5 province (+ 7,95%).

I dati relativi al 2023 ed inizio del 2024 – afferma Guido Bianchini membro nazionale Uil e comitati Inail – confermano un’emergenza. Potrebbe essere prematuro fare affermazioni del genere poiché i dati sono relativi al primo bimestre del corrente anno. Ma il trend di oltre 1.000 infortuni all’anno e 3,5 morti al giorno sono una vera vergogna per un Paese civile. I settori di attività economica che presentano i maggiori rischi infortunistici sono quelli dove è preminente o esclusiva l’attività manuale. L’infortunio di oggi e l’analisi sopra riportata confermano le problematiche esistenti nel settore delle Costruzioni. Nel comparto forte è la frammentazione delle imprese, spesso micro o di piccole dimensioni (sul 750.000 aziende assicurate all’Inail il 90%, hanno meno di 10 addetti); con localizzazione su tutto il territorio nazionale rende di difficile controllo e vigilanza. Certamente la cresciuta degli infortuni nel 2023 nella nostra provincia è legata alla crescita tumultuosa dei cantieri edili per i lavori del sisma e del cd superbonus che hanno imposto ritmi e tempi di lavoro impensabili e spesso utilizzo ci manodopera poco qualificata e non adeguatamente formata.

Indubbiamente la scarsa attenzione alla sicurezza, il poco rispetto delle normative, il mancato utilizzo dei dispositivi di prevenzione e forte presenza di lavoratori irregolari o addirittura in “nero” presenti nel settore, sono aspetti preponderanti. Si rammenta che circa il 50% dei morti sul lavoro in edilizia avvengono per “caduta dall’alto”. Purtroppo i cantieri sono ancora luoghi precari e insicuri per la salute delle persone che ci lavorano. Per alcuni versi si lavora come ’70 anni fa. Ma tutto ciò non deve farci abbassare la guardia, le azioni di contrasto, la vigilanza, e ridurre l’attenzione sull’applicazione delle norme, delle azioni di In-formazione, di tutela di chi lavora”.

 

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