Il triste 8 marzo di un paese sempre più misogino…


Che l’Italia, al di là dei soliti proclami per l’8 marzo, sia ancora un paese profondamente misogino e dove la parità è ancora tutta da conquistare ce lo racconta la cronaca di tutti i giorni e ce lo confermano i dati. Quelli sui femminicidi ma anche quelli sul Gender Gap

Se pensiamo a quello che è accaduto ad Instabul, dove la marcia per i diritti delle donne, organizzata dalla piattaforma contro i femminicidi e altre organizzazioni femministe e per la difesa dei diritti Lgbt, è stata vietata dalle autorità turche, possiamo in qualche modo sentirci rassicurati. In realtà anche nel nostro paese l’8 marzo più che un’occasione per festeggiare, dovrebbe essere un momento per riflettere. Sulla condizione della donna nel nostro paese, su quanto, al di là di annunci e proclami, il nostro contini ad essere un paese profondamente misogino, nel quale c’è anche bisogno di difendere certe conquiste di civiltà.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, a ricordarcelo ci ha pensato il movimento Pro Vita & Famiglia con i vergognosi manifesti affissi a Roma in vista dell’8 marzo, a loro dire per difendere e promuovere i diritti delle donne, in realtà rilanciando una battaglia che mira ad abbattere una delle conquiste delle donne stesse, a farci tornare indietro di 50 anni. Che l’Italia, al di là delle parole e dei proclami solenne che, come da tradizione, ascolteremo in questo 8 marzo, sia ancora un paese profondamente misogino e dove la vera parità sia tutta da conquistare, ce lo dicono dati e indagini ma ce lo raccontano quasi quotidianamente episodi e vicende sin troppo emblematiche e significative.

Basterebbe pensare, ad esempio, all’incredibile sentenza di un paio di mesi fa del Tribunale di Benevento che ha archiviato la denuncia di maltrattamenti e abusi sessuali presentata da una donna nei confronti dell’ex marito sostenendo che è “comune dove vincere la resistenza di una donna”, magari anche puntando un coltello alla gola come nel caso in questione. Non ce ne sarebbe certo il bisogno, ma a rendere più allucinante la decisione del Tribunale di Benevento c’è il fatto che, nelle motivazioni, si ammette che “il tentativo di rifiutare i rapporti sessuali deriva dal fatto che la donna non nutre più alcun sentimento nei confronti del marito e sta pensando di divorziare”.

In altre parole è come se si affermasse che, finché rimane nello stesso letto o sotto lo stesso tetto, la donna ha comunque il “sacro” dovere di fornire le prestazioni sessuali richieste dal marito, che ne lo voglia o meno. La cosa peggiore è che sentenze simili, con motivazioni così “umilianti”, purtroppo non sono certo un’eccezione. Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordando le sentenze in cui il giudice ha negato lo stupro perché la vittima indossava i jeans o perché chi aveva denunciato la violenza mentre la subiva non aveva urlato, solo qualche mese prima 6 ragazzi denunciati e condannati per lo stupro di una ragazza di 22 anni sono stati assolti in appello con motivazioni a dir poco vergognose, con tanto di riferimento alla biancheria intima troppo sexy che indossava nell’occasione la ragazza che avrebbe messo in discussione la credibilità della denuncia stessa. Indossava il perizoma, quindi secondo il giudice era predisposta a fare sesso.

Altro discorso sarebbe stato se avesse indossato i mutandoni della nonna… D’altra parte non bisogna mai dimenticare che più volte la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato il nostro Paese per sentenze influenzate da “pregiudizi maschilisti tipici della società italiana”. Che si trovano e condizionano anche la vita di tutti i giorni, non spuntano fuori solo nei casi di abusi e di violenza ma permeano e caratterizzano quotidianamente la nostra società. Una parte consistente della quale è ancora legata al vecchio schema che attribuisce alla donna il ruolo di custode del focolare domestico.

Di esempi del genere ne potremmo citare a centinaia, senza andare troppo lontano basterebbe ricordare l’intervento nel Consiglio regionale delle Marche del capogruppo di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli secondo cui “non possono esistere alternative al nucleo familiare naturale composto da un padre, da una madre e dai figli. Al padre sono demandate le regole, alla madre l’accudimento, non ci possono essere alternative”. Secondo la visione del capogruppo di FdI, che in un paese civile sarebbe stato cacciato con disonore dal Consiglio regionale, il ruolo delle donne è quello di accudire la casa e la famiglia, devono cucinare, rammendare, lavare, stirare, pulire, seguire i figli (e, magari, come sostiene il Tribunale di Benevento soddisfare i desideri sessuali del marito anche se e quando non ne hanno alcuna voglia…), non possono perdere tempo per fare altro.

Nel 2013 abbiamo riso quasi tutti ascoltando la canzone “Dove ho sbagliato” (dal film “Sole a catinelle”) nella quale Checco Zalone irrideva a preconcetti che ci eravamo illusi fossero ormai sorpassati. “Ti facevo stirare, ti facevo lavare, dimmi ti ho mai vietato di fare un bucato, dove ho sbagliato? Che senso avrà questo sole al tramonto se torno a casa e non trovo pronto. Che senso avrà la rugiada al mattino senza mutande dentro al comodino” cantava ironicamente l’artista pugliese. Non avremmo mai pensato che, 9 anni dopo, quei concetti potessero essere riproposti come modello di vita nell’aula di un Consiglio regionale.

A confermare questo quadro davvero poco edificante del nostro Paese ci sono, poi, alcuni dati. Quelli sulle violenze e sui femminicidi, ad esempio, che ci dicono come la pandemia ha purtroppo influito in maniera determinante, con un consistente aumento di casi sia nel 2020 che nel 2021. In particolare nell’ultimo anno sono state 114 le donne uccise da uomini, praticamente una ogni tre giorni, di cui ben 98 in ambito familiare-affettivo (nella maggior parte dei casi per mano del partner o dell’ex). Non meno significati i dati che ci arrivano dall’ultimo rapporto sul Global Gender Gap (il divario di genere) annualmente stilato dal World Economic Forum sulla base di una serie di indicatori rilevati dalle Agenzie dell’Onu e della Commissione europea.

Pur se in leggero miglioramento, nella graduatoria che riguarda la differenza di trattamento e di opportunità tra uomini e donne nel 2021 l’Italia si piazza al 63° posto, praticamente all’ultimo posto tra i paesi europei e dietro a paesi come il Rwanda e il Burundi. E ancor più significativo il fatto che, nella categoria “partecipazione e opportunità economica” l’Italia è addirittura al 114° posto. A determinare quella classifica, purtroppo non sorprendente, soprattutto il tasso di disoccupazione e le clamorose differenze salariali. Ma ci sono altri dati che fotografano ulteriormente la situazione.

Nel 2021 nel nostro Paese le donne detenevano solamente il 30% delle posizioni aziendali di comando, mentre le donne Ceo (amministratore delegato) sono solamente il 20%, mentre quelle con ruoli senior management sono ferme al 25%. Numeri che pongono l’Italia all’ultimo posto tra le 30 economie più sviluppate a livello mondiale.

Potremmo proseguire sciorinando altri numeri e dati in proposito, basterebbe ricordare come in Italia le donne, rispetto agli uomini, arrivano prima e in percentuale decisamente superiore alla laurea ma poi faticano decisamente di più a trovare un lavoro adeguato, occupano raramente ruoli apicali e, ovviamente, hanno retribuzioni medie decisamente inferiori rispetto agli uomini. C’è davvero poco da festeggiare in questo triste 8 marzo…

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