Trasparenza e buona amministrazione, “bocciato” il Comune di Ascoli


Solo 47 sui 109 Comuni capoluogo promossi nell’annuale indagine sulla trasparenza e la buona amministrazione realizzata dalla Fondazione Etica. Tra loro non c’è il Comune di Ascoli che, invece, è tra i primi per la percentuale (93%) di appalti con affidamento diretto…

Tra gli ultimi per buona amministrazione, tra i primi nella percentuale di affidamenti diretti degli appalti. Non è particolarmente edificante, per usare un eufemismo, l’immagine dell’amministrazione comunale ascolana che emerge dall’indagine della Fondazione Etica sulla buona amministrazione (rating pubblico) dei 109 Comuni capoluogo. Prima di ogni ulteriore considerazione, è doveroso fare alcune premesse e precisazioni, partendo sempre dal fondamentale presupposto che questo genere di indagini e le conseguenti graduatorie che emergono vanno prese con le dovute precauzioni, non certo come una sorta di marchio definitivo, come una certificazione indiscutibile.

Più che altro sono interessanti perché forniscono delle indicazioni di massima su come viene amministrato il capoluogo in questione. E’ altrettanto chiaro, però, che quando contengono, come nel caso in questione, dei dati oggettivi (per altro forniti dalle stesse amministrazioni comunali), inevitabilmente assumono ben altro rilievo. E’ opportuno, poi, sottolineare l’autorevolezza di chi ha materialmente effettuato l’indagine, la Fondazione Etica, una fondazione indipendente e no profit che si occupa prevalentemente di innovazione, trasparenza, prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione. E, soprattutto, assolutamente con nessun legame politico con una o con l’altra parte politica, come invece ha cercato di sostenere qualche sprovveduto ultras del sindaco e dell’amministrazione comunale sui social, allo scopo di sminuire l’importanza del risultato non propriamente positivo per il Comune di Ascoli.

Emblematico, a tal proposito, il fatto che dei 47 Comuni promossi, 21 sono di centrosinistra, 20 di centrodestra, 5 sono “civici” e 1 del Movimento 5 Stelle. Andando nello specifico ad analizzare il rating pubblico si tratta di un indice di misurazione comparata delle amministrazioni pubbliche creato dalla Fondazione sulla base degli obblighi di trasparenza introdotti dal cosiddetto decreto trasparenza (d.lgs. 33/2013) e dalla legge anticorruzione del 2012 (l.190/2012). Lo scopo è valutare e comparare la trasparenza, integrità ed efficienza delle amministrazioni e definire una mappatura non solo di quanto, ma anche di come e per cosa viene speso il denaro pubblico.

Il rating pubblico fornisce, quindi, una base conoscitiva oggettiva su cui un governo può incardinare una seria azione di spending review e, soprattutto, di qualità della spesa pubblica, che consenta non solo di evitare gli sprechi, ma di spendere le risorse disponibili per quegli investimenti pubblici di cui il Paese ha estremo bisogno. Sono 6 gli ambiti di indagine (bilancio, governance, personale, servizi, appalti e ambiente) dai quali poi scaturisce il punteggio e la conseguente graduatoria, suddivisa in 4 classi di rating. Nelle prime due, buona (da 100 fino a 60) e soddisfacente (da 59 a 50), vengono inserite le amministrazioni comunali che possono vantare un grado di efficienza e di trasparenza quanto meno sufficiente, nelle ultime due, debole (da 49 a 40) e scarsa (sotto 40) quelle considerate insufficienti.

Come anticipato, complessivamente sono 47 (su 109) i Comuni che rientrano nelle prime due classi di rating (quindi con sufficiente capacità amministrativa e trasparenza), con Reggio Emilia al primo posto, seguita da Prato, Bologna, Cuneo e Parma. Delle Marche nelle prime due classi è presente solamente il Comune di Pesaro che, per altro, ottiene il punteggio di 50, il minimo per guadagnare la sufficienza. Bocciati tutti gli altri Comuni marchigiani, con Ancona e Ascoli che sono nella classe debole, mentre Macerata e Fermo addirittura precipitano nell’ultima classe (scarsa).

Dunque secondo l’annuale indagine della Fondazione Etica l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Fioravanti (così come negli anni passati quella guidata dal sindaco Castelli) è bocciata per capacità amministrativa e trasparenza. Una bocciatura che, in realtà, non è particolarmente sorprendente, almeno per chi segue da sempre, attraverso gli atti ufficiali (e non gli slogan e i post sui social) le vicende amministrative del Comune di Ascoli. Senza dilungarci ulteriormente su quello scontato risultato negativo, piuttosto c’è un aspetto del rating pubblico della Fondazione Etica che merita una maggiore attenzione e una doverosa riflessione. Quest’anno la Fondazione ha riservato un approfondimento particolare ad uno dei 6 ambiti che concorrono a stabilire il punteggio finale, quello relativo alla capacità di gestire gli appalti e selezionare i fornitori.

Per il cittadino – si legge nell’estratto riguardante la gestione degli appalti – non è affatto semplice orientarsi nella moltitudine di tipologie di appalti che le pubbliche amministrazioni possono attivare per ottenere forniture, lavori e prestazioni da imprese e professionisti”. La distinzione principale, che viene analizzata nell’approfondimento della Fondazione, è tra l’affidamento diretto e la gara di appalto, quest’ultima ovviamente garanzia di maggiore trasparenza (anche se non mancano gare che sollevano ugualmente dubbi…). L’affidamento diretto, invece, lascia la totale discrezionalità nella scelta da parte della pubblica amministrazione ma, proprio per questo, la rende potenzialmente più a rischio di corruzione.

Questo naturalmente non vuol dire che i Comuni che ricorrono con più frequenza all’affidamento diretto siano più corrotti degli altri. Di certo, però, è innegabile che siano almeno un po’ meno trasparenti. Complessivamente il quadro che emerge non è particolarmente edificante, con la metà dei Comuni capoluogo che ha una percentuale di affidamenti diretti intorno al 70%, con solamente 5 Comuni sotto la soglia del 60% (Rimini, Gorizia, Roma, Milano e Piacenza). Il Comune di Ascoli, invece, è addirittura sopra il 90%, esattamente il 93%, con appena 7 Comuni capoluogo (su 109) che hanno una percentuale più elevata.

Un dato impressionante, che evidenzia come l’amministrazione comunale di fatto ricorre all’affidamento diretto in tutte le occasioni possibili, affidandosi alle più trasparenti gare di appalto solo nei casi in cui è costretto dai limiti fissati per legge. E che inevitabilmente suscita non pochi interrogativi e sospetti, ulteriormente alimentati se poi si vanno a vedere nel dettaglio alcuni di questi affidamenti diretti. Il caso più emblematico e imbarazzante (per l’amministrazione comunale), almeno negli ultimi mesi, è indiscutibilmente quello affidato alla 23enne Melissa Massetti per realizzare video promozionali da veicolare su Instragram e Tik Tok.

Al di là del fatto che ci sarebbe da chiedersi se davvero il target del Comune di Ascoli possa essere la platea di adolescenti e neo maggiorenni che frequentano quei social, solleva tantissime perplessità il fatto che pure nel capoluogo piceno si sono tanti altri professionisti e agenzie che si occupano di promozione che non sono state neppure prese in considerazione. Senza contare che Ascoli ha la fortuna in questo campo di avere una straordinaria risorsa, il Liceo Artistico “Licini” che poteva e doveva essere sfruttata adeguatamente. Se, poi, la 23enne che ha ottenuto in quel modo l’incarico è anche la figlia del presidente dell’ente Quintana è inevitabile che le perplessità aumentano.

Ma di affidamenti diretti che sollevano dubbi se ne possono citare tantissimi altri. Grazie alla determina n. 2761 del 20/9/2021 (liquidazione fattura), ad esempio, si è scoperto che anche per la candidatura a Capitale italiana della Cultura, per la realizzazione del “progetto di immagine, marketing strategico e comunicazione” il Comune di Ascoli ha fatto ricorso all’affidamento diretto esattamente alla Fachiro Strategic Design di Mantova per un importo di 55 mila euro oltre iva, più le spese di trasferta per ulteriori 5 mila euro. Sarebbe interessare capire (potrebbe spiegarcelo il sindaco…) le motivazioni di una scelta sinceramente incomprensibile, come se non ci fossero realtà locali anche molto qualificate che avrebbero potuto occuparsene. Perplessità che si amplificano guardando, sul proprio sito internet, i 10 punti del Manifesto della Fachiro, un concentrato di banalità a dir poco imbarazzante (“Il segreto per andare avanti è iniziare”, “Prima di parlare bisogna pensare”…).

D’altra parte è imbarazzante tutta la gestione di appalti e incarichi di un’amministrazione comunale che, nel 93% dei casi, ricorre all’affidamento diretto…

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