Gli imprevedibili effetti collaterali della presunta censura e l’irresistibile ascesa del prof. Orsini


Mentre monta la protesta e si organizzano petizioni a sostegno del professore della Luiss, presunta vittima della censura “del regime mainstream filo Nato”, Orsini spopola sul piccolo schermo, proposto e presentato come un esperto di affari internazionali come in realtà non è

Ce la ricordavamo decisamente diversa la censura. Credevamo che subirla volesse automaticamente dire non avere più la possibilità di esprimere le proprie opinioni, le proprie tesi, essere oscurati da tutti i media. Invece non è più così, almeno non lo è per tutti. Anzi, a giudicare dall’irresistibile ascesa di Alessandro Orsini, ora a chi ha la “fortuna” di essere vittima di censura si aprono prospettive e possibilità fino ad allora inimmaginabili. Il professore della Luiss, ad esempio, da perfetto sconosciuto al grande pubblico è diventato una vera e propria star del piccolo schermo, presente praticamente ogni sera in una delle principali reti televisive italiane (Rai, Mediaset, La7, Sky).

Martedì 29 marzo, ad esempio, era ospite del programma di Raitre “Cartabianca”, dopo che per tutta la settimana sui social era montata la protesta per l’inaccettabile (presunta) censura Rai nei suoi confronti. Nello stesso momento su La7 il giornalista Fulvio Grimaldi (quello che sosteneva che il povero Regeni era al servizio di “un gruppo di delinquenti”) redarguiva con decisione un incauto ospite che aveva osato definire Vladimir Putin un “autocrate”, spiegando che quel termine era assolutamente inappropriato se riferito al capo di governo di un paese come la Russia che, a differenza dell’Italia, tiene tantissimo al pluralismo e alla libertà di opinione, soprattutto dell’informazione.

D’altra parte una dimostrazione in tal senso si era avuta poche ore prima, in mattinata, quando il governo “illuminato” russo aveva fatto chiudere l’ultimo giornale indipendente e libero ancora rimasto aperto, la “Novaya Gazeta” nota per essere stato il giornale di Anna Politkovskaja (una dei 300 giornalisti russi vittime del “pluralismo” illuminato di Putin…). Sembra un racconto di Carnevale o uno di quegli articoli surreali che, da qualche anno a questa parte, i giornali italiani si divertono a   pubblicare il 1 aprile, come “pesce d’aprile”. Invece è la tragicomica e paradossale realtà di un paese dove ormai tutto è capovolto, nel quale la realtà e le evidenze dei fatti sono solo dei particolari irrilevanti, un fastidioso intralcio al mondo virtuale che si vuole propagandare.

Purtroppo non è una novità delle ultime settimane, è quanto avviene ormai da diverso tempo, almeno dall’inizio della pandemia. Nel corso della quale per mesi, mentre negli ospedali italiani (e di tutto il mondo) ogni giorno continuavano a morire centinaia di italiani e mentre i vaccini, dati ufficiali alla mano, salvavano migliaia di vite, praticamente a reti unificate assistevamo attoniti all’imbarazzante sfilata di singolari personaggi che, pur presenti praticamente ovunque ogni giorno, continuavano ad inveire contro la censura che non gli permetteva di raccontare agli italiani “l’altra verità”, quella secondo cui il covid era come una normale influenza ed il vaccino non serviva a nulla.

Uno schema “perverso” che ha portato alla ribalta personaggi fino ad allora sconosciuti ai più e che di fatto ha improvvisamente e inopportunamente elevato al ruolo di esperti in materia, in grado di poter confutare tesi e dati scientifici di virologi, epidemiologi, infettivologi, medici chi fino a pochi giorni prima neppure aveva idea di cosa fossero e di cosa si occupassero quelle materie. Ora che l’attenzione per la pandemia è finita in secondo piano, surclassata da quella per la guerra mai così vicina a noi come ora, lo stesso sconfortante spettacolo si ripete proprio sulla guerra in Ucraina.

Con quelli che, per carità, non si possono definire filo-putiniani (anche perché hanno la querela facile…) e che ripetono come un disco rotto “non siamo per Putin, ma…” che imperversano su tutte le reti televisive, presentati come presunti esperti pur non avendone in alcun modo le competenze, ma che pure vengono citati sui social come i nuovi martiri della censura del “regime del mainstream filo Nato” (una sorta di supercazzola moderna). E chi meglio di Alessandro Orsini poteva calarsi al meglio in questo ruolo, il professore della Luiss che, prendendo a prestito una definizione del gergo calcistico, per la propria storia può essere considerato il Pippo Inzaghi (o il Cuadrado) della simulazione da censura.

Perché da anni denuncia presunte ritorsioni, complotti, congiure e censure di cui sarebbe vittima ad opera dei vari “poteri forti”. Nel 2010 da “Il Mulino” che, a suo dire per motivi ideologici, non aveva voluto pubblicare il suo libro “Anatomia delle Brigate Rosse”, con la casa editrice che in realtà aveva legittimamente spiegato che riteneva quelle proposte da Orsini tesi risibili, basate sul nulla, non supportate da una seria ricerca di fonti e documentazione, contraddette dai fatti storici (e chiunque conosce e ha studiato il fenomeno e la storia delle BR non può che essere d’accordo).

Poi, in rapida successione, contro la stampa di sinistra che lo boicottava per le sue posizioni critiche contro i No Tav, contro il sistema universitario che aveva bocciato la sua candidatura a Chieti per un posto di associato di sociologia politica (con tanto di indagine della Digos, ovviamente finita in un nulla di fatto), contro le discriminazioni subite (da non si sa chi…) per le sue posizioni sull’immigrazione molto vicine a quelle dei populisti, supportate da dati completamente sballati (come quelli sugli stipendi medi degli immigrati extracomunitari). E’ singolare sottolineare che, in una di queste denunce, il prof. Orsini si era scagliato duramente contro quel Marco Travaglio (definendolo “un cattivo giornalista”) di cui oggi è diventato collaboratore.

Ora la stucchevole “manfrina” sulla censura di cui sarebbe vittima il professore di sociologia è iniziata alcune settimane fa, dopo un suo controverso intervento sulla guerra nel corso di “Piazzapulita” e la conseguente nota dell’Università Luiss (vedi foto) che, lungi da essere una qualche forma di censura, invitava “ad attenersi scrupolosamente al rigore scientifico dei fatti e dell’evidenza storica”. Tra l’altro, anche volendola considerare in qualche modo una limitazione, avrebbe riguardato esclusivamente il rapporto di quell’Università privata con lo stesso Orsini che, nel caso, se davvero riteneva inaccettabile quell’intervento, poteva coerentemente comportarsi di conseguenza. Invece quella diatriba del tutto privata è stata trasformata in un caso nazionale, con tanto di petizione, infarcita di slogan e  falsità (“è stato sospeso con effetto immediato” si legge nella petizione, peccato che Orsini non è stato affatto sospeso…), a sostegno del professore, improbabile vittima del “regime del mainstream filo Nato”.

Il solito imbarazzante polverone, con le solite inevitabili conseguenze: la presenza in tutte le reti televisive nazionali, praticamente ogni giorno, del “povero censurato” Alessandro Orsini. Per altro proposto e presentato come un esperto di affari internazionali come in realtà non è, visto che è semplicemente un professore di sociologia che, è del tutto evidente da come si esprime, non ha le necessarie conoscenze di storia, geopolitica e affari internazionali. Per questo non è certo un caso che non abbia azzeccato neppure mezza previsione sul proseguo della guerra.

Quella, a pochi giorni dall’inizio dell’invasione, secondo cui la Russia di fatto aveva già vinto, oppure quella di oltre 15 giorni fa sull’imminente utilizzo di tutto l’arsenale militare che Putin avrebbe a disposizione (una mossa che solo uno sprovveduto potrebbe pensare di attuare). Così come non è un caso che racconti balle, la più colossale di tutte le presunte (ma inesistenti) sanzioni da parte delle Nazioni Unite contro l’Arabia Saudita per i bambini uccisi.

Naturalmente ciò non significa che non debba avere il diritto e la possibilità di esprimere le proprie opinioni ma non è accettabile che venga messo a confronto e venga accreditato al pari di chi, per studio ed esperienza pluriennale, è a tutti gli effetti un esperto di affari internazionali e geopolitica (come i vari Caracciolo, Fabbri, Parsi, Margelletti, Nathalie Tocci). Certo, poi, dopo che si è esibito in una sorta di rivisitazione della lettera che Mario (Troisi) e Saverio (Benigni) scrivono a Savonarola nel film “Non ci resta che piangere” (giovedì 24 marzo a “Piazzapulita”), viene quasi voglia di pensare che in certe circostanze un po’ di “sana” censura non farebbe male. E siamo certi che di fronte a certe affermazioni vacillerebbe persino Evelyn Beatrice Hall (la scrittrice inglese famosa per il suo “non condivido la tua idea ma darei la vita perché tu la possa esprimere”).

L’Italia deve rompere con l’Unione europea – ha affermato Orsini – dire alla Russia che abbiamo sbagliato, riconoscere gli errori della Nato e dirsi disponibile a riconoscere Donbass e Crimea”. Già che c’era poteva aggiungere, rivolto a Putin, “con la faccia nostra sotto i piedi tuoi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti!” per completare degnamente l’opera… Ironia a parte, ribadiamo che siamo contrari ad ogni forma di censura, convinti che anche chi spara le più incredibili amenità non dovrebbe comunque mai essere silenziato.

Però non si può non fare a meno di riflettere sul fatto che, come ha sottolineato anche la ricercatrice georgiana dell’Istituto Affari Internazionali, Nona Mikhelidze, nella maggior parte dei casi sono impressionanti le analogie tra la propaganda di Putin sulla guerra e le “bizzarre” tesi del professore della Luiss. Come quella (per citare la più sconfortante) secondo cui gli ucraini dovrebbero mettere da parte Zelensky e smettere di combattere per accelerare la comunque inevitabile (per Orsini) vittoria della Russia. Non è nostro costume perderci dietro o rilanciare illazioni, semplicemente l’assonanza tra la propaganda putiniana e le teorie di Orsini sono un dato di fatto.

Così come un imbarazzante fatto innegabile è l’incomprensibile campagna che il professore di sociologia ha portato avanti sulla sua rivista on line (che si occupa di terrorismo internazionale, non di medicina o di scienza…) per promuovere il vaccino russo contro il covid, lo Sputinik, con decine di articoli che, non si capisce in base a quale particolare competenza in materia, ne esaltavano la sua efficacia. Chissà, magari tra qualche settimana potremmo trovarcelo sugli schermi tv a dispensare le sue “perle di saggezza” anche su covid e vaccino, oltre che sulla guerra…

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