Per celebrare gli alpini il Parlamento offende la memoria e la Costituzione


Per celebrare l’eroismo e il sacrificio degli alpini il Parlamento italiano sceglie la data del 26 gennaio, in ricordo della battaglia di Nikolajewka del 1943. Quando l’esercito italiano era a fianco alla Germania nazista nella guerra di aggressione e conquista dell’Unione Sovietica

Non è il 1 aprile, giornata tradizionalmente dedicata al cosiddetto “pesce d’aprile”. Non è neppure Carnevale quando, come si dice, “ogni scherzo vale”. Quindi, per quanto incredibile possa sembrare, è tutto vero, non si tratta di una burla. E’ semplicemente l’ennesima dimostrazione di come questo Paese stia andando alla deriva, tra imbarazzanti contraddizioni e decisioni semplicemente vergognose, che offendono la memoria storica e i principi costituzionali. Martedì 5 gennaio il Senato ha approvato con 189 voti favorevoli, nessun contrario e un astenuto, il disegno di legge, già approvato il 25 giugno 2019 dalla Camera, che istituisce la giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli alpini.

Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che il giorno scelto per celebrare “l’eroismo” degli alpini è il 26 gennaio, per ricordare la battaglia di Nikolajewka (Russia) del 26 gennaio 1943 durante la Seconda guerra mondiale. In altre parole dal prossimo anno ci troveremo a festeggiare e celebrare “l’eroismo” di chi ha invaso l’Unione Sovietica insieme alla Germania di Hitler. Magari sarà semplicemente che i nostri parlamentari saranno, per dirla alla Sgarbi, delle tali “capre” in fatto di conoscenza della storia che ignorano che quell’epica battaglia che si vuole celebrare è avvenuta nella campagna di Russia, l’operazione “Barbarossa” lanciata dalla Germania nazista nel giugno 1941 allo scopo di conquistare e occupare l’Unione Sovietica e alla quale l’Italia fascista di Mussolini partecipò, dal successivo luglio.

Prima con il Corpo di spedizione italiano in Russia (Csir) composto da tre divisioni, poi (dall’aprile 1942) con altri due corpi d’armata che, assieme al Csir, furono riuniti nell’Armata italiana in Russia (Armir). Complessivamente 229 mila uomini, tra cui il 4° Corpo d’armata alpino, del generale Nasci, con la 2^ Divisione alpina “Tridentina”, la 3^ Divisione alpina “Julia” e la 4^ Divisione alpina “Cuneense”. E poco conta, ovviamente, che la battaglia di Nikolajewka si sia svolta nel periodo in cui le truppe italiane e tedesche erano in ritirata, sotto il contrattacco dell’Armata Russa. Per essere ancora più chiari, l’Italia in quella operazione era l’aggressore, per capirci il Putin della situazione.

Ed è vero che in questi giorni di guerra in Ucraina abbiamo scoperto che c’è una parte dell’opinione pubblica italiana irresistibilmente attratta, per i più svariati motivi, da chi aggredisce come il sovrano russo. Però ci sarebbe anche da considerare quella fastidiosissima carta meglio conosciuta come la Costituzione. Di cui si è parlato tanto, spesso a sproposito, in questi giorni. In particolare per quanto concerne l’articolo 11 che recita testualmente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Non è questa la sede per imbarcarsi nella discussione che è in corso in questi giorni, con lo scontro tra chi sostiene che quell’articolo di fatto vieterebbe anche di aiutare (come sta facendo l’Italia insieme all’Europa) un popolo aggredito (come quello ucraino), inviandogli le armi, e chi invece è convinto che sia perfettamente lecito, sempre in base a quell’articolo, farlo. Quello che è certo e su cui non ci può essere alcun dubbio, però, è che quell’articolo, quindi la nostra Costituzione, ripudia la guerra come strumento di offesa, di aggressione. E, allora, i nostri parlamentari non trovano di meglio da fare che istituire una giornata nazionale in memoria… proprio di una guerra di aggressione portata avanti dal nostro esercito, dalla nostra nazione, al fianco della Germania nazista.

E questo, per stroncare sul nascere un certo tipo di retorica nazionalista che di questi tempi imperversa, non significa in alcun modo voler sminuire il valore e l’impegno di quei poveri alpini, mandati a morire (come tutti gli altri soldati italiani) in Russia da un Mussolini succube del folle criminale nazista. Ma se si voleva trovare, anche giustamente, il modo per celebrare il valore dei nostri alpini si poteva e si doveva scegliere un’altra data, un’altra ricorrenza, visto che, per altro, di battaglie gloriose, realmente in difesa della nostra patria, e degne di essere ricordate gli alpini ne hanno combattute innumerevoli, soprattutto nella prima guerra mondiale, senza dimenticare il contributo che gli stessi alpini, dopo l’8 settembre, diedero alla Resistenza.

Non sappiamo se, come accusa il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo, siamo di fronte “all’ennesima operazione di revisionismo storico”. Magari è solo frutto della più profonda ignoranza, quel che è certo è che siamo di fronte ad una decisione semplicemente folle.

Per altro, sempre a proposito di quella drammatica campagna in Russia, il ricercatore e professore aggregato dell’Università di Colonia, Carlo Gentile (noto per essere perito tecnico in tutti i principali processi di stragi nazifasciste in Italia), in un apprezzatissimo saggio sull’occupazione italiana in Unione Sovietica, ha raccontato, documenti e atti alla mano (compresi i diari tenuti dal Capo di Stato Maggiore dell’Armir, gen. Malaguti), le feroci e violente operazioni antipartigiane e contro la popolazione civile condotte dalle truppe italiane e tedesche in Russia.

Per questo la scelta di quella data e di quella di ricorrenza è un insulto alla memoria storica ed un inaccettabile sfregio alla nostra Costituzione. E se non si può chiedere che i nostri “impresentabili” parlamentari siano preparati in storia, che conoscano e rispettino la nostra Costituzione è il minimo sindacale che si debba pretendere. Come se non bastasse leggendo il testo della legge stesse e ascoltando determinate reazioni davvero si supera ogni limite del ridicolo.

La Repubblica – si legge nell’articolo 1 – riconosce il giorno 26 gennaio di ciascun anno quale giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini, al fine di conservare la memoria dell’eroismo dimostrato da Corpo d’armata alpino nella battaglia di Nikolajewka durante la seconda guerra mondiale, nonché promuovere i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale, nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato che gli alpini incarnano”. “Aver scelto questa data – sottolinea l’associazione nazionale degli alpini – oltre a ricordare l’eroismo dimostrato dal Corpo d’Armata Alpino, promuove i valori che incarnano gli Alpini”.

Un modo singolare di difendere la sovranità nazionale, a migliaia di chilometri dal territorio patrio, a fianco del più feroce criminale di guerra in una sanguinosa guerra di aggressione… Un’ultima doverosa notazione la suggerisce ancora una volta il prof. Gentile. “Il 26 gennaio – scrive – è il giorno che precede la Giornata della Memoria a ricordo della Shoah che, neanche doverlo dire, si svolse in larga parte nei territori dell’Europa dell’esta aggrediti in quella stessa guerra”.

Questo significa che, dal 2023, il 26 gennaio l’Italia celebrerà l’eroismo di chi combatteva a fianco di Hitler contro l’Armata Rossa per conquistare l’Unione Sovietica, mentre il giorno successivo (27 gennaio) festeggerà la liberazione di Auschwitz da parte della stessa Armata Rossa, rendendo onore alle vittime dello sterminio degli ebrei ideato e voluto dal dittatore nazista. Parlare di imbarazzante schizofrenia ci sembra addirittura riduttivo…

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