Il Tar della vergogna, grave attacco alla libertà di stampa


Tutelata dalla Costituzione e dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo, la libertà di stampa viene ora messa a rischio da una sconcertante sentenza del Tar del Lazio che impone a Ranucci e a Report di rivelare le fonti di un’inchiesta giornalistica

Dopo tanti immotivati allarmi, questa volta la libertà di stampa è davvero a rischio. Lo abbiamo sentito ripetere tante volte negli ultimi anni, quasi sempre senza alcun fondamento concreto, in alcuni casi con qualche ragione di fondo, poi strumentalizzata per le solite ragioni di propaganda politica. Ora, però, di fronte alla sconcertante e inaccettabile sentenza del Tar del Lazio, che vorrebbe imporre alla Rai e a Sigfrido Ranucci di rivelare le fonti di un’inchiesta giornalistica mandata in onda dal programma “Report”, siamo realmente di fronte ad un attacco senza precedenti alla libertà di stampa. Perché, è bene ricordarlo a chi lo ignora o finge di ignorarlo, la tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini, probabilmente il più importante, su cui si fonda il principio della libertà di stampa.

E non bisogna certo essere dei fini pensatori per comprendere che se viene spazzato via il principio che le fonti giornalistiche sono “sacre”, come accadrebbe se davvero si desse seguito all’indecente sentenza del Tar, crolla irrimediabilmente il concetto stesso di libertà di stampa. Che, ricordiamolo, è fissato e tutelato dalla nostra Costituzione, in particolare dall’art. 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure”).

Ma che è anche uno dei principi fondamentali della comunità europea. Infatti la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sancisce che il diritto alla libertà espressione, tra cui si menziona anche la libertà di ricevere informazioni (dalle fonti della notizia), è tutelato senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche. “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni e idee senza che vi possa essere ingerenza delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera” recita l’art. 10 della Convenzione.

A rafforzare il concetto e a togliere ogni eventuale dubbio, ci ha poi pensato la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dichiarato che le perquisizioni dell’autorità pubblica tendenti a scoprire la fonte di un giornalista, anche se restano senza risultato, costituiscono un’azione ancora più grave dell’intimazione di divulgare l’identità della fonte. Si potrebbero aggiungere le innumerevoli sentenze dei vari tribunali italiani che hanno ribadito la “sacralità” delle fonti giornalistiche, come intoccabile cardine su cui si poggia il principio della libertà di stampa. Che ora, però, viene gravemente messo in discussione da una sentenza semplicemente inaccettabile contro la quale era lecito attendersi una vera e propria sollevazione generale.

Almeno sarebbe stato lecito attenderselo in un paese civile dove certi irrinunciabili principi sono condivisi e difesi a prescindere dalle differenti posizioni politiche. Invece nel Belpaese, dove per altro la libertà di stampa è da sempre vista con molto fastidio dalla maggior parte dei politici, accade addirittura che ci sia chi esulta di fronte ad una sentenza del genere. Che lo facciano alcuni esponenti leghisti è per certi versi comprensibile, visto che il servizio giornalistico in questione riguardava proprio il Carroccio. Molto meno lo è che lo facciano anche alcuni giornali e alcuni giornalisti, da un lato perché invidiosi di chi, come Report, continua a fare vero e serio giornalismo d’inchiesta, dall’altro perché per difendere la propria parte politica di riferimento ormai ci si presta a fare di tutto.

Ancor meno lo è che lo facciano, per altro con un’inaccettabile aggressività verbale, alcuni esponenti politici di Italia Viva per una sorta di ripicca nei confronti di chi, come Report, ha osato “toccare” il loro leader (Matteo Renzi). A guidarli in questa vergognosa battaglia c’è il deputato Luciano Nobili che, con sprezzo del ridicolo, ha addirittura affermato che “sappiamo che Report non ha più nulla a che fare con il giornalismo”, non prima di essersi lanciato in improbabili lezioni di giornalismo per spiegare che il tribunale non ha richiesto di svelare le fonti (basta leggere la sentenza per scoprire che la realtà è completamente differente). Il fatto che, ad oggi, né Renzi né nessuno dei vertici di Italia Viva abbia preso le distanze e stigmatizzato i “deliri” di Nobili, è un chiaro ed imbarazzante segnale.

Tornando al provvedimento del Tar del Lazio, è innanzitutto opportuno ricordare che riguarda la puntata di Report del 28 ottobre 2020 ed in particolare l’inchiesta dal titolo “Vassalli, valvassori e valvassini” che si occupava dell’avvocato Mascetti, da anni vicinissimo alla Lega e al governatore lombardo Fontana. Ovviamente, se si è sentito diffamato, l’avvocato Mascetti ha tutto il diritto di rivolgersi al giudice. Che invece si sia rivolto al Tar per chiedere l’accesso agli atti relativi al servizio in questione, in altre parole le cosiddette fonti giornalistiche, è quanto meno singolare. Nonostante tutto, però, si credeva che il tribunale amministrativo regionale respingesse senza esitazioni la sua richiesta. Invece l’ha accolta sostenendo che i giornalisti Rai non producono informazioni ma atti amministrativi, equiparando così l’attività giornalistica effettuata nella tv pubblica ad un procedimento amministrativo.

Non a caso nella sentenza si fa riferimento agli art. 22 e seguenti della Legge 241/1990 e all’art. 5 del decreto legge 33/2013 che sono norme emanate per la gestione degli atti amministrativi come quelli che un comune cittadino va a chiedere negli uffici del proprio municipio. “E’ come se Ilaria Alpi (e Miran Hrovatin) fosse morta per degli atti amministrativi” ha affermato Ranucci, sottolineando come quella sentenza sia, prima di ogni altra cosa, un’inaccettabile offesa alla memoria della giornalista di Rai tre e del suo collaboratore. Oltre ad essere una vera e propria mostruosità, perché non solo degrada e svilisce l’informazione pubblica ma, di fatto, promuove quel modello di informazione Rai totalmente asservita al potere politico (perché è del tutto evidente che se chi fa informazione in Rai non può neppure tutelare le proprie fonti è chiaro che non ha alcuna possibilità di fare alcun approfondimento) che tanto piace ai nostri politici e sostanzialmente a quasi tutti i partiti.

La sentenza del Tar del Lazio è gravissima – commenta Sigfrido Ranucci – viola la Costituzione, viola la libertà di stampa. Una sentenza miope che paragona il lavoro giornalistico a degli atti amministrativi, che crea di fatto giornalisti di serie A e di serie B: quelli che lavorano nel servizio pubblico non possono tutelare le proprie fonti, gli altri sì. E’ un attacco senza precedenti, dovuto alla debolezza delle Istituzioni in generale e alla delegittimazione della politica nei confronti del giornalismo di inchiesta. Report non svelerà le proprie fonti, non darà gli atti a Mascetti, non lo faremo neppure da morti. Devono venire a prenderli con l’esercito. Mi aspetto un intervento del ministro di giustizia che è anche il custode dell’Albo dei giornalisti“.

Nell’attesa che la Cartabia batta un colpo, Ranucci e Raitre hanno impugnato la decisione del Tar Lazio. “Siamo convinti che il Consiglio saprà recuperare la corretta filosofia della tutela delle fonti per come incardinata nella nostra Carta Costituzionale, intanto Ranucci sappia che la tutela delle fonti per chi fa giornalismo è una battaglia di civiltà che condurrà avendo accanto tanti perché la libertà è un valore imprescindibile” sottolinea Nicola Morra.

Che, però, aggiunge anche che “quanto avvenuto non va sottovalutato, altrimenti derive orbaniane saranno sempre più possibili con lesioni gravissime per la democrazia e la libertà del giornalismo in Italia”. Un allarme impossibile da non condividere…

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