Il razzismo negli occhi di chi guarda


L’unica cosa che sembra contare nella tragica vicenda di Seid è stabilire se il razzismo è tra le ragioni che lo hanno spinto a compiere l’estremo gesto (i genitori adottivi lo escludono). Invece servirebbe riflettere sul non contenuto della sua lettera, a prescindere da quando l’ha scritta…

Ha ragione Claudio Marchisio, facciamo tutti un po’ schifo. Perché ormai nel nostro paese anche le vicende più serie e più delicate finiscono per generare risse da bar dello sport, tra ultras accecati, senza mai portare a serie riflessioni e a quelle analisi un po’ più approfondite che sarebbero indispensabili in determinate circostanze. Così intorno al tragico caso di Seid Visin, il 20enne ex giocatore delle giovanili del Milan che si è tolto la vita, invece che fermarsi a riflettere profondamente sul contenuto della sua lettera (che sia stata scritta 3 mesi o un anno fa non è poi così importante), ci si accapiglia intorno a quello che sembra essere l’unica cosa che conta in questa drammatica storia, cioè se il razzismo è tra le ragioni (o addirittura la ragione) che hanno spinto Seid a compiere l’estremo gesto.

E’ questa l’unica cosa che sembra contare, da una parte e dall’altra, per poi mettere in scena il solito insulso e indecoroso teatrino della più becera propaganda politica. Invece si dovrebbe andare oltre, per una volta non pensare agli interessi politici di parte e provare a riflettere su tutta la vicenda di Seid. Partendo innanzitutto dal presupposto che il dramma di un suicidio, ancor più di un ragazzo di quell’età, è sempre una tragedia difficile da comprendere e ancor più arduo è capire a pieno le ragioni che sono alla base del profondo malessere interiore che spinge chi ne è vittima a compiere l’estremo gesto. Nel caso in questione, poi, i genitori adottivi del ragazzo hanno escluso che il suo gesto sia stato determinato dal fatto che si sentisse vittima di razzismo.

Pur con tutte le precauzioni del caso, è giusto prenderne atto, se non altro perché si presume che i genitori conoscevano il ragazzo molto più della maggior parte di coloro che oggi parlano e esprimono giudizi sulla base di quanto letto o ascoltato. Allo stesso tempo, però, sarebbe opportuno e importante prendere atto del contenuto della lettera, pubblicata nei giorni scorsi dal Corriere.it, inviata qualche tempo fa alla sua psicoterapeuta e ad alcuni suoi amici, sottolineando anche come qualcosa di molto simile Seid l’aveva espresso in un post sui social di un paio di mesi fa. A prescindere che abbia inciso poco o nulla sul suo suicidio, comunque non si può ignorare e archiviare senza alcun tipo di riflessione il contenuto di quella lettera nella quale il ragazzo esprime, in maniera sin troppo lucida ed emblematica, il profondo disagio che derivava dal non sentirsi accettato per via del colore della sua pelle.

Sono stato adottato da piccolo scriveva Seid – ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto. Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovassero lavoro.

Dentro di me è cambiato qualcosa. Come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, bianco. Non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”.

C’è davvero poco da aggiungere, le parole di Seid sono così desolatamente chiare ed esaustive nel descrivere le sensazioni, il profondo disagio che prova nel sentirsi non solo rifiutato per il colore della sua pelle, ma addirittura anche colpevolizzato perché in qualche modo avrebbe privato di chissà cosa chi ne ha più diritto perché italiano “puro” e di razza bianca.  Un disagio che pesa come un macigno e che provano tutti coloro che si trovano in una situazione simile, che spesso non hanno neppure bisogno di sentirsi dire nulla, di dover subire un qualche gesto eclatante perché leggono negli occhi e negli sguardi di chi è intorno a loro quel senso di rifiuto e di disprezzo. Nessuno, se non il povero Seid, può legittimamente sapere se e in che percentuale questo profondo senso di disagio, provocato dal diffuso sentimento di razzismo che si respira nel nostro paese, abbia pesato nella tragica decisione di togliersi la vita.

Ma è ridicolo limitarsi a discutere e ad accapigliarsi esclusivamente su questo, provando a lavarsi la coscienza e, di conseguenza, archiviando il tutto senza ulteriori riflessioni nel momento in cui ci si convince (a torto o a ragione) che non c’entra nulla, che non ha in alcun modo influito sull’estremo gesto di Seid. Quella lettera e quelle parole dovrebbero farci riflettere e dovrebbero farci vergognare comunque, a prescindere da tutto il resto. E dovrebbero farci chiedere come sia stato possibile arrivare fino a questo livello, fino al punto di perdere anche il minimo umano rispetto nei confronti degli altri, di chi reputiamo diverso da noi solo perché ha il colore della pelle differente dal nostro.

Soprattutto, però, quelle parole ci dicono che probabilmente sarà anche vero che quel ragazzo 20enne non si è suicidato per il razzismo. Quello che, però, è certo ed innegabile è che il razzismo ha profondamente condizionato una buona parte della sua breve esistenza, lo ha condizionato, lo ha fatto sentire rifiutato, gli ha provocato un fortissimo senso di disagio.

Siamo il Paese dell’integrazione quando sei un giovane talento o quando segni il gol decisivo in una partita importante – scrive Claudio Marchisio sui social – ma che si rifiuta di essere servito al ristorante da un ragazzo di colore. Siamo il Paese dell’integrazione quando l’atleta vince la medaglia alle Olimpiadi. Siamo il Paese dell’integrazione che cerca improbabili origini italiane quando l’attrice che ci fa emozionare vince il Premio Oscar, ma che quando in classe con i propri figli ci sono dei ragazzi di colore storce il naso. Io non posso neanche immaginare cosa abbia provato #SeidVisin, ma sono certo che un Paese che spinge un giovane ragazzo a fare un gesto così estremo è un Paese che ha fallito.

Pensateci quando fate le vostre battute da imbecilli, quando fate discorsi stupidi e cinici sui gommoni e sul colore della pelle, soprattutto sui social network. Facciamo un po’ schifo. Tutti. Di centro, di destra, di sinistra”.

Da qui dovremmo partire per riflettere sulla vicenda di Seid, provando ad immaginare (per quanto sia possibile farlo) cosa ha provato quel ragazzo (e cosa provano tutti coloro che sono nella sua stessa situazione) quando si è sentito così odiato e rifiutato, a prescindere dal fatto se poi sia questa, in parte o in toto, la ragione che l’ha spinto a togliersi la vita. Ampliando il concetto espresso da Marchisio, un Paese che costringe un ragazzo di 20 anni e altre persone come lui a provare quotidianamente questo senso di profondo disagio è sicuramente un Paese che ha fallito. E lo è ancor più quando esulta per la morte in mare di poveri disperati (uomini, donne e bambini), quando insulta, discrimina, offende (in particolare sui social) qualcuno solo per il suo colore della pelle (ma anche, per restare su un tema di stretta attualità, per il suo orientamento sessuale).

Per questo, ma anche per il modo indegno con il quale si sta speculando e strumentalizzando quella lettera e la tragica vicenda di Seid, non possiamo che sottoscrivere e condividere a pieno quel “facciamo un po’ schifo. Tutti” gridato da Marchisio…

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