Gli stipendi italiani non crescono, aumenta il divario con l’Europa


Il report semestrale dell’Osservatorio JobPricing conferma che gli stipendi italiani crescono meno rispetto a quelli del gruppo Ocse e dell’Eurozona. Anzi, negli ultimi 30 anni invece di aumentare hanno fatto registrare una diminuzione complessiva del 2,9%

Dallo studio semestrale dell’Osservatorio JobPricing è arrivata la conferma: gli stipendi degli italiani crescono meno rispetto a quelli del gruppo Ocse e dell’Eurozona. Anzi, forse sarebbe il caso di dire che non crescono per nulla visto che sono gli unici, in entrambi i gruppi, che negli ultimi 30 anni invece di aumentare hanno fatto registrare una diminuzione complessiva del 2,9%. A rendere il quadro ancora più inquietante è la crescita dei prezzi, dell’1,9% nell’ultimo anno e del 5,7% tra il 2015 e il 2021, con la conseguenza che il potere di acquisto dei lavoratori è stato sensibilmente eroso dall’inflazione.

Dal 2014 il “JP Salary Outlook”, il report aggiornato semestralmente dell’Osservatorio JobPrincig offre una fotografia sempre attuale delle retribuzioni del settore privato in Italia e rappresenta, per l’ampiezza e la profondità delle informazioni, un punto di riferimento ormai consolidato nel panorama delle analisi retributive del mercato italiano: il suo scopo è quello di dare un contributo di trasparenza e di oggettività in un campo troppo spesso dibattuto in base al senso comune, piuttosto che in base ai dati. E l’ultimo report semestrale (dati al 31 dicembre 2021) conferma come le retribuzioni medie sono tra le più basse e, addirittura, perdono due posizioni nelle classifiche internazionali, sia quella del gruppo Ocse che quella dell’Eurozona.

Infatti nella prima graduatoria l’Italia scende al 25° posto (su 36 paesi), con un divario rispetto alla top performer (gli Stati Uniti) di circa 31 mila dollari. Nella classifica dell’Eurozona, invece, il nostro Paese scende all’11° posto (su 17), con un divario rispetto al Lussemburgo (primo nella classifica) di 28 mila dollari. Tra gli altri dati del report da segnalare come non migliora, anzi aumenta ulteriormente il gender pay gap (il divario tra le retribuzioni degli uomini e quelle delle donne), così come il gap salariale tra i giovani che iniziano a lavorare e chi è alla fine della propria carriera. Complessivamente la Retribuzione Annua Lorda (Ral) degli italiani nel 2021 si attesta a 29.3401 euro, mentre la Retribuzione Globale Annua (Rga) a 29.840 euro. Per completezza d’informazione la Ral include solo le retribuzioni fisse, mentre la Rag include anche qualsiasi componente variabile.

Andando più nel dettaglio, occorre innanzitutto sottolineare come i dati JobPrincig raccolti nel 2021 si compongono dell’1,3% di dirigente, del 4,4% di quadri, del 36,1% di impiegati e del 58,1% di operai. La media Ral per i dirigenti è di 101.649 euro, dei quadri di 54.519 euro, gli impiegati si attestano in media a 30.836 ed infine gli operai a 24.787 euro. I dati Rag sono significativamente differenti dalle Ral solo per quadri e dirigenti. La retribuzione mensile percepita varia in virtù del numero delle mensilità contrattuali e in base all’imposizione fiscale progressiva, con i differenziali salariali diminuiscano tra gli inquadramenti passando dal lordo al netto. Complessivamente le retribuzioni medie nazionali nel 2021 sono rimaste congelate rispetto all’anno precedente, con una variazione del  +0,3% per la Ral, mentre le Rga registrano addirittura una diminuzione dello 0,2%.

La dinamica dell’ultimo anno ricalca quella degli anni precedenti: la variazione media annua 2015-2021 è stata di 0,4% per la Ral e 0,2% per la Rga, mentre la variazione media dell’intero periodo è stata rispettivamente del 2,1 e 0,8%, confermando la situazione di vera e propria stagnazione salariale. I salari globali medi degli operai (24.996 euro) sono gli unici che crescono, sia pure di appena lo 0,6%. Dirigenti (112.906 euro), quadri (56.981 euro) e impiegati (31.329 euro) registrano retribuzioni globali in diminuzione, rispettivamente -2,3%, -1,8% e -0,9%.

Nonostante i dirigenti guadagnino in media 134 mila euro di Rga e un CEO possa arrivare a guadagnare fino a 208 mila euro, in Italia il grosso delle retribuzioni si attesta sotto la soglia dei 35 mila euro, esponendo il 90% dei lavoratori a continue perdite di potere di acquisto dovute all’inflazione. Il divario salariale molto ampio tra un CEO e un operaio (multiplo retributivo) può arrivare a un massimo di 9,7, ossia un operaio arriva a guadagnare quasi dieci volte in meno di un amministratore delegato. Tra Nord e Sud e Isole vi è un differenziale di circa 3.800 euro sulla Ral e di circa 4.500 euro sulla Rga. Tra Nord e Centro il differenziale non arriva a 1.000 euro di Ral e 1.300 euro di Rga. Al nord si guadagna il 3.3% in più rispetto alla Ral media nazionale, al centro lo 0,2% in più e al Sud e nelle isole il 9,7% in meno.

La classifica si inverte se si guarda le tendenze degli ultimi 5 anni dove le retribuzioni sono aumentate del 4,2% per sud e isole, del 3,3% per il centro e solo dell’1,1% per il nord. Il settore Servi Finanziari si conferma quello meglio pagato (44.513 di Ral e 47.066 di Rga) e con il tasso di crescita 2015-2021 più alto (+8,7% Ral, +9,0% Rga). All’ultimo posto il settore dell’Agricoltura (24.179 euro Ral, 24.387 Rga) che, però, registra in assoluto il trend migliore di crescita della Rga nel periodo 2015-2021 (+9,3%). Da segnalare anche che nelle grandi imprese si guadagna in media il 44% in più rispetto alle micro imprese.

Come anticipato, purtroppo aumenta dell’8,6% il gender pay gap che passa dal 12,8 al 13,9%. La Rga media degli uomini è di 31.330 euro, con un aumento dello 0,1% rispetto al 2020, mentre quella delle donne è di 27.512 euro, con una diminuzione dello 0,8%. In pratica è come se, nel 2021, le donne avessero lavorato gratis dal 1 gennaio al 13 febbraio, una settimana in più rispetto al 2020. I dati confermano infine che la laurea garantisce un vantaggio competitivo notevole in termini di carriera e stipendio, con un differenziale retributivo tra laureati e non laureati che si attesta intorno al 45%.

Per quanto riguarda le regioni, in testa alla classifica c’è la Lombardia, sia per quanto riguarda il Ral (31.553 euro) che per quanto concerne il Rga (32.191 euro), mentre in coda troviamo la Basilicata (rispettivamente 24.956 e 25.317 euro). Per quanto riguarda le Marche, la nostra regione si trova all’undicesimo posto (Ral 27.447 euro, Rga 27.687 euro) ma è tra le regioni che fa segnare una diminuzione rispetto all’anno precedente sia per quanto riguarda il Ral (-0,2%) che per quanto concerne il Rga dove, con il -2,9% addirittura è quella che fa segnare la più consistente diminuzione. Non solo, le Marche sono la regione peggiore anche per quanto riguarda la variazione media annua nel periodo 2015-2021, nella Ral insieme alla Valle d’Aosta con appena lo 0,1%, nella Rga con l’Emilia Romagna con un -0,2%.

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