La scarcerazione di Brusca e il solito festival dell’ipocrisia


Nessuno dei politici che gridano allo scandalo ha ritenuto opportuno, quando era al governo, cambiare quella legge in base alla quale oggi Brusca esce dal carcere, dopo aver scontato 25 anni di reclusione. Ancora più ipocrita e fuori luogo il riferimento a Giovanni Falcone

Da ormai 24 ore sui social e sui media non si parla d’altro. Da quando nella giornata di lunedì si è diffusa la notizia che il boss mafioso Giovanni Brusca è definitivamente uscito dal carcere di Rebibbia dove era rinchiuso abbiamo assistito ad un crescendo di commenti, praticamente unanimemente ispirati al più profondo sdegno. Tutta l’opinione pubblica, naturalmente con gli esponenti politici in testa, è concorde nel criticare duramente questa scarcerazione, mettendo in discussione il concetto stesso di giustizia.

Inevitabilmente in un paese perennemente in campagna elettorale, in cui qualsiasi evento viene sfruttato per fare propaganda, troppi esponenti politici non potevano certo lasciarsi sfuggire una simile occasione per speculare politicamente, sfruttando anche il ricordo di quelli che sono i simboli dell’Italia che ha combattuto la mafia (Falcone e Borsellino), che in maniera strumentale (e, come vedremo, del tutto inopportuna) ora vengono citati e presi a riferimento, sostenendo con la solita demagogia spicciola che quella scarcerazione è innanzitutto una grave offesa proprio alla loro memoria. Detto che è praticamente impossibile non provare un senso di disgusto di fronte alla scarcerazione (dopo 25 anni) di un boss crudele e sanguinario come Brusca, non è certo meno disgustosa e inaccettabile la solita profonda ipocrisia che accompagna questa vicenda.

Anzi, a proposito dei vari esponenti politici (praticamente di tutti i partiti, senza distinzione tra destra, sinistra e centro) che in queste ore non smettono di esternare la propria presunta indignazione sarebbe il caso di dire che siamo di fronte ad una doppia insopportabile ipocrisia, determinata dal fatto che tutti, insieme ai rispettivi partiti, hanno avuto l’opportunità e la possibilità di cambiare la legge in base alla quale ora Brusca può uscire dal carcere se la ritenevano così profondamente inadeguata e ingiusta.

Ma anche e soprattutto dal fatto di utilizzare in maniera strumentale e, in questo caso, quanto mai inopportuna il ricordo di Falcone perché proprio lui, più di ogni altro magistrato che ha lottato contro la mafia, ha voluto determinate leggi, anzi, si può correttamente sostenere che le normative e le leggi sui pentiti di mafia le abbia ideate Giovanni Falcone proprio per combattere la mafia. Non a caso la sorella del giudice ucciso nel terribile attentato di Capaci, Maria Falcone, ha così commentato la notizia della scarcerazione di Brusca: “è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello”.

Certo è inevitabile provare un profondo senso di fastidio quando torna in libertà chi si è macchiato di così tanti efferati crimini. Giovanni Brusca è innanzitutto l’uomo della strage di Capaci nella quale morirono proprio Giovanni Falcone, insieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta. Ma è anche l’autore del terribile omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo (aveva 14 anni), sciolto nell’acido, e di tanti altri ferocissimi delitti di mafia. E’ inevitabile e più che comprensibile pensare che un simile criminale debba passare il resto dei suoi giorni dietro le sbarre. Invece Brusca non fu condannato all’ergastolo perché, poco dopo il suo arresto (avvenuto il 20 maggio 1996 in una villetta di Agrigento) decise di collaborare con la giustizia, rivelando importanti informazioni ai tribunali di Palermo, Caltanisetta, Firenze ed altri.

Per altro essendo stato uno dei più stretti e vicini collaboratori del boss dei boss, Salvatore Riina, Brusca ha potuto svelare ai magistrati di diverse procure d’Italia segreti e retroscena di Cosa nostra, non solo dell’ala militare ma anche e soprattutto di quella che aveva i contatti più stretti con il mondo politico e imprenditoriale. Nei lunghissimi interrogatori davanti ai magistrati, Brusca non solo ha ammesso la sua partecipazione all’attentato a Falcone ed una lunga serie di omicidi (per alcuni dei quali non era in alcun modo sospettato), ma ha svelato quella che era la strategia criminale di Cosa nostra, ha accusato e fatto arrestare altri boss, ha parlato dei rapporti tra Cosa nostra, la politica e la vasta area grigia dei fiancheggiatori, ha parlato delle trattative e degli accordi per gli “aggiustamenti” dei processi. E le sue informazioni, con nomi e fatti rigorosamente riscontrati, sono servite ad arrestare altri boss e altri esponenti mafiosi, hanno evitato altre stragi e altri delitti.

Per questo Brusca non è stato condannato all’ergastolo ma a 25 anni di reclusione (che, a differenza di altri collaboratori di giustizia, ha scontato interamente), proprio in virtù di quelle norme sui cosiddetti pentiti ideate e così fortemente volute da Giovanni Falcone per fare breccia in quello che allora sembrava un muro invalicabile. Magari non sarà particolarmente piacevole ammetterlo, perché in un certo senso è una sorta di ammissione di debolezza dello Stato, ma è innegabile che senza i cosiddetti pentiti (collaboratori di giustizia) probabilmente non avremmo sconfitto il terrorismo e sicuramente non avremmo aperto quelle crepe che hanno portato non a certo a smantellare ma quanto meno ad indebolire le mafie. Di questo Giovanni Falcone ne era perfettamente conscio e per questo ha così fortemente voluto le leggi sui collaboratori di giustizia, consapevole che ovviamente per spingere i mafiosi a collaborare inevitabilmente qualcosa lo Stato doveva essere disposto a concedere (non regalare).

D’altra parte basta riascoltare le dichiarazioni e le interviste di allora di Falcone, ma anche e soprattutto leggere il libro “Cose di Cosa Nostra”, che raccoglie delle interviste del giudice fatte dalla giornalista francese Marcelle Padovani, per capire come Falcone avesse molto a cuore la figura dei pentiti, considerati importanti e da tutelare e rispettare. Piuttosto era fermamente convinto che dovessero essere all’esclusivo servizio della verità nuda e cruda, non certo di quella precostituita dalla pubblica accusa, per questo, anche per non rendere vana e dannosa la figura del pentito stesso, era solito vagliare e verificare anche le virgole di ogni singola dichiarazione.

Ma, è del tutto ovvio, stiamo parlando di qualcosa di profondamente diverso, del fatto che le rivelazioni dei cosiddetti collaboratori di giustizia devono essere accuratamente verificate per avere la piena certezza della loro fondatezza. Ed in quel caso, oltre a garantire la sicurezza dei propri familiari, secondo Falcone era inevitabile che lo Stato facesse delle concessioni. Per questo è terribilmente ipocrita e del tutto fuori luogo l’atteggiamento di quegli esponenti politici (ma anche di una parte dell’informazione) che accostano questa vicenda al nome di Falcone, cercando di far passare il messaggio assolutamente fuorviante che la scarcerazione di Brusca rappresenti in qualche modo un affronto alla memoria del giudice ucciso a Capaci.

Il vero affronto, la vera mancanza di rispetto è proprio nell’utilizzo strumentale e per biechi motivi di propaganda della sua figura, per altro dimostrando palesemente di non conoscere affatto la storia di Giovanni Falcone. Ma, per quanto riguarda i vari esponenti politici, in questo caso l’ipocrisia è addirittura doppia perché tutti i rispettivi partiti di appartenenza, in differenti periodi, sono stati al governo. Quindi, visto che la scarcerazione di Brusca dopo aver scontato 25 anni di reclusione non è certo frutto dell’iniziativa estemporanea di qualche incauto giudice o magistrato, ma delle leggi attualmente in vigore (approvate dal Parlamento), chi oggi ipocritamente contesta la scarcerazione ha avuto ampiamente la possibilità di cambiare le norme sui collaboratori di giustizia, se davvero le riteneva indegne e inadeguate.

Per essere più precisi, Giovanni Brusca ha scontato 25 anni di carcere, e non l’ergastolo come avrebbe meritato per gli orrendi crimini commessi, ed ora è tornato in libertà in virtù della legge n. 45 del 13 febbraio 2001 che ha parzialmente modificato ed integrato la legge n. 82 del 15 marzo 1991 (che a sua volta modificava e integrava delli legge precedenti). Chi da allora ad oggi, in questi 30 anni, si è succeduto al governo del paese, ha avuto l’opportunità di modificarla se davvero la considerava così inopportuna e indegna come ora vuole far credere.

Nessuno di loro ha fatto (e tanto meno ha provato a farlo) ed ora dovrebbero avere il buon senso di tacere o l’onestà di fare il “mea culpa” invece di strepitare in maniera spudoratamente ipocrita. “La liberazione di Brusca, che per me avrebbe dovuto finire i suoi giorni in cella, è una cosa che umanamente ripugna. Però quella dello Stato contro la magia è, o almeno dovrebbe essere, una guerra e in guerra è necessario anche accettare delle cose che ripugnano. Bisogna accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso” ha commentato il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore.

Affermazioni assolutamente da sottoscrivere e che rappresentano una vera e propria lezione per i sempre più impresentabili politici italiani.

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