Il senso dello Stato della Meloni e del suo governo, “schiaffo” alle vittime di piazza Fontana


Per la prima volta dopo decenni né la presidente del Consiglio né alcun componente dell’attuale governo partecipano alla commemorazione o spendono due parole in occasione del 53° anniversario della strage di piazza Fontana, opera dei fascisti di Ordine Nuovo

Dovere e senso dello Stato sono concetti che ricorrono nel messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del 53° anniversario della strage di piazza Fontana. E il richiamo al senso dello Stato è presente con frequenza anche nel film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordano che racconta gli eventi di quella tragedia. Si può discutere a lungo sul significato e sul valore di quelle espressioni.

Di sicuro, però, è indiscutibile che fino ad ora non ha certo mostrato di averne a sufficienza il nuovo governo guidato da Giorgia Meloni, come dimostra il fatto che, per la prima volta dopo decenni, nessuno dell’esecutivo si è sentito in dovere di partecipare alla commemorazione ufficiale dell’anniversario di quella strage, per non parlare del fatto che né la presidente del Consiglio né nessun altro componente del governo ha speso 2 parole per ricordare questa tragica ricorrenza. A farlo ci ha pensato come al solito il presidente Mattarella. Per i pochi che non lo sanno, la bomba che esplose nella sede di piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 segnò l’inizio di una stagione difficilissima per la nostra nazione, provocando ben 17 morti.

A cui si devono aggiungere altre 2 vittime strettamente legate ai fatti successivi a quella strage e agli ignobili depistaggi messi in atto da pezzi dello Stato: l’anarchico Giuseppe Pinelli e il commissario Luigi Calabresi. Il primo morto in circostanze misteriose mai chiarite all’interno del commissariato di polizia di Milano, dopo 3 giorni e 3 notti di fermo, effettuato nelle ore successive all’attentato , quando fu seguita la pista anarchica (con tanto di arresto di Pietro Valpreda), poi rivelatasi del tutto infondata. Il commissario Calabresi, invece, fu ucciso nei mesi successivi dopo la violentissima campagna orchestrata contro di lui dall’estrema sinistra (e in particolare da Lotta Continua) che lo accusava di aver ucciso o quanto meno provocato la morte la morte di Pinelli.

Avvertiamo il dovere di ricordare, con la stessa intensità di sempre, l’impegno di cui Milano per prima fu interprete e che consentì al Paese intero di sconfiggere le strategie eversive neofasciste e le bande terroristiche di ogni segno che insanguinarono la non breve stagione che seguì alla strage” scrive nel suo messaggio Mattarella che ci tiene a ricordare la matrice fascista della strage, così come tutta la gravissima opera di depistaggio.

La matrice di quella strage – prosegue il presidente della Repubblica – tardò a emergere a causa di complicità e colpevoli inadeguatezze ma, nonostante i tentativi di deviazioni, il contesto di aggressione al popolo e alla democrazia è stato chiarito grazie al senso del dovere di donne e uomini, servitori delle istituzioni e alla passione civile degli italiani”. Senso del dovere, oltre a quello dello Stato, che è mancato completamente al governo che doveva, possibilmente con la presidente del Consiglio ma quanto meno con qualcuno dei suoi più autorevoli componenti, presenziare alla commemorazione che si è svolta lunedì pomeriggio e che ha visto, a rappresentare lo Stato, solo la presenza del sindaco Sala.

Come diceva sempre Andreotti “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca” ed in questa circostanza è sin troppo facile “pensar male”, collegando questo inaccettabile comportamento della presidente del Consiglio all’ambiguità che ancora caratterizza lei e il suo partito. Che, nonostante le apparenze e i tentativi un po’ maldestri di rifarsi un’improbabile “verginità”, faticano terribilmente a tagliare definitivamente i ponti con un certo passato. Come dimostrano proprio alcune vicende legate alla storia di piazza Fontana.

Tre anni fa, ad esempio, in occasione del 50° anniversario proprio la Meloni pubblicò sui social un post estremamente significativo. “A 50 anni dalla strage di Piazza Fontana – scriveva – non dimentichiamo le vittime innocenti di quella barbarie. A noi tutti il compito di non smettere di cercare verità e giustizia e di impedire che ritornino quegli anni bui”. Al di là del fatto, certamente non irrilevante, che ora a dimenticare “le vittime innocenti” sono stati propri la Meloni e il suo governo, quel messaggio racchiude il nocciolo della questione, la rimozione, per interesse di parte, di una realtà chiara ed inequivocabile.

La strage di piazza Fontana fu opera dei fascisti di Ordine Nuovo, non c’è più niente da cercare come invece sosteneva 3 anni fa l’attuale presidente del Consiglio. Così come “nera” è la matrice della strage di Bologna, anche questa insensatamente messa in discussione dalla Meloni e dal suo partito. Senza dimenticare il fatto che il fondatore di Ordine Nuovo è un uomo a cui ancora una buona parte del partito della presidente del Consiglio si sente legato, quel Pino Rauti la cui figlia è attualmente sottosegretario alla difesa. Intrecci ambigui e opachi su cui la presidente del Consiglio non è mai riuscita a fare chiarezza , che rappresentano un pesante fardello ora che Giorgia Meloni e il suo partito guidano il governo.

E se certe esternazioni provocavano fastidio quando erano all’opposizione, figuriamoci quando possano essere inaccettabili oggi che governano il paese. E che, di conseguenza, dovrebbero avere il coraggio e il senso di responsabilità di mettere in secondo piano gli interessi di partito. D’altra parte, però, solo qualche mese fa (aprile 2022), proprio il partito della Meloni, in un convegno organizzato al Senato da Federico Mollicone, ora “promosso” presidente della Commissione Cultura della Camera, celebrava spudoratamente l’ex capo dell’ufficio D dei servizi segreti, Gianadelio Maletti (morto nel 2021), pienamente coinvolto nella strage di piazza Fontana e nella vergognosa opera di depistaggio successiva e condannato per favoreggiamento nei confronti dell’ordinovista Marco Pozzan.

E’ chiaro che con simili premesse per Giorgia Meloni non sarebbe stato agevole presenziare alla commemorazione della strage di piazza Fontana. Ma non averlo fatto denota innanzitutto uno scarsissimo coraggio, un ancor minore senso dello Stato ed una grave mancanza di rispetto nei confronti delle vittime, dei familiari e di tutto il paese.

Il silenzio e l’assenza della Meloni e del governo sono più assordanti di qualunque discorso. Piazza Fontana è una piazza scomoda perché ci si deve scontrare con un passato non facile da accettare. Bisogna riconoscere alcune colpe e se è ancora così scomoda, a 53 anni di distanza, vuol dire che coglie nel segno delle debolezze della politica italiana” ha commentato il presidente dell’Associazione “Vittime di piazza Fontana” Federico Silicato. Un atto di accusa da sottoscrivere in pieno, una grave onta difficile da lavare per il nuovo governo e per la sua presidente del Consiglio.

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