L’umiliazione, la violenza verbale e il cinismo dopo lo stupro


Dopo la denuncia di stupro da parte di una minorenne a San Benedetto si ripropone il solito ignobile copione, con l’inaccettabile tentativo di distribuire le responsabilità tra la vittima e i carnefici. “Siamo stanche di avere paura e piene di rabbia” denuncia “Li­berә Tuttә”

Premesso che non ci può essere nulla di più drammaticamente terribile di una violenza (per giunta di gruppo) subita da una ragazza (ancor più se minorenne), è indiscutibile che in quanto accaduto a San Benedetto nei giorni scorsi ci sono degli aspetti per certi versi ancora più allarmanti e sconcertanti. Che però purtroppo non stupiscono e non sorprendono più di tanto, perché frutto di quella che viene definita la “cultura dello stupro”, purtroppo sempre più diffusa, che tende sempre e comunque a criminalizzare la donna, avallando l’idea che in qualche modo se l’è cercata. Alimentata non solo da un certo tipo di informazione, che tende a sottolineare ed amplificare determinati particolari che, soprattutto nelle “menti ottuse”, scatenano inaccettabili illazioni. Ma anche e soprattutto da alcune vergognose sentenze, più volte sottolineate, che giustificano, spesso fino anche ad assolvere, gli autori dello stupro, sulla base del comportamento o anche dell’abbigliamento della vittima. L’ultimo caso è dei giorni scorsi, l’ignobile sentenza della Corte di Appello di Torino che ha assolto un ragazzo, denunciato per stupro, perché la vittima (che aveva espressamente detto al ragazzo di non volere alcun tipo di relazione, men che meno di carattere sessuale) aveva lasciato la porta del bagno socchiusa, per gli inqualificabili giudici di Torino chiaro “invito ad osare”.

Ma prima di quella sentenza nei mesi e negli anni passati ce ne erano state altre ancor più sconcertanti, con lo stupro negato una volta perché la ragazza indossava i jeans, un’altra perché indossava biancheria intima troppo sexy, un’altra ancora perché aveva detto no ma poi non aveva urlato, fino a quello che forse è il punto più basso e più vergognoso mai toccato, la denuncia di stupro dell’ex moglie nei confronti del marito archiviata in nome del “sacro diritto dell’uomo di pretendere prestazioni sessuali dalla moglie”. E se la cosiddetta “cultura dello stupro” in qualche modo viene addirittura istituzionalizzata, è conseguenza inevitabile che poi di fronte a vicende, pur così drammatiche, come quella accaduto a San Benedetto ci tocchi ascoltare determinate reazioni.

A cui in questo caso si aggiunge una sorta di sconcertante cinismo di chi, di fronte al dramma che stanno vivendo una povera ragazzina minorenne e la sua famiglia, prima di ogni altra cosa si preoccupa del possibile ritorno di immagine negativo per il turismo a San Benedetto che può derivare da questa vicenda, che segue di qualche giorno un’altra denuncia di stupro. C’è da rabbrividire nel leggere le prime righe di un articolo di un quotidiano locale nelle quali il rischio di un qualche impatto di queste vicende sul turismo ha la precedenza e preoccupa molto più della drammatica vicenda in se,, del terribile incubo e delle pesanti conseguenze che dovrà subire quella ragazzina. Pur se purtroppo ormai abituati, non meno sconcertanti e sconfortanti sono molti dei commenti letti sui social in merito a quanto avvenuto.

Dopo un fatto del genere ci si aspetterebbe che la città e le persone si stringano intorno a lei come a tutte le survivors – denuncia in una nota “Li­berә Tuttә”, il grup­po tran­sfem­mi­ni­sta e in­ter­se­zio­na­le che ope­ra nel­la pro­vin­cia di Asco­li “per i di­rit­ti di tut­ti ad au­to­de­ter­mi­nar­si” – e invece ci è toccato leggere commenti beceri, che sottolineano come la ragazza sarebbe dovuta stare a casa a quell’ora (perché si sa, le violenze accadono solo dalle 22 in poi, non prima), commenti che vittimizzano chi ha subito la violenza e danno quasi scusanti o giustificazioni ai violentatori. Perché è inaccettabile, per alcune di queste persone che hanno commentato la notizia, che una ragazza abbia la libertà di stare fuori casa a chissà che ora della notte o vestita chissà come”.

“Se fosse o sarà mia figlia mi vergognerei a denunciare l’accaduto e se farà la puttanella in giro probabilmente me ne assumerei le responsabilità per una maleducazione. Se vai a denunciare il giorno dopo forse la notte stessa eri pure abbastanza ubriaca o fatta per denunciare”. “La violenza va sempre punita ed è ingiustificabile ma le ragazze di oggi sono tutto meno che santarelline che inviterei ad un’educazione di base dove il decoro manca”. “I ragazzi hanno sicuramente la loro colpa ma mia madre la sera mi faceva stare a casa o al massimo se mi faceva uscire potevo stare intorno a casa. E comune alle 22 dovevo stare a casa. Troppo esagerata forse, ma a me non è mai successo nulla”.  

Questi sono solo alcuni dei commenti a cui fa riferimento “Li­berә Tuttә”. Un’inaccettabile tentativo di distribuire le responsabilità che, per la vittima, è come subire un’ulteriore e per certi versi più profonda violenza. Una vergogna, indegna di un paese civile, frutto di una mentalità patriarcale e maschilista che purtroppo è ancora imperante nel nostro paese.

Secondo queste persone – prosegue la nota di “Li­berә Tuttә” – la responsabilità di quello che è accaduto a quella ragazza e che accade ad altre donne, ragazze, persone è da distribuire tra chi ha subito e chi ha violato. Non sia mai che la colpa ricada sugli stronzi stupratori di merda, no, la ragazza un po’ se l’è cercata, i genitori che non mettono un catenaccio alle figlie femmine sono sconsiderati”. La settimana scorsa, quando ci siamo occupati della vergognosa sentenza della Corte di Appello di Torino, avevamo chiuso l’articolo ponendo un interrogativo: “ma, allora, che senso ha continuare a denunciare?”.

Per certi versi una sorta di risposta, a dir poco inquietante ma terribilmente realistica, attiva ancora da “Li­berә Tuttә”. “Ci si chiede come mai le donne non denunciano – si legge ancora nella nota – non denunciano perché non vengono credute, perché si dice loro che hanno parte della colpa di cosa è accaduto, non denunciano per non rivivere il trauma, per paura di finire in pasto alla pubblica piazza che le addita, le giudica, le allontana. E allora mentre voi vi stupite perché noi, spesso, non denunciamo, noi ci stringiamo alla ragazza e a tutte le donne che sopravvivono alle violenze di genere e ringraziamo tutte quelle che trovano il coraggio, nonostante tutto, di denunciare”.

Non possiamo che sottoscrivere e unirci al loro grido di dolore. Così come non possiamo che condividere l’allarme/appello lanciato sempre da “Li­berә Tuttә” qualche giorno prima, in occasione del precedente caso di violenza denunciato a San Benedetto: “siamo stanche di avere paura e siamo piene di rabbia, perché le strade sono nostre, come nostri sono i corpi. Per questo oggi siamo qui per ribadire che se toccano una, toccano tutte. Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa. E non sappiamo che altro dire se non che basta guardare nel giardino di casa per rendersi conto che l’emergenza è reale. Riprendiamoci il diritto di sentirci al sicuro e proteggiamo le nostre sorelle”.

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