Quell’irresistibile attrazione del governo per gli evasori…


Hanno suscitato proteste e indignazione le parole della Meloni che a Catania, nella città di quel Libero Grassi divenuto simbolo della società civile che si oppone al pizzo mafioso, ha definito le tasse nei confronti dei commercianti “pizzo di Stato”

Tra le tante “boiate” ascoltate in questi mesi dagli esponenti del governo di destra, non ci sono dubbi che quella di Giorgia Meloni sulle tasse come “pizzo di Stato” è di gran lunga la più sconcertante, è qualcosa che neppure la mente più folle e perversa può immaginare di ascoltare, ancor più dalla presidente del Consiglio. Che, al di là dell’atrocità in sé di una simile affermazione, in un colpo solo è riuscita nell’impresa di offendere pesantemente la memoria e il sacrificio di chi ha perso la vita per non sottoporsi al vero pizzo, quello imposto dalla mafia, e al tempo stesso di raccontare una colossale balla. E se nel primo caso è pensabile (almeno si spera) che, nel pieno del delirio da campagna elettorale, la presidente del Consiglio non se ne sia resa conto, nel secondo è comunque difficile stabilire se sia peggio ipotizzare che stesse mentendo sapendo di mentire o se stesse dicendo cose a caso se conoscere la realtà concreta inequivocabilmente delineata dai dati.

In realtà quella delirante affermazione non è altro che l’ennesima conferma di come questo governo non abbia alcuna intenzione di portare avanti in concreto la lotta contro l’evasione fiscale, come d’altra parte si era già ampiamente capito dai vari condoni fin qui approvati.  “La lotta all’evasione fiscale si fa dove sta davvero l’evasione fiscale: le big company, le banche, le frodi sull’Iva, non il piccolo commerciante al quale vai a chiedere il pizzo di Stato” ha affermato Giorgia Meloni durante l’ultimo comizio elettorale a Catania, proprio in quella città dove nell’agosto del 1991 la mafia ha ucciso quel Libero Grassi che è diventato il simbolo della società civile siciliana che si oppone al ricatto mafioso del “pizzo”.

In altre parole non poteva scegliere luogo peggiore per quella delirante affermazione, un capolavoro di sensibilità e coscienza civica da parte della presidente del Consiglio. Che, per altro, ha basato la sua farneticante affermazione su una palese bufala, perché i dati ufficiali contenuti nel Nadef (Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza), pubblicato dal ministero dell’economia e delle finanze, dimostrano che la maggiore parte dell’evasione arriva dalle piccole aziende, non dalle big company e dalle banche. Complessivamente (dato riferito al 2020) l’evasione fiscale nel nostro paese ammonta a circa 90 miliardi di euro che salgono a 100 miliardi considerando anche l’evasione dei contributi previdenziali.

Secondo i dati del Nadef l’evasione delle grandi imprese incide in misura di poco inferiore al 10%. Infatti le cosiddette big company e le banche sono soggette all’imposta sul reddito delle società (ires) e la mancata dichiarazione o il mancato versamento dell’ires ha prodotto un’evasione di poco inferiore ai 9 miliardi di euro. (8,7 miliardi di euro per l’esattezza). Sempre secondo la relazione del ministero, ammonta invece a 31,8 miliardi l’evasione dell’Iva che, come confermato da tutte le analisi e gli studi di settore, in larghissima parte deriva dalle piccoli transazioni, come quelle del commercio al dettaglio, che sono semplici da non dichiarare (basta non emettere lo scontrino), mentre è evidentemente molto più complicato per le imprese di media e grandi dimensioni, che compiono soprattutto transazioni con altre imprese, sottrarre le fatture al fisco.

Ancora più rilevante è, poi, l’evasione dell’irpef da parte dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese che ammonta a 32,5 miliardi di euro. Un dato ancora più significativo se si pensa che, sempre secondo il Nadef, i lavoratori autonomi e le piccole imprese non pagano in media il 69% delle imposte che dovrebbero pagare allo Stato ogni anno. Nel complesso, quindi, i dati dimostrano che oltre il 60% dei 100 miliardi di evasione è prodotta proprio da lavoratori autonomi e piccole imprese e che, di contro, le cosiddette big company incidono in maniera decisamente marginale, esattamente l’opposto di quanto affermato da Giorgia Meloni. E, al di là di ogni altra considerazione, è grave che la presidente del Consiglio, per altro su una materia così importante e fondamentale, non conosca o finga di non conoscere i dati ufficiali provenienti dal ministero.

D’altra parte, però, c’è poco da stupirsi, da quando si è insediato il governo Meloni e diversi suoi esponenti, a partire proprio dalla Meloni, hanno ripetutamente fatto dichiarazioni completamente fuorvianti e smentite da fatti e numeri sull’evasione fiscale e su provvedimenti che negli anni hanno ottenuto risultati importanti. L’obiettivo è semplice e sin troppo evidente, sminuire in maniera strumentale determinati provvedimenti per poter così giustificare la mancata riproposizione degli stessi che, di fatto, in realtà sono un evidente favore a chi evade. Non a caso appena insediata la Meloni ha più volte dichiarato (al congresso nazionale della Cgil, nel question time alla Camera, nella rubrica “Gli appunti di Giorgia”) che in questi anni l’evasione fiscale non è calata e che, quindi, le politiche e i provvedimenti messi in campo dai precedenti governi non sono stati efficaci.

Anche in questo caso i numeri ufficiali dimostrano esattamente il contrario, negli ultimi 5 anni l’evasione è calata quasi di 10 miliardi di euro ed il suo valore in rapporto con il Pil è sceso dal 5 al 4%, grazie soprattutto a due provvedimenti, fatturazione elettronica e split payment (pagamento frazionato) dell’iva, nei confronti dei quali l’attuale presidente del Consiglio, quando era all’opposizione, ha sempre manifestato la sua totale contrarietà.

Discorso simile per quanto riguarda la decisione di aumentare il tetto dell’uso del contante a 5 mila euro, inserito nella legge di bilancio 2023, con la giustificazione che “non c’è correlazione tra intensità del limite del contante e diffusione dell’evasione fiscale”, con la presidente del Consiglio che, a supporto della sua tesi, ha portato uno studio pubblicato da Unimpresa. Che, però, in realtà non dimostra affatto quello che sosteneva la Meloni e, per altro, è risultato del tutto infondato e impreciso (nel dato del 2010, l’anno che dimostrerebbe l’inutilità del limite ai contanti, non è stata conteggiata né l’evasione dei contributi previdenziali, né quella dell’imposta sul lavoro dipendente che, se considerate, farebbero lievitare sensibilmente la somma dell’evasione, dimostrando esattamente il contrario). Per altro ci sono numerosi recenti studi (italiani ed internazionali) condotti sul nostro paese che dimostrano quanto l’uso limitato del contante possa avere un impatto molto positivo nel ridurre l’evasione.

Sullo stesso tema non solo la presidente del Consiglio ma anche i due vice presidente, Salvini e Tajani, si sono ripetutamente pronunciati per sostenere l’inutilità, anche loro ricorrendo a delle autentiche bufale. Come quella del leader della Lega sul fatto che la Ue avrebbe raddoppiato da 5 a 10 mila il limite al contante o quella ancora più clamorosa dell’esponente di Forza Italia secondo cui il limite a 2 mila euro precedentemente presente in Italia sarebbe un freno agli acquisti dei cittadini stranieri. Peccato per lui, però, che da sempre in Italia è in vigore una deroga che permette ai turisti di fare acquisti fino a 15 mila euro utilizzando i contanti.

Potremmo proseguire ancora a lungo ma il quadro è già sin troppo chiaro così. Ed evidenzia come per questo governo la lotta all’evasione è un fastidio, il più possibile da evitare per non scontentare una parte dello “zoccolo duro” del proprio elettorato. Solo che fino ad ora, per farlo, ci si limitava (si fa per dire) all’utilizzo di “bufale” e palesi strumentalizzazioni. E neppure il più accanito avversario di questa destra poteva immaginare che si arrivasse a tanto, addirittura a quell’orrenda e vergognosa definizione di “pizzo di Stato”, per altro fatta in un posto violentemente e pesantemente colpito dall’unico vero inaccettabile “pizzo”, quello di stampo mafioso.

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