C’era una volta il governo dei migliori…


I primi dubbi erano sorti dopo la scelta dei ministri ma la conferma si è avuta con la nomina dei 39 sottosegretari: altro che governo “di alto profilo istituzionale”, come chiesto da Mattarella, anche impegnandosi era difficile fare scelte peggiori…

Alla lettura dei nomi di alcuni ministri il sospetto era già venuto. Ora, dopo la nomina dei 39 sottosegretari, non ci sono dubbi. Altro che “governo dei migliori” o, come chiedeva il presidente Mattarella, “di alto profilo istituzionale”. Dopo che si è definitivamente completata la compagine dell’esecutivo Draghi l’impressione è che probabilmente era davvero difficile scegliere peggio. E, nei momenti di peggiore sconforto di fronte a personaggi a dir poco impresentabili, viene addirittura voglia di rimpiangere persino i vari Toninelli e De Micheli…

Magari sarà solamente dovuto al fatto che gran parte dell’informazione e qualche forza politica aveva caricato di eccessive aspettative il nuovo governo, al punto da far credere (nell’immaginario collettivo) che sarebbe stato composto esclusivamente da figure (politici o tecnici) di alto e indiscutibile livello. O anche l’illusione, coltivata nei giorni delle consultazioni di Draghi, del ruolo marginale che avrebbero avuto i partiti nella composizione del governo stesso. Come era facilmente prevedibile la realtà è completamente differente e tutte le ingenue certezze sull’indiscussa qualità del nuovo governo di fatto si sono sgretolate. E agli ultras più scatenati del nuovo esecutivo non resta che aggrapparsi a “Super Mario” che con i suoi straordinari poteri e le sue straordinarie qualità saprà trasformare in oro qualunque cosa di cui si occuperà, magari trasformerà in autentici fuoriclasse anche quei ministri e quei sottosegretari che ora appaiono come assolutamente inadeguati.

Al netto di speranze e illusioni, fermo restando che ovviamente poi il governo andrà giudicato sui fatti (come dovrebbe essere sempre), alcune conclusioni si possono già tirare dopo che si è completata la compagine governativa. La prima, la più evidente e più significativa da un punto di vista strettamente politico, è che sono bastati i primissimi giorni e la composizione della nuova squadra per far definitivamente cadere le (molto) presunte forti motivazioni di contenuto che erano state sbandierate per giustificare la definitiva archiviazione dell’esperienza Conte.

Già è oltremodo significativo che gran parte dei ministri e molti dei sottosegretari del governo Conte 2 sono stati confermati nel nuovo esecutivo in uno o nell’altro ruolo istituzionale. Ancor più, però, è significativa la scelta operata in determinati settori che, poi, erano quelli messi maggiormente in discussione nel precedente governo. Su tutti la salute e la conseguente gestione della pandemia, con la riconferma non solo di Speranza come ministro ma anche di Sileri come sottosegretario. Logica vuole che, se si è scelto di continuare ad affidare a loro la regia della gestione della crisi pandemica, evidentemente si ritiene che poi così tanto male non hanno fatto. Per altro al momento non sembra neppure in discussione, nonostante nei giorni scorsi alcuni giornali avevano avanzato ipotesi opposte, il tanto vituperato commissario Arcuri.

In ogni caso, al di là dei nomi, le prime decisioni nella gestione della pandemia sono esattamente in linea con il modo di operare del precedente governo. E anche in tema di vaccini al momento tutto procede nella stessa linea. Gli stessi annunci, per altro fatti più dai giornali che dagli esponenti di governo, di una prossima accelerata che porterà, all’incirca da aprile, a vaccinare fino a mezzo milione di persone al giorno non sono certo una novità. Nel piano vaccinazioni esposto dal precedente governo si prevedeva, sempre a partire da aprile, una media di 300-400 mila vaccini al giorno. Ovviamente i fans di “Super Mario” sono convinti che quel governo non sarebbe stato in grado di farlo, mentre quello attuale sicuramente ci riuscirà.

Al di là del fatto che ovviamente tutti ci auguriamo che sia realmente così, il resto sono supposizioni prive di riscontro che non cambiano certo il senso del discorso. Per quanto riguarda l’altro tema dirimente, la scuola, il ministro Bianchi (già collaboratore dell’Azzolina) ha già annunciato di voler ripartire dall’enorme (e ottima) mole di lavoro fatta dalla stessa Azzolina, in assoluta continuità con la linea di chi l’ha preceduto. Con il Mes definitivamente scomparso anche da ogni genere di discussione, resta la gestione dei 209 miliardi del Recovery come ultimo appiglio a chi prova a far credere che la crisi che ha lasciato, in un momento così delicato, il nostro paese senza governo (con le conseguenze che, purtroppo, ora iniziamo a vedere con chiarezza) era dettata da concrete motivazioni di contenuti e non da miseri risentimenti personali.

Per altro giova ricordare che in ogni caso il piano per il Recovery dovrà comunque passare al vaglio del Parlamento, con quindi la possibilità per i partiti di incidere sul suo contenuto. E proprio il rilevante peso che hanno in questa fase i partiti è l’altro aspetto che emerge con chiarezza da questa prima fase del nuovo esecutivo. Quando il presidente Mattarella aveva assegnato l’incarico a Draghi si era detto, lo avevano sottolineato giornali e quegli esponenti politici che erano i principali sponsor di “Super Mario”, che i partiti avrebbero avuto un ruolo assolutamente marginale. Invece fino ad ora è esattamente il contrario.

Lo si era capito già al momento della scelta dei ministri, si è avuta la più clamorosa conferma con la nomina dei 39 sottosegretari. In un caso e nell’altro i partiti hanno deciso e scelto, con Draghi che si è limitato a fare da notaio, a prendere atto dei nomi scelti dai partiti stessi. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Da mercoledì sera l’esempio più lampante che quasi unanimemente viene citato è quello di Lucia Borgonzoni, la 44enne leghista candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna (sconfitta da Bonaccini) che si vanta di non leggere un libro da 3 anni, che è convinta che la sua regione confini con il Trentino Alto Adige e l’Umbria e che, evidentemente per le sue “straordinarie competenze”, è stata nominata sottosegretario ai beni culturali.

Una vergogna, un insulto all’intelligenza degli italiani, uno schiaffo al valore della competenza. Se anche Salvini si è impuntato sul nome della Borgonzoni, il presidente del Consiglio Draghi per decenza quanto meno avrebbe dovuto porre il veto all’assegnazione ai beni culturali. Il problema, però, è che la Borgonzoni non è un caso unico, di esempi simili purtroppo ce ne sono numerosi. Come, ad esempio, il nuovo sottosegretario all’istruzione, Rossano Sasso, famoso per aver attribuito a Dante una citazione di Topolino (magari potrebbe proporre di sostituire, tra i testi scolastici, la Divina Commedia con la collezione del famoso fumetto della Disney).

Ma anche come Stefania Pucciarelli, nuova sottosegretaria alla difesa, famosa per quel “è meglio che la mira la prenda per bene” rivolta ad un cittadino veneto che aveva sparato a ladri di etnia rom ferendoli, ma anche per aver approvato i commenti di chi proponeva di mandare ai forni migranti, stranieri ed extracomunitari (in effetti a pensarci bene qualche competenza in tema di difesa potrebbe averla…). Non ci sono, invece, parole per la scelta come sottosegretario alla giustizia di Francesco Paolo Sisto, avvocato di Berlusconi nel processo escort. Un altro esponente di Forza Italia, Giorgio Mulè, doveva assumere al delega all’editoria poi, stando alle voci di corridoio, dopo la feroce protesta del M5S, è stato dirottato anche lui alla difesa. Ma niente paura, la delega all’editoria è rimasta comunque al partito di Berlusconi con Giuseppe Moles. E, per carità, nessuno si azzardi a paventare un presunto conflitto di interessi o faccia un discorso di inopportunità, questi sono concetti che riguardano i comuni mortali, non certo “Super Mario”.

Proseguendo c’è, poi, Nicola Molteni, tra i principali ideatori di quella “schifezza” dei decreti migranti, che torna agli interni, mentre il padre della riforma quota 100, Claudio Dorigon, torna all’economia. Dove troverà anche una delle più contestate ministre del M5S, quella Laura Castelli all’economia con il Conte 1 e il Conte 2. Confermatissimi anche i più contestati esponenti grillini come Carlo Sibilia e Manlio Di Stefano. D’altra parte, però, già con la nomina dei ministri si era ampiamente capito che aria tirasse. Basterebbe pensare al nome di Giancarlo Giorgetti, l’esempio più lampante di come i contenuti in questa fase politica (ma probabilmente anche prima) non contano nulla.

Gli ultimi giorni del governo Conte erano stati caratterizzati dalla famosa “grana Olimpiadi”, con il rischio che l’Italia venisse esclusa dai giochi olimpici per colpa della legge sullo sport varata dal governo Conte 1. I più feroci oppositori dell’ex presidente del Consiglio, in particolare il gruppo di Italia Viva, avevano “sparato a zero” per questa vicenda, accusando di grave incapacità lo stesso Conte. Che, ovviamente, come presidente del Consiglio di quel governo gialloverde aveva delle enormi responsabilità.

Ma chi aveva ideato e fortemente voluto quella legge che, secondo gli organismi internazionali, metteva seriamente a rischio l’autonomia dello sport e che rischiava di costare così gravi conseguenze per l’Italia, era stato proprio Giorgetti, all’epoca sottosegretario con delega allo sport. L’eco di quella brutta vicenda avrebbe quanto meno dovuto consigliare di escludere l’esponente leghista dal nuovo esecutivo. Invece la sua nomina è stata accolta con estremo favore anche e soprattutto da coloro che si erano così tenacemente scagliati contro Conte per quella legge sullo sport. Alla faccia della coerenza!

In ogni caso al di là dell’evidente delusione per i nomi scelti, come al solito il governo di “Super Mario” bisognerà valutarlo sulla base dei fatti concreti. Resta, però, la netta sensazione che in questo caso la montagna ha partorito qualcosa di meno che un semplice topolino…

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