Capitale della Cultura 2024: il dossier chiarisce le ragioni della bocciatura del capoluogo piceno


Le 64 pagine del dossier, finalmente reso noto, confermano tutte le perplessità espresse dalla commissione giudicatrice: da un progetto ancora non bene definito, alla partecipazione solo annunciata, fino alla confusione su fondi e finanziamenti

Se c’erano ancora dubbi sulle ragioni per cui Ascoli non è stata scelta come Capitale della Cultura 2024, la pubblicazione sul sito www.ascoli2024.it del dossier presentato alla commissione del ministero li ha definitivamente fugati. E’ stato di parola il sindaco Fioravanti che, pochi giorni dopo il verdetto, l’aveva promesso, annunciando anche che comunque il progetto sarebbe andato avanti. E se la prevista conferenza stampa si è trasformata, come al solito, in una parata all’insegna di proclami e annunci, che ovviamente non si può che sperare che diventino concreta realtà, molto più importante e decisiva è sicuramente stata la pubblicazione del dossier che, fidandoci del primo cittadino, è quello che è stato analizzato e messo a confronto gli altri 9 progetti dalla commissione giudicatrice.

Un “guscio vuoto” riempito da “supercazzole” e “deliri” alla Fusaro

Dando per inevitabile che comunque ci sarà chi, per tifo e per inossidabili preconcetti, continuerà a gridare al complotto e alla scelta politica, leggendo attentamente quelle 64 pagine si capisce perfettamente come in realtà Ascoli non avesse neppure mezza possibilità di essere scelta. Perché confermano e, anzi, amplificano tutti i nodi irrisolti emersi in maniera evidente durante la presentazione del 3 marzo scorso. E, in sintesi, evidenziano come quello più che un progetto bene definito in ogni dettaglio (come era necessario che fosse per poter davvero aspirare ad essere scelto) è un’idea, sicuramente anche interessante ed accattivante, ma allo stato tutta da sviluppare e da riempire di contenuti concreti.

Invece siamo di fronte ad un “guscio vuoto, riempito solo da slogan, proclami, dati e numeri messi lì a casaccio, in molti casi senza alcun senso, e che si è tentato di renderlo più affascinante con una serie di frasi e affermazioni ad effetto il cui significato reale è ad interpretazione libera un misto tra i tipici incomprensibili “deliri” di Fusaro e la mitica “supercazzola” cara al conte Mascetti (Ugo Tognazzi in “Amici miei”), a cui si aggiunge un uso eccessivo, irritante e del tutto inopportuno di termini inglesi, del tutto fuori luogo in una competizione per la scelta della Capitale della Cultura italiana, non europea o britannica (e la commissione giudicatrice, come inevitabile che fosse, lo ha ampiamente rimarcato e sottolineato).

L’ironico concorso del Collettivo Caciara

Solo per fare qualche esempio, a pag. 4 del dossier, nella presentazione del progetto si spiega (si far dire…) che “la cultura muove le montagne significa dare fiducia alla nostra immaginazione, dall’invisibile da cui dobbiamo farci tentare come individui e come collettività”, per poi aggiungere poco dopo che “è il tempo di una nuova alleanza tra gli umani, gli animali e le piante”.

Ancora, a pag. 24, al capitolo intitolato “Vision”, dopo una mega “supercazzola” introduttiva (“A&P24 è un persistente fluire di iniziative e processi che si susseguiranno a ritmi intensi e costanti, generando risonanza tra luoghi, tempi, cittadini e visitatori e facendoli vibrare a frequenze diverse e al tempo armoniche, produttrici di un universo metaforico di visioni e saperi semiotici reinterpretati e rigenerati con energie nuove”), in merito  alla metodologia si parla di una “creative factory” (tradotto letteralmente “fabbrica creativa”). Che, basta scorrere google, può essere tutto e niente: un self made market, un appuntamento della primavera fiorentina, un progetto di illuminazione alternativa, una “vision” all’avanguardia di architettura (e ci fermiamo qui per decenza).

A tal proposito il Collettivo Caciara, dopo aver parlato di “inglesismi inseriti a caso e frasi degne della serie Boris”, ha lanciato ironicamente il concorso per scegliere “la frase più ridicola” tra le 10 selezionate non senza fatica (perché davvero c’era l’imbarazzo della scelta). “Queste frasi – conclude il Collettivo Caciara – non sono che la punta dell’iceberg: un vestito retorico che però, purtroppo, non ha nulla sotto. Votate la frase più ridicola tra queste 10 che abbiamo selezionato. Con la frase più votata ci faremo degli adesivi che distribuiremo a titolo gratuito. Sicuramente più utili di questo dossier”.

La condivisione annunciata da Ascoli, realizzata da Pesaro

Ironia a parte, è soprattutto sui fatti e sui dati concreti, però, che il progetto del capoluogo piceno presenta le maggiori criticità e non è neppure lontanamente paragonabile a quelli delle altre 9 finaliste. Tralasciando alcuni imbarazzanti “strafalcioni” presenti nel dossier (come  la distanza tra Ascoli e Roma, attraverso la strada Salaria, ridotta di una cinquantina di chilometri fino ad arrivare a 140 km), si è sempre sottolineato (ed era citata anche nel bando) l’importanza della condivisione del progetto del territorio. Come abbiamo già evidenziato, però, Ascoli l’ha proclamata e annunciata (con la sottoscrizione da parte di tutti i comuni del territorio del progetto), Pesaro (e anche le altre candidate) l’ha realizzata in concreto.

Nella predisposizione del progetto ma anche e soprattutto nello sviluppo del conseguente programma sul territorio che prevede che tutti i comuni del Pesarese coinvolti a rotazione saranno per una settimana “Capitale della Cultura” e con un già dettagliato calendario di eventi programmato in ogni comune. Nulla di tutto ciò si trova invece nel progetto ascolano, al momento nessuno degli oltre 60 eventi programmati (di cui solo tre già completamente definiti) è previsto in un luogo diverso dal capoluogo piceno. Decisamente peggiore, se possibile, la situazione per quanto riguarda i fondi e i finanziamenti previsti.

Fondi e investimenti “sparati” a caso

Nelle slides mostrate alla presentazione della candidatura si parlava genericamente di 131 milioni di nuovi interventi e di 119 milioni di finanziamenti già concessi, numeri e cifre che non sarebbero credibili neppure si prendessero a riferimento gli investimenti in cultura fatti negli ultimi 30 anni ad Ascoli. Nel dossier in questione, alla voce “Investimenti programmati per infrastrutture culturali”, i fondi magicamente aumentano fino ad arrivare a 146 milioni di euro. Il problema è che, dando per scontato (e non lo è) che ci siano realmente, non c’entrano nulla con il progetto “Capitale della Cultura 2024” e pochissimo, quasi nulla, con la cultura in generale. Perché riguardano bandi che sono stati fatti per ben altre ragioni.

Basterebbe pensare, ad esempio, che più della metà dei fondi citati (75 milioni) sono del Programma Innovativo Nazionale Qualità dell’Abitare (Pinqua), mentre altri 17 milioni di euro sono per la riqualificazione e la sicurezza delle periferie, 10 milioni sono legati al sisma 2016. Per altro proprio riguardo i fondi Pinqua, nei giorni scorsi è stata anticipata la scadenza per la presentazione dei progetti, inizialmente fissata al 2033 ed ora portata al 31 marzo 2026.

A conferma ulteriore, se mai fosse necessario, che con il progetto “Capitale della Cultura 2024” non c’entrano nulla.

Dubbi e perplessità anche su costi e finanziamenti reali

Quasi alla fine del dossier, a pag. 54, vengono finalmente citati dati relativi a costi e finanziamenti più verosimili, anche se non mancano anche in questo caso dubbi e perplessità. Perché complessivamente il costo del progetto è di poco più di 5 milioni di euro (5.390.000 euro per l’esattezza) e, considerando che più di mezzo milione di euro riguarda comunicazione e cose varie, poco più di 4,5 milioni di euro per oltre 60 eventi appare una cifra poco credibile. Anche per quanto riguarda le fonti di finanziamento ci sono non pochi dubbi. Dando per credibile (anche se ancora non si trova in alcun atto ufficiale) il milione di euro a carico del Comune, ci sono i 500 mila euro promessi dalla Regioni (a prescindere dall’esito della candidatura), il contributo da 1 milione di euro del ministero (che, però, ci sarebbe stato solo in caso di assegnazione del titolo), oltre quello, sempre da 1 milione di euro, del main sponsor che ora sappiamo essere Wind Tre ma che nel corso dell’audizione il comitato del capoluogo piceno non è stato in grado di indicare (gravissima mancanza).

Molti dubbi sollevano, invece, le altre fonti di finanziamento, come i 500 mila euro del Comitato promotore (chi e quanto?), ancora più gli ipotetici 600 mila euro provenienti dalla biglietteria, per non parlare dei 330 mila euro di altri finanziamenti pubblici non specificati e, ancora più, di ulteriori 400 mila euro provenienti dal “Fund raising” (volgarmente chiamata “raccolta di fondi”). E’ superfluo sottolineare che, in una simile competizione, la certezza e la credibilità dei finanziamenti e dei fondi necessari per sviluppare concretamente il progetto è più che fondamentale. Ed è altrettanto evidente che quelle presenti nel dossier ascolano non lo sono in alcun modo, in assoluto e ancora più se messe a confronto con quelle delle altre finaliste. Pesaro, ad esempio, nel proprio dossier ha certificato (con atti ufficiali) lo stanziamento già previsto nel bilancio di 14 milioni di euro, da parte solamente del Comune, per la “Capitale della Cultura”.

Fatta la doverosa chiarezza, proprio grazie al dossier che il sindaco ha giustamente pubblicato, ora la vera sfida sarà quella di riempire concretamente (e non con slogan e frasi ad effetto) il progetto e fare in modo che, almeno in parte, possa essere concretamente realizzato.

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