Via libera al primo suicidio assistito per un paziente marchigiano


Il Comitato etico dell’Asur Marche ha attestato la presenza delle 4 condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale nella sentenza Cappato-dj Fabo. Il via libera per un 43enne pesarese, tetraplegico immobilizzato da 10 anni, arriva dopo un lungo iter che si trascinava da 14 mesi

L’annuncio l’ha dato l’Associazione Luca Coscioni, da anni in prima fila per l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quelle inerenti le scelte di fine vita. Sarà un paziente marchigiano di 43 anni, tetraplegico immobilizzato da 10 anni, il primo malato ad ottenere il via libera al suicidio medicalmente assistito in Italia. L’uomo, un ex camionista pesarese vittima di un brutto incidente stradale, da oltre un anno aveva chiesto all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente in Italia ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze, in applicazione della sentenza di incostituzionalità n. 242/2019 della Corte Costituzionale (inerente il caso relativo al dj Fabo-Marco Cappato) che indica le condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio assistito.

Dopo quella sentenza l’Associazione Coscioni si è battuta affinché, nel rispetto delle condizioni indicate dalla Consulta, si potesse estendere all’Italia il suicidio assistito, proprio a partire dal caso del camionista pesarese immobilizzato a letto dopo un incidente stradale. Il parere del Comitato etico dell’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche, che di fatto concede il via libera al suicidio medicalmente assistito, è arrivato al termine di un lungo e faticoso iter che si trascinava da 14 mesi, dopo un primo diniego da parte dell’Azienda sanitaria unica regionale Marche, due decisioni definitive del Tribunale di Ancona e due diffide legali all’Asur Marche. Ora il Comitato etico, a seguito della verifica delle condizioni dell’uomo tramite un gruppo di medici specialisti e psicologi nominati dall’Asur stessa, ha confermato che il camionista pesarese possiede i requisiti per l’accesso legale al suicidio assistito.

Il comitato etico – spiega Filomena Gallo, codifensore dell’uomo insieme ad un pool di avvocati – ha esaminato la relazione dei medici che nelle scorse settimane hanno attestato la presenza delle 4 condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale nella sentenza Cappato-Dj Fabo, ovvero che l’uomo è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; e che non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda.

È molto grave che ci sia voluto tanto tempo, ma finalmente per la prima volta in Italia un Comitato etico ha confermato per una persona malata, l’esistenza delle condizioni per il suicidio assistito. Su indicazione del nostro assistito, procederemo ora alla risposta all’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche e al comitato etico, per la parte che riguarda le modalità di attuazione della sua scelta, affinché la sentenza Costituzionale e la decisione del Tribunale di Ancona siano rispettate. Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di autosomministrazione del farmaco idoneo , in base alle sue condizioni. La sentenza della Corte costituzionale pone in capo alla struttura pubblica del servizio sanitario nazionale il solo compito di verifica di tali modalità previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che di fatto ha legalizzato il suicidio assistito, nessun paziente italiano finora ha potuto beneficiarne perché il Servizio sanitario nazionale si nasconde dietro l’assenza di una legge che definisca le procedure. “Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni” ha commentato il 43enne pesarese che sta andando avanti solo grazie ai tribunali.

Seguito dall’inizio del suo drammatico calvario dalla madre, poteva andare in Svizzera per dare seguito alla sua volontà ma ha deciso di combattere per cambiare la legislazione italiana. “Così rende evidente lo scaricabarile in atto” denuncia l’Associazione Coscioni che sottolinea come, “dopo aver smosso l’Azienda sanitaria locale che si rifiutava di avviare l’iter, ora è stata la volta del Comitato etico. Manca ora la definizione del processo di somministrazione del farmaco eutanasico”.

Il tortuoso percorso che sta trovando davanti a sé – accusa Marco Cappato – è anche dovuto alla paralisi del Parlamento, che ancora dopo tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale non riesce a votare nemmeno una legge che definisca le procedure di applicazione della sentenza della Corte stessa. Il risultato di questo scaricabarile istituzionale è che persone come lui sono costrette a sostenere persino un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione. È possibile che la decisione del Comitato etico gli consentirà presto di ottenere ciò che chiede da 14 mesi. Ma è certo che per avere regole chiare che vadano oltre la questione dell’aiuto al suicidio e regolino l’eutanasia in senso più ampio sarà necessario l’intervento del popolo italiano, con il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente”.

Lo scorso 8 ottobre sono state depositate in Cassazione oltre un milione e 200 mila firme per chiedere il referendum sull’eutanasia legale, promosso dall’Associazione Coscioni e sostenuto dalla compagna di dj Fabo Valeria Imbrogno e dalla vedova di Piergiorgio Welby. Il referendum vuole abrogare parzialmente le norme del codice penale che impedisce l’introduzione dell’eutanasia legale in Italia. Nel caso in cui il referendum venisse approvato l’eutanasia attiva sarà consentita nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e il testamento biologico, in presenza dei requisiti introdotti dalla Consulta con la sentenza sopra citata relativa al caso Cappato – dj Fabo.

Resterà, invece, punita se il fatto è commesso contro una persona incapace o contro una persona il cui consenso venga estorto con violenza, minaccia o contro un minore di 18 anni.

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