La pacchia è finita… ma non per i parlamentari!


Una determina approvata dal collegio dei questori “regala” nuovamente ai deputati l’insopportabile bonus per l’acquisto di dispositivi tecnologici, per giunta aumento del 120% (fino a 5.500 euro) rispetto al 2018. Abolita anche la penale per gli assenteisti

Ce lo siamo sentiti ripetere prima ancora dell’inizio della legislatura. Anzi, si potrebbe dire che quell’odioso “la pacchia è finita”, ripetuto ossessivamente dalla stessa presidente del Consiglio Meloni e dal solito Salvini ad ogni occasione (dai migranti ai rave, fino al reddito di cittadinanza), è diventato lo slogan distintivo del nuovo governo e della nuova maggioranza. I primi passi concreti dell’esecutivo e delle forze politiche che lo sostengono, però, ci hanno fatto subito capire che, riprendendo un famoso messaggio pubblicitario, in realtà la pacchia è finita “per molti ma non per tutti”. Infatti si è ampiamente capito che, ad esempio, per gli evasori la pacchia continua indisturbata, così come in generale chi è in una posizione privilegiata continuerà a godere di ogni genere di privilegio e a non dovrà in alcun modo “stringere la cinghia” come invece dovranno fare la maggior parte delle famiglie italiane.

Naturalmente, non ci sarebbe neppure bisogno di sottolinearlo, una categoria per la quale la pacchia non sembra mai essere destinata a finire è quella dei parlamentari. Non che ci fossero molti dubbi in proposito, ma nel caso gli eventi degli ultimi giorni hanno contribuito a fugarli definitivamente. In particolare la determina del 24 novembre scorso approvata dal collegio dei questori (Paolo Trancassini di Fratelli d’Italia, Alessandro Manuel Benvenuto della Lega e Filippo Scerra del Movimento 5 Stelle) ha omaggiato i 400 deputati dell’attuale legislatura di un doppio graditissimo regalo: il bonus per l’acquisto di dispositivi tecnologici e la cancellazione della penale per limitare l’erogazione dei fondi.

Partendo da quest’ultima, nella precedente legislatura, per provare a limitare l’assenteismo, era stata inserita una penale che stabiliva che venivano attivate delle trattenute e decurtati stipendi e diarie se un parlamentare non partecipava ad almeno il 50% delle sedute in Aula o non presentava almeno l’80% delle proposte di legge e degli atti ispettivi in formato elettronico. Troppa pressione per i nostri poveri e stressati deputati, una privazione troppo grande della loro libertà dover addirittura partecipare ad almeno il 50% delle sedute in aula… Per usare un termine tanto caro al ministro per gli affari regionali Roberto Calderoli, un’autentica “porcata”. Di certo non peggiore, però, all’altro regalo di Natale anticipato che il collegio dei questori ha concesso ai loro colleghi deputati (i tre questori sono a loro volta deputati…) nell’ambito della cosiddetta disciplina delle dotazioni d’ufficio, il bonus finalizzato al rimborso dell’acquisto di dispositivi tecnologici. Che, ad onor del vero, non è una novità perché era stato deliberato già nella passata legislatura, nel 2018 con il presidente della Camera grillino Roberto Fico. Però all’epoca era stato stabilito il limite di 2.500 euro di rimborso spese per ogni parlamentare.

Ora, invece, è stato deciso un incredibile quanto spropositato aumento del 120%, visto che il rimborso a disposizione di ogni deputato sale addirittura a ben 5.500 euro. Con il conseguente paradosso che, pur con 230 deputati in meno (nella nuova legislatura, con l’entrata in vigore della riduzione del numero dei parlamentari, si è passati da 630 a 400 deputati), la spesa prevista per questo sconcertante regalo di Natale fa registrare un aumento di 625 mila euro, passando da 1.575.000 del 2018 agli attuali 2.200.000 euro. Una maxi bonus finalizzato al rimborso di beni come tablet, smartphone, pc ma anche accessori come cuffie, auricolari, monitor fino a 34 pollici. A rendere ancora più surreale questo ennesimo privilegio riservato alla cosiddetta “casta” è il fatto che la verifica delle spese rimborsabili saranno non soli i deputati stessi ma, addirittura, gli stessi componenti del collegio dei questori che hanno deliberato questo succoso regalo.

Nel 2018, quando per la prima volta fu previsto questo incomprensibile regalo, il provvedimento passò quasi sotto silenzio, senza provocare particolari polemiche. Si stava abolendo definitivamente la povertà dal nostro Paese (almeno così si diceva…) e per festeggiare lo storico evento il piccolo regalino a chi, di certo, problemi di povertà non ne ha mai avuti, è passato quasi inosservato. Ora, invece, mentre il Paese sta passando uno dei periodi più difficili dal dopoguerra, alle prese con il difficile post pandemia, con la crisi energetica e l’inflazione che galoppa, già la semplice conferma di quell’inopportuno bonus è quanto mai inopportuna. Se, poi, viene addirittura gonfiato del 120% è davvero troppo.

Uno schiaffo a tutti i cittadini “normali” a cui si impongono pesanti sacrifici, a cui addirittura si pensa di togliere anche quel sostegno indispensabile per chi altrimenti rischia davvero di non poter sopravvivere. Un affronto, una dimostrazione di irritante arroganza sui livelli del “perché io sono io e voi non siete un cazzo” del Marchese del Grillo (Alberto Sordi) o del “Cosa intendo fare per i poveri e i bisognosi? Una beata minghia” di Cetto Laqualunque (Antonio Albanese). I firmatari del provvedimento lo hanno giustificato sostenendo che il bonus è necessario per rispondere alle “esigenze individuali di aggiornamento tecnologico” dei deputati. Che, però, se davvero dovessero avere questa particolare esigenza potrebbero fare come tutti i normali cittadini, cioè pagare di tasca propria.

Anche perché, a differenza di gran parte dei cittadini stessi, nonostante il periodo di crisi continuano a godere di lauti stipendi e consistenti rimborsi di ogni tipo. Solo per ricordare, attualmente i 400 deputati usufruiscono di uno stipendio mensile (indennità parlamentare) lordo di 10.453 euro, pari a 5.269,04 euro netti. A cui vanno aggiunti i 3.503,11 euro netti mensili della diaria, i 3.690 euro netti mensili per il cosiddetto rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, il rimborso trimestrale per le spese di viaggio tra 3.323,70 e 3.995,10 euro (se la distanza da percorre è pari o superiore ai 100 km) e il rimborso annuo per le spese telefoniche di 1.200 euro. In altre parole ogni deputato, nella peggiore delle ipotesi, porta a casa ogni mese tra indennità, diaria e rimborsi vari poco meno di 14 mila euro (13.670.05 euro per l’esattezza).

Se anche avesse davvero bisogno di soddisfare la propria esigenza di “aggiornamento tecnologico” avrebbe tutti i mezzi per farlo autonomamente, senza dover far nessun sacrificio. Un chiaro segnale che la casta, con le sue insopportabili distorsioni, è tornata. Se mai se ne fosse andata…

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