Un paese “al contrario”


Dopo l’indecente video di Grillo, “Il Tempo” riporta dichiarazioni nelle quali Salvini sostiene che la Bongiorno gli ha svelato qualcosa “su come sono andate le cose”. La sottosegretaria alla giustizia Macina chiede spiegazioni e, incredibilmente, finisce sotto accusa…

Non è certo una novità che il nostro sia da tempo un Paese “al contrario”, dove può succedere e andare scena ogni situazione che in qualsiasi altro posto apparirebbe paradossale. Come dimostra inequivocabilmente il caso che coinvolge il sottosegretario alla giustizia Anna Macina, finita nel mirino del centrodestra e di Italia Viva (sin troppo facile la battuta…) per alcune considerazioni dopo le presunte rivelazioni di Salvini che coinvolgono il suo avvocato e senatrice leghista Giulia Bongiorno. Così, nel paese in cui tutto procede “al contrario”, vengono chieste le dimissioni e si “crocifigge” chi segnala una gravissima anomalia ma non certo chi quell’anomalia l’ha commessa.

Tutto ruota intorno al caso che coinvolge il figlio di Grillo e altri suoi coetanei, accusati di violenza sessuale nei confronti di una 19enne. A dare il via alle polemiche il delirante (non c’è altro modo per definirlo) video con il quale Beppe Grillo si è lanciato in una furibonda difesa del figlio, facendo riferimento ad un video che, a suo dire, ne dimostrerebbe l’innocenza. Un intervento quanto mai fuori luogo per i toni e le argomentazioni, improntate al più becero maschilismo, utilizzate ma ancor più perché effettuato da un leader politico, con la conseguenza che quella che doveva restare una questione esclusivamente giudiziaria, inevitabilmente si è trasformata in una vicenda prima di tutto e principalmente politica. E non solo perché coinvolge quello che resta il punto di riferimento e il leader del partito con il maggior numero di parlamentari, ma anche perché l’avvocato della vittima della presunta violenza sessuale è la senatrice leghista Bongiorno (e ministro della pubblica amministrazione nel governo Conte 1).

E già solo per questo in un paese normale e civile si aprirebbe una seria discussione su alcuni aspetti assolutamente rilevanti. Vedremo poi, in particolare, di cosa stiamo parlando. Tornando nello specifico alla vicenda Grillo, dopo giorni di furibonde polemiche e di accuse rivolte al comico genovese, il giornale “Il Tempo” ha riportato sulla vicenda alcune dichiarazioni di Matteo Salvini che in qualsiasi altro paese avrebbero scatenato un vero e proprio putiferio. “Qualcosina su come siano andate le cose me le ha dette il mio avvocato, dato che è lo stesso della ragazza che ha denunciato lo stupro, ovvero Giulia Bongiorno” ha dichiarato il leader della Lega, almeno secondo quanto riportato dal quotidiano di Franco Bechis.

In pratica, se fossero vere quelle dichiarazioni, saremmo di fronte ad una gravissima e clamorosa violazione del proprio mandato legale da parte dell’avvocato della vittima (Giulia Bongiorno), con l’aggravante che la violazione stessa avrebbe avuto lo scopo di informare il proprio leader di partito su una vicenda che, come abbiamo visto, ha dei profondi risvolti politici. Invece, incredibilmente, quella incredibile dichiarazione del leader del Carroccio è passata sotto silenzio, non ha provocato alcuna reazione. Per altro lo stesso Salvini non ha mai smentito quanto riportato da “Il Tempo”, così come la Bongiorno.

Quasi inevitabile, a quel punto, l’intervento della sottosegretaria alla giustizia Anna Macina (M5S) che ha chiesto spiegazioni (“Non si capisce se la Bongiorno parla da avvocato o da senatrice” ha dichiarato in un’intervista al “Corriere della Sera), sostenendo che sarebbe stato da considerare un atto gravissimo se la Bongiorno avesse mostrato il video in questione a Salvini. Naturalmente, invece di dare spiegazioni Salvini e la Bongiorno hanno reagito furiosamente, scagliandosi contro la Macina e minacciando azioni legali. In un durissimo comunicato il Carroccio, dopo aver annunciato l’intenzione di Salvini di agire contro il sottosegretario in tutte le sedi civili e penale e la presentazione di un’interrogazione al ministro della giustizia, ha chiesto “le dimissioni immediate della sottosegretaria alla giustizia Anna Macina dopo le insinuazioni, gravissime, insultanti e indegne di un membro del governo”.

Forza Italia, attraverso le parole di Maurizio Gasparri (e già solo questo sarebbe sufficiente per essere dalla parte della Macina…), ha affermato di non sentirsi rappresentata dal sottosegretario, chiedendo un intervento del ministro della giustizia. A loro si unisce immediatamente Italia Viva con il deputato Marco Di Maio che giudica gravissimo quanto accaduto “tanto più se ha fini politici contro il difensore di quella ragazza vittima di un reato orribile”, mentre Gennaro Migliore sostiene che “la sottosegretaria Macina ha violato gravemente i suoi doveri istituzionali”.

Una farsa, il solito disgustoso teatrino della politica italiana nel quale si dimentica o si finge di dimenticare l’aspetto più rilevante (le affermazioni di Salvini riportate da “Il Tempo” sulle rivelazioni ricevute dalla Bongiorno, non smentite né dal leader né dalla senatrice) per meri fini politici. Per altro in questo caso siamo ben oltre la storia della trave e della pagliuzza, perché non dovrebbe essere solo la sottosegretaria Macina a chiedere spiegazioni su quelle affermazioni. “Le mie parole erano e sono un invito a sgombrare il campo da equivoci e ambiguità su una vicenda rispetto alla quale non mi sono mai permessa di entrare nel merito ma che non deve essere politicizzata” replica la sottosegretaria grillina.

Come abbiamo già accennato, al di là dello scontro e delle becere strumentalizzazioni politiche, questa vicenda in un paese civile e normale dovrebbe generare quanto meno una seria riflessione su alcuni importanti aspetti. A partire dal fatto che sarebbe opportuno almeno interrogarsi se, in casi delicati come questo, è opportuno che ad occuparsi di una vicenda giudiziaria che in qualche modo riguarda un esponente politico non sia un suo avversario politico. E’ una questione di opportunità e di buon senso che, però, non dovrebbe essere lasciata alla decisione secondo coscienza di ogni singolo parlamentare. Soprattutto, però, bisognerebbe chiedersi se è giusto che un parlamentare che paghiamo così profumatamente continui tranquillamente a svolgere la propria attività (in questo caso di avvocato). Si è spesso parlato anche in maniera esasperatamente demagogica dei mega stipendi dei parlamentari.

Quello che appare certo, però, è che il minimo che si dovrebbe pretendere da chi comunque ogni mese porta a casa quasi 13 mila euro netti (nel caso di un senatore 10.385,31 euro lorde come indennità parlamentare, che  tolte le varie ritenute diventano 5.304,89 nette, 3.500 euro nette come diaria, 1.650 euro nette come rimborso forfettario delle spese generali più 2.090 euro nette come rimborso delle spese per l’esercizio del mandato), senza considerare tutta un’altra serie di rimborsi forfettari e privilegi di altro tipo, è di dedicarsi esclusivamente alla propria funzione. D’altra parte basterebbe leggere anche superficialmente i trattati e i testi dei principali costituzionalisti per comprendere quanto profonda e fastidiosa sia già semplicemente questa anomalia. In particolare gli approfondimenti sull’articolo 69 della Costituzione (“I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge”) spiegano in maniera sin troppo chiara che l’indennità serve per consentire al parlamentare di svolgere con piena dedizione la sua attività politica.

Per altro già il termine stesso che è utilizzato per definire quello che a tutti gli effetti è uno stipendio, appunto indennità, suggerisce in maniera eloquente il perché viene corrisposta, cioè per indennizzare i cessati guadagni del periodo in cui, avendo l’onere e l’onore di rappresentare la Nazione, ci si dovrebbe astenere da altre attività professionali.  In altre parole, non è accettabile (anche se è legalmente permesso) che un parlamentare incassi la mega indennità mensile e al tempo stesso anche gli introiti della propria attività. Anche perché in tal modo si perpetra comunque un’evidente discriminazione, visto che questa possibilità è ovviamente riservata esclusivamente ai liberi professionisti, perché è del tutto ovvio che chi svolge un lavoro dipendente questa opportunità non ce l’ha. Per altro, a dimostrazione che i vari legislatori che si sono succeduti si sono divertiti a prendere in giro i cittadini italiani, in realtà una differenziazione per i parlamentari che continuano a svolgere un’attività lavorativa è prevista ed ammonta alla “stratosferica” cifra di 320,54 euro lorde che, al netto, diventano 182,70 euro.

Infatti l’indennità parlamentare mensile lorda per chi continua ad esercitare la propria professione ammonta a 10,064,77 invece di 10.385,31 euro (5.122,19 euro nette). Ma nel Paese degli azzeccagarbugli, dove i privilegi della casta (caso Formigoni docet) sono tornati ad essere intoccabili, non ci si può certo aspettare qualcosa di diverso…

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