La strage silenziosa, boom di morti sul lavoro nelle Marche


I dati dell’Inail riferiti al periodo gennaio-novembre 2020, ripresi ed elaborati dalla Cgil Marche, evidenziano come rispetto allo stesso periodo dello scorso anno le morti sul lavoro aumentano quasi del 40%. Diminuiscono, pur restando numerosi (42 al giorno), gli infortuni

Più di 3 persone al mese perdono la vita sul lavoro nella nostra regione. E’ questo il terrificante e principale aspetto che emerge dai dati dell’Inail, elaborati dalla Cgil Marche, relativi al periodo che va da gennaio a novembre. Numeri che evidenziano con allarmante chiarezza come si continui a morire con drammatica su lavoro con drammatica frequenza nelle Marche. Anzi, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente la situazione è addirittura peggiorata, con un clamoroso e sconfortante aumento dei decessi.

Una strage silenziosa, che già negli anni scorsi passava in secondo piano, come se di fatto non interessasse a nessuno, e che ora inevitabilmente, alle prese con la pandemia in corso, diventa quasi un particolare irrilevante. La dimostrazione è che i terribili dati Inail-Cgil sono stati resi noti 2 giorni fa ma la Regione non si è neppure degnata di dire due parole su questa vera e propria emergenza, l’assessore regionale al lavoro Aguzzi in proposito non ha proferito parola e, d’altra parte, nel programma politico di questa amministrazione il problema della sicurezza del lavoro non è certo tra le priorità (così come, allargando il discorso, non lo è e non lo è mai stato per il governo).

Tornando ai dati dell’Inail elaborati dalla Cgil Marche, da gennaio a novembre 2020 sono ben 43 i lavoratori che hanno perso la vita nella nostra regione, nello stesso periodo del 2019 erano stati 31. In altre parole un morto in più al mese, con una crescita che sfiora il 40% (38,7% per l’esattezza). E non è certo una consolazione che, al tempo stesso, sono diminuiti gli infortuni sul lavoro (-19,2%). Che, però, restano davvero tantissimi, troppi, ben 14.153 in 11 mesi (- 3.369 rispetto al 2019), con una media impressionante di oltre 42 infortuni al giorno. Per altro è del tutto evidente che sul decremento degli infortuni hanno influito le vicende legate al covid, con i fermi produttivi e delle attività economiche nel periodo del lockdown.

Il territorio che presenta il minor decremento di infortuni è quello di Pesaro (-17), seguito da Fermo  (-17,2%), Macerata (-17,6%), Ancona (-20,7%) e Ascoli Piceno (-22,7%).

Al di là delle statistiche – evidenzia in una nota la Cgil Marche – bisogna essere consapevoli che, dietro a quei numeri, ci sono lavoratori e lavoratrici in carne e ossa. Per questo, prima di tornare a piangere un altro morto sul lavoro, occorre intervenire a ogni livello con un’azione forte da parte di tutti, dalle imprese alle Istituzioni investendo in sicurezza, prevenzione, formazione, lavoro stabile e di qualità e condizioni di lavoro dignitose.

Anche se in diminuzione, restano comunque numeri importanti e preoccupanti tenendo conto di quello che è avvenuto proprio nel 2020 sul mercato del lavoro marchigiano: si sono persi, infatti, oltre 35mila posti di lavoro, di cui oltre 14mila di lavoro subordinato e sono state autorizzate da marzo 2020 ad oggi oltre 100 milioni di ore di cassa integrazione equivalenti al mancato lavoro di circa 60mila lavoratori a tempo pieno”.

Analizzando più nel dettaglio i dati sugli infortuni sul lavoro emerge come i più colpiti sono i lavoratori dell’industria e dei servizi dove peraltro gli infortuni diminuiscono solo dell’8,7%. Diminuiscono meno in particolare nei settori del terziario (-4,9%) che, nonostante le misure restrittive del Governo, ha quasi sempre lavorato regolarmente. Se il maggior numero di infortuni riguarda gli uomini, è per le donne che si registra il minor decremento di infortuni denunciati: un terzo di quello degli uomini (rispettivamente -9,9% e -24%).

Questi dati – commenta il segretario regionale della Cgil Marche Giuseppe Santarelli – mettono in evidenza come la pandemia stia determinando uno scadimento della qualità del lavoro e un allentamento nel rispetto delle regole che attengono alla salute e alla sicurezza nei luoghi di lavoro. E’ il segno che, dove non c’è stato fermo produttivo o dove si è ripreso dopo settimane di chiusura, l’attività produttiva è avvenuta senza la necessaria attenzione da parte delle imprese alla qualità del lavoro e dello sviluppo ed è stata tesa a recuperare il tempo perso ed i livelli di produzione attraverso l’aumento dello sfruttamento sul lavoro, dei ritmi e degli orari”. Una vera e propria strage, per la quale i sindacati richiamano alle responsabilità la classe imprenditoriale marchigiana, che dovrebbe avere come priorità la sicurezza dei propri lavoratori, e chiedono alle istituzioni, dal governo alla Regione, di svolgere in pieno e senza esitazioni le loro funzioni di prevenzione, controllo, repressione e anche contrasto del lavoro irregolare, intervenendo anche incrementando adeguatamente gli organici e le risorse dedicate a tali compiti.

Un ruolo importante – conclude Santarelli – deve averlo anche la contrattazione collettiva che deve rimettere al contro le reali condizioni di lavoro, rivedendo in molti casi l’organizzazione del lavoro”.

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