Governo come Robin Hood al contrario, ennesimo regalo ai “paperoni” del calcio


I ministri Giorgetti (economia) e Abodi (sport) avevano assicurato che non sarebbe accaduto, invece il salva calcio entra nella finanziaria con il maxi emendamento voluto dalla maggioranza di governo. Che continua a togliere ai più deboli per dare ai più ricchi e potenti…

Un clamoroso e sgradevole autogol. Dentro una manovra nella quale appare complicatissimo racimolare qualche risorsa, non può che lasciare increduli che circa 900 milioni saranno immolati dal governo in nome del salva calcio”. Così “Il Sole 24 Ore”, non certo tra i quotidiani più estremisti, commenta il super emendamento alla finanziaria proposto dal governo e approvato dalla maggioranza in Commissione, ora in approvazione in aula.

Alla fine ha vinto Lotito che si è battuto come un leone, con grandissima perseveranza, che ha convinto il governo e la maggioranza ancora una volta a piegarsi ai capricci dei ricchi e viziati del pallone di casa nostra. Nonostante fosse chiarissimo a tutto che il salva calcio è una misura odiosa e difficile da digerire. Inizialmente si voleva inserire nel decreto Aiuti quater, poi si è ripiegato sulla finanziaria ma sembrava che anche questa fosse via sbarrata dal presunto ostracismo di parte del governo stesso, con il ministro dell’economia Giorgetti e quello dello sport Abodi che aveva assicurato che questa volta il calcio italiano non avrebbe avuto alcun trattamento di favore.

Non c’è alcuna possibilità che il salva calcio possa in qualche modo rientrare nella finanziaria” aveva sentenziato senza alcun dubbio Giorgetti. “Sarebbe una grave ingiustizia, ci sono società virtuose che pagano in maniera puntuale tutti i loro adempimenti mentre altre hanno un paradigma gestionale diverso e noi dobbiamo garantire i principi e i valori” aveva aggiunto Abodi. Invece alla fine principi e valori sono stati messi da parte, come quasi sempre avviene nella politica italiana e il salva calcio è rientrato esattamente nella finanziaria. Fossimo nei panni dei due ministri, dopo questa colossale “figuraccia”, con in aggiunta la dimostrazione di quanto poco contino all’interno dell’esecutivo, non esiteremmo neppure un minuto a fare un passo indietro, quanto meno per una questione di dignità personale.

Ma nel nostro paese non succede praticamente mai che un politico abbandoni una poltrona e la dignità è stata da tempo abolita nella politica italiana. In ogni caso, al netto della figura “barbina” dei due ministri, la vera e grande vergogna è che ancora una volta il governo e la politica si piegano alla volontà e concede ai “paperoni” del calcio italiano quell’aiuto del tutto inopportuno che invece viene negato ai più deboli, a chi ne avrebbe più bisogno. Già solo per il fatto che i 900 milioni di euro “regalati” al calcio potevano e dovevano essere utilizzati per aiutare concretamente le famiglie italiane in difficoltà, c’era solo l’imbarazzo della scelta su quale forma di aiuto si poteva finanziare con quella cifra. Sicuramente non sufficiente, ma come sempre anche poco è meglio di niente. E comunque sarebbe stato un segnale importante.

“La pacchia è finita” hanno sempre ripetuto la Meloni e gli esponenti di governo. Ed i primi mesi dell’esecutivo hanno inequivocabilmente chiarito cosa intendevano. In effetti “la pacchia” è davvero finita (se mai fosse iniziata…) per i più deboli, per i più poveri, per le famiglie più in difficoltà. Però per i soliti fortunati, come i parlamentari, la casta della politica e quella per certi versi più odiosa del calcio, così come per i “furbetti” di casa nostra, la “pacchia” prosegue senza problemi. Per capire meglio cosa è accaduto, il provvedimento chiamato “salva calcio” inserito nel maxi emendamento alla finanziaria riguarda i debiti fiscali delle società di calcio. I cui pagamenti, con la “scusa” del covid, erano stati sospesi fino al termine dell’anno in corso.

Secondo i calcoli fatti, tra Irpef, Iva e Inps il calcio doveva all’erario quasi 900 milioni di euro, con l’Inter in testa alla classifica delle società più indebitate, seguita dalle due romane. E per chi non lo sapesse, il presidente di una delle formazioni romane, la Lazio, è proprio quel Lotito, senatore di Forza Italia, che si è battuto con tanto ardore, portando alla fine a casa il risultato voluto, per ottenere il “salva calcio”. Grazie al quale ora le società di calcio non dovranno più saldare i loro debiti con l’erario entro il 22 dicembre ma potranno farlo in 5 anni, in 60 comode rate, con una semplice minima maggiorazione del 3%, senza rischiare conseguenze anche sul piano sportivo.

Al di là del fatto che è bello sapere che abbiamo mandato in Parlamento (hanno, quelli che hanno avuto il coraggio di votarlo…) chi è lì per occuparsi principalmente dei propri interessi, fregandosene altamente dei quelli dei cittadini, questo favore al calcio comporterà per le casse dello Stato minori entrate per poco meno di 900 milioni, 889 per l’esattezza. Che, a voler essere immotivatamente ottimisti, verranno recuperati non prima del 2027. “Nessun favore al calcio, le regole valgono per tutti” aveva assicurato il ministro Giorgetti. Invece il suo governo e la sua maggioranza hanno dimostrato che in realtà per qualcuno, per pochi eletti, le regole non valgono per niente, confermando di essere fin troppo sensibili al fascino della lobby del pallone, di fronte alla quale si sono genuflessi quasi in segno di totale sottomissione. Per poi mostrare i muscoli con incomprensibile ferocia nei confronti dei più deboli, di chi è in difficoltà.

E’ infatti stridente, restando alla finanziaria, il contrasto tra l’arrendevolezza mostrata nei confronti dei “paperoni” del calcio e la feroce, anche un po’ sadica, intransigenza manifestata nei confronti di chi è in condizione di difficoltà. Così, mentre con una mano si concede tutto quello che chiedevano le società di calcio, con l’altra si continua a togliere a chi invece avrebbe bisogno di aiuto. Sempre nel maxi emendamento, governo e maggioranza hanno inserito una norma che prevede che i percettori del reddito di cittadinanza perdano il beneficio se rifiuteranno la prima offerta di lavoro, anche se non congrua. Fino ad ora era considerata congrua una proposta di lavoro che fosse compatibile con le proprie capacità e competenze, con una retribuzione superiore del 20% rispetto all’assegno del reddito stesso e che si svolgesse entro 80 km dalla residenza o che fosse raggiungibile entro 100 minuti con il trasporto pubblico.

Ora tutto ciò decade, non ha alcuna importanza se il lavoro proposto non corrisponde affatto alle proprie competenze, se la retribuzione è insufficiente o addirittura inferiore all’assegno stesso, tanto meno se il lavoro proposto è anche a 1000 chilometri di distanza dalla propria residenza. Se non si accetta, addio al reddito di cittadinanza. E se in assoluto, senza bisogno di paragoni, siamo di fronte ad una norma semplicemente folle, è davvero stridente questa ferrea intransigenza rispetto alla più totale disponibilità e arrendevolezza di fronte ai “paperoni” del calcio.

E’ uno dei più grossi scandali a cui ho assistito da quando sono in Parlamento, è una marchetta ai presidenti di un calcio pieno di debiti” commenta sarcasticamente su Twitter l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi secondo cui parte dei 900 milioni di euro di mancati introiti per le casse dello Stato verrà coperto con il budget destinato per il 2023 alla 18App (230 milioni di euro), visto che con la riforma varata dal governo sarebbe stato azzerato il fondo per il prossimo anno (anche se Giorgetti, quello che assicurava che il “salva calcio” non sarebbe mai stato inserito in finanziaria, sostiene che il fondo resterà).

C’è poco di che essere sorpresi, si era capito sin dai suoi primi passi come questo governo fosse una sorta di Robin Hood al contrario, che toglie ai più deboli per dare ai più ricchi e potenti.

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