Paghe da fame, caporalato, diritti negati e niente sicurezza: in Italia condizioni di lavoro da “terzo mondo”


E’ un quadro terribile quello che emerge dalla relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro, sullo sfruttamento e la sicurezza nel nostro Paese, stilata da un anno di audizioni, indagini, confronti e centinaia di sopralluoghi

I giovani non hanno voglia di lavorare, preferiscono divertirsi con gli amici, tanto poi percepiscono il reddito di cittadinanza”. Da mesi sugli organi di informazione tradizionale e sui social leggiamo e ascoltiamo con stucchevole ripetitività sempre questo refrain che contiene un duplice chiaro attacco. Ai giovani di oggi, che secondo questa narrazione non hanno voglia di lavorare, al reddito di cittadinanza, che di fatto rende problematico per gli imprenditori trovare personale. Naturalmente per continuare a propinare questo racconto c’è la necessità che, di contro, certe notizie reali passino in secondo piano o, addirittura, sotto silenzio. Nei giorni scorsi, ad esempio, un noto ristoratore “stellato” è stato arrestato per evasione da 107 milioni di euro.

E se ci si ferma a riflettere un attimo e si considerano i dati sull’evasione fiscale (le ultime stime parlano di circa 110 miliardi) ci si rende conto che forse i presunti “sprechi” provocati dal reddito di cittadinanza sono ancor meno della classica “pagliuzza”. Sempre nei giorni scorsi è passata quasi sotto silenzio la polemica tra il ministro del lavoro Orlando e il presidente di Confidustria Bonomi sulla proposta del primo, aiuti economici alle imprese che aumentano gli stipendi dei propri dipendenti, giudicata “un ricatto” dal secondo, che poi ci ha tenuto nelle ore scorse a ribadire che in questo momento “le imprese non hanno spazio per gli aumenti salariali”.

Dichiarazioni nauseanti e pretestuose che sono ancora più inaccettabili alla luce di quanto emerge dalla relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro, sullo sfruttamento e la sicurezza in Italia resa pubblica il 20 aprile scorso e, guarda il caso, neppure citata da giornali e tv. Perché è sufficiente leggere le prime righe delle conclusioni a cui è giunta la Commissione per comprendere (o meglio avere la conferma) di quale sia complessivamente la situazione nel nostro paese. “La prima costante che si deve sottolineare – si legge nella relazione conclusiva – riguarda il rapporto tra la ricerca del profitto con modalità, termini e proporzioni prevalenti sulla tutela della dignità, della salute e della sicurezza”.

Altro che giovani che non hanno voglia di lavorare o imprenditori che non trovano personale per colpa del reddito di cittadinanza – commenta il parlamentare di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni – sono banali menzogne. Paghe da fame, caporalato, ferie, permessi riposo e contributi negati, minacce e ritorsioni. Questo è il terribile quadro che emerge, purtroppo non una novità per tante e tanti. E nessun settore si salva, soprattutto logistica, turismo e ristorazione”.

La Commissione parlamentare di inchiesta ha operato per circa un anno (dal 12 maggio 2021) acquisendo informazioni e dati in particolare per quanto concerne la sicurezza dei luoghi di lavoro e sulle diverse forme di sfruttamento dei lavoratori. Oltre al tradizionale strumento delle audizioni, ha acquisito ulteriori e importanti elementi attraverso una lunga serie di sopralluoghi, focalizzando inizialmente la propria attenzione sul tema dello sfruttamento dei lavoratori in agricoltura, con particolare riguardo al fenomeno del capolarato. Successivamente il raggio di azione si è allargato all’approfondimento di fenomeni di sfruttamento presenti anche nel comparto tessile e, più in generale, in alcune realtà industriali “insospettabili”.

E quello che è emerso è un quadro decisamente sconcertante, con il fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori, da parte di caporali senza scrupoli, che si è evoluto significativamente nel corso degli ultimi anni, passando dai casi di un forte coinvolgimento della malavita organizzata locale a situazioni di sfruttamento di lavoratori indifesi, quasi sempre stranieri, anche da parte di loro connazionali che organizzano il trasferimento dal Paese di origine fino al luogo di lavoro. La Commissione ha poi dedicato un focus specifico anche alle ulteriori forme di sfruttamento che si affiancano a quelle più tradizionali, acquisendo utili elementi informativi in particolare per il settore della ristorazione e della logistica.

Nella conseguente relazione finale, dopo una prima parte introduttiva dedicata ad una panoramica sui temi della sicurezza dei lavoratori e delle diverse forme di sfruttamento, sono stati inseriti i risultati di uno studio innovativo, elaborato da uno specifico gruppo di lavoro istituito in seno alla Commissione, volto ad analizzare l’impatto sociale ed economico degli incidenti sui luoghi di lavoro in Italia. Uno specifico capitolo viene, poi, dedicato alle nuove forme di sfruttamento dei lavoratori attraverso le moderne tecnologie. Si tratta del nuovo fenomeno che ha assunto la denominazione di “capolarato digitale” e che vede nell’utilizzo degli algoritmi il fulcro per lo sfruttamento del lavoratore. Infine nel capitolo conclusivo della relazione vengono riportate le prime considerazioni in merito alla sicurezza dei luoghi di lavoro a seguito dell’emergenza pandemica provocata dal covid.

Sulla base delle informazioni e dei dati raccolti la Commissione parlamentare è poi giunta a determinate conclusioni, caratterizzate da “una serie di costanti e di variabili”. E la prima costante sottolineata è quella citata riferita al “rapporto tra la ricerca del profitto con modalità, termini e proporzioni prevalenti sulla tutela della dignità, della salute e della sicurezza”. “Non si tratta di reiterare in questa sede un adagio scontato teso a ritenere che il profitto spinge l’operatore economico a travalicare il confine tra legalità e illegalità del lavoro – si legge nella relazione –  ma di porre un’analisi ben fondata e concreta sulle ragioni per cui, nel campo della tutela dei diritti del lavoro e specificamente della sicurezza e salute del lavoro, ciò avviene con particolare frequenza e con notevoli danni per la vita, salute, libertà, dignità e con aggravio della spesa pubblica”.

Altra costante che emerge e che viene sottolineata è la diffusività geografica su tutto il territorio del Paese di questo fenomeno, così come degli incidenti e delle morti sul lavoro. “Si vedano al riguardo – prosegue la relazione – i dati che emergono circa il caporalato e lo sfruttamento del lavoro dove nessuna regione risulta esente da questa piaga non degna di un paese civile. Infatti emerge un’allocazione del delitto di intermediazione illecita di manodopera molto diffuso nell’ambito dell’agricoltura e trasversale a molti settori dell’economia”. La terza costante riguarda nello specifico gli incidenti sul lavoro che riguardano quasi esclusivamente operai e manovalanza di vario tipo, a dimostrazione che sono vittime sempre gli anelli deboli della catena lavorativa.

Evidentemente – si legge nella relazione – vi è un sistema organizzativo del­l’impresa che non presta la dovuta attenzione a tutti gli obblighi della sicurezza e che scarica sui lavoratori, sulla loro pelle, i deficit strutturali e organizzativi dell’ambiente di lavoro. In breve, non si muore soltanto di cadute dall’alto o per schiacciamento o altre dinamiche ma anche per la cattiva organizzazione”. L’ultima costante che merita di essere evidenziata riguarda la trascuratezza che gli operatori, i media, gli studi e le stesse forze sociali rivolgono al peso macroeconomico specifico dell’illegalità del lavoro e al rapporto con la politica economica. Infine per quanto riguarda gli incidenti sul lavoro anche nel periodo della pandemia si è assistito ad una crescente gravità.

Le cause degli incidenti mortali e di quelli gravemente lesivi – scrive la Commissione – si devono rintracciare materialmente nella violazione delle normative in materia di sicurezza del lavoro e specificamente nella trascuratezza della formazione quale prima forma di prevenzione culturale, della sorveglianza sanitaria e dell’obbligo di vigilanza all’interno dell’ambito lavorativo”.

Adesso che anche la Commissione Parlamentare di inchiesta ha certificato quello che sappiamo da tempo una certa politica non può più far finta di niente” commenta Fratoianni. In realtà già il solo fatto che, a parte il parlamentare di Sinistra Italiana, nessuno ha neppure citato quella relazione non ci fa essere per niente ottimisti…

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