Bufera per le minacce alla Latini e… alla grammatica italiana!


“Sono espressioni che non si addicono a chi ha a cuore la libertà delle donne” accusa l’assessora regionale. “Condanno e rifiuto questa violenza verbale” aggiunge il presidente Acquaroli. Ma basta conoscere la storia e la grammatica per capire che non c’è alcuna minaccia…

La premessa è doverosa. Da sempre rifiutiamo e condanniamo ogni forma di violenza, anche e soprattutto quella verbale, di certo non meno pericolosa e inaccettabile. Per questo se davvero l’assessora regionale Latini si è sentita, a torto o a ragione, minacciata da determinati cartelli, non possiamo che esprimerle la nostra solidarietà. Che, però, non è poi in contraddizione con la convinzione che, in realtà, si sia montato un caso sul nulla, o meglio, sulla base di una buona dose di ignoranza (intesa di mancanza di conoscenza) e dalla solita necessità di estremizzare e poi sfruttare ogni genere di situazione.

In altre parole, non c’era nessuna intenzione di minacciare l’assessora da parte delle associazioni che nel fine settimana scorso hanno manifestato, con azioni dimostrative, davanti a diversi consultori del territorio regionale, contro la volontà espressa dalla giunta regionale di rivedere le linee guida ministeriali sulla somministrazione della Ru486 nei consultori e contro le posizioni espresse dalla Latini sulla legge sull’aborto (la 194). D’altra parte che quei cartelli esposti a Macerata (“la storia ce lo insegna: andiamo a bruciargli la casa”, “#questa è guerra”) non fossero riferiti e indirizzati all’assessora regionale lo dice innanzitutto la grammatica italiana (eventualmente, se l’intento era quello di minacciare la Latini, avrebbero scritto “andiamo a bruciarle la casa”…).

Per non parlare, poi, del fatto che evidentemente quell’espressione fa riferimento al noto meme che riprende una lezione dello storico Alessandro Barbero sul tumulto dei Ciompi del 1378 (basta andare su Google e cercare “andiamo a bruciargli la casa” per scoprirlo), mentre “questa è guerra” è il grido delle donne polacche (“To jest woina”) che nei mesi scorsi sono scese in piazza contro le leggi restrittive adottate dal governo polacco, simbolo della guerra che le istituzioni fanno nei confronti delle donne stesse. E se non si può pretendere che la Latini conosca la storia (anche se in teoria sarebbe l’assessora regionale alla cultura e alla pubblica istruzione…) e l’attualità politica, è semplicemente imbarazzante che non conosca la grammatica italiana.

Sono espressioni che non si addicono a persone che hanno a cuore la libertà delle donne – accusa l’assessora Latini con un post sui social – a tutti coloro che nutrono questi sentimenti di odio rivolgo la mia preghiera affinché nei loro animi venga lasciato spazio all’amore verso il prossimo e al rispetto reciproco”. Immediato arriva il sostegno del presidente della Regione Acquaroli che esprime “vicinanza all’assessore Giorgia Latini, oggetto di questo violento attacco, solo per aver espresso la sua legittima e personale opinione in merito alla difesa della vita e al sostegno alla maternità. Condanno e rifiuto questa violenza verbale che da molti anni non apparteneva al dibattito nella nostra regione”.

Tra le prime ad arrivare in soccorso della Latini l’assessora alla pubblica istruzione del Comune di Ascoli Monica Acciarri che a tutti gli effetti ha completato il suo percorso di trasformazione politica (dal Pd alla Lega) e ormai si muove seguendo i canoni della comunicazione dei cosiddetti “populisti”. “Solidarietà a Giorgia Latini – scrive su facebook – insultare non è una forma di dialogo. L’insulto così come la violenza sono da condannare senza ma e senza se. Le diverse opinioni possono e devono trovare un luogo di sintesi nel rispetto delle persone, soprattutto delle donne e delle opinioni altrui”.

Al di là del fatto che saremmo davvero curiosi di capire quale sarebbe l’insulto, di fronte a simili dichiarazioni una considerazione a margine è inevitabile farla. Perchè è a dir poco sconfortante scoprire che sia l’assessora regionale che quella comunale alla pubblica istruzione hanno così poca dimestichezza con la storia e con la grammatica italiana… Tornando alla vicenda in questione, detto che alla Latini sono arrivati attestati di solidarietà anche da Roma (esilarante quello di Maurizio Gasparri che parla di “ipocrisia più grave delle minacce stesse”), come al solito i giornali, locali e nazionali, non solo hanno immediatamente fatto da cassa di risonanza alle accuse del centrodestra, ma alcuni di loro ci hanno costruito intorno una narrazione da romanzo di fantascienza.

E se qualche giornale locale, per rendere più drammatica la situazione, non si fa scrupoli di trasformare il citato meme della lezione di Barbero in un inesistente minaccia diretta nei confronti della Latini (“ti bruciamo la casa”), Libero va addirittura oltre parlando di “pioggia di insulti” nei confronti della Latini e di odiatori che, a Macerata (dove è stato esposto il cartello in questione), si sono accaniti contro l’esponente leghista con insulti, minacce e cartelli di ogni genere (come si può vedere dalla foto c’era un solo cartello…).

Siamo alle solite, purtroppo non è certo una novità o una sorpresa che buona parte della stampa italiana non informa, non approfondisce, non verifica, in altre parole non svolge il proprio compito, e spesso addirittura contribuisce a raccontare storie che non hanno per nulla attinenza con la realtà. Così come non stupisce che da parte degli interlocutori politici si preferisca scegliere la strada della speculazione e della propaganda, invece di rispondere in concreto sui fatti, sulle questioni in discussioni. E’ quanto sottolinea anche la rete “Molto più di 194”, tra gli organizzatori delle azioni dimostrative incriminate.

Spiace quando si intraprendono azioni serie e condivise avere interlocutori poco adeguati che annaspano nel rispondere in modo corretto e puntuale – si legge in una nota – sorprende che l’unica donna della giunta regionale, a cui il ben noto meme non poteva essere riferito per regola grammaticale, lo abbia presuntuosamente avocato a sé. Sorprende che una assessora alle pari opportunità non conosca il grido delle donne polacche “questa è guerra” e non sappia che non lo hanno inventato per lei (credo che le donne polacche non la conoscano neppure), ma che è il simbolo della guerra che le istituzioni (di cui l’assessora fa parte) fanno ogni giorno e in ogni luogo alle donne.

Sorprende infine che non conosca il noto meme ricavato da una lezione dello storico Alessandro Barbero sul tumulto dei Ciompi del 1378 che non è, ancora una volta, riferito a lei e alla sua casa. Piuttosto sono le case delle donne, i centri antiviolenza, i consultori che le istituzioni (di cui fa parte) “bruciano” simbolicamente. Prendiamo invece atto che la giunta Acquaroli, e la stessa assessora, non sono capaci di rispondere in modo adeguato alle nostre istanze, se non utilizzando strumentalmente ciò che non sono stati neppure in grado di interpretare correttamente. Ribadendo la nostra solidarietà alla grammatica”.

Anche tutte le altre associazioni scese in piazza sabato scorso hanno ribadito che non c’è stata alcuna minaccia nei confronti dell’assessora, spiegando nuovamente i termini e il significato di quei cartelli. Lo ribadiamo, per chi conosce un po’ di storia e un po’ di grammatica italiana (e magari anche l’attualità politica internazionale) è del tutto evidente, non ci sarebbe neppure il bisogno di continuare a ribadirlo. Però, come sottolinea in una nota Sinistra italiana Macerata, è opportuno riflettere e interrogarsi sulla “capacità di movimenti e collettivi di utilizzare un linguaggio che sappia essere davvero inclusivo e che sappia accogliere sensibilità diverse che, però, condividono la stessa battaglia”.

Soprattutto, aggiungiamo, bisognerebbe sempre ricordarsi di chi è l’interlocutore (in questo caso la giunta regionale), dei suoi limiti e della sua propensione alla speculazione, alla mistificazione.

Alcuni comportamenti – scrive ancora Sinistra italiana – finiscono per concedere alibi alla classe dirigente di turno che si concentra sul fatto particolare, ignorando le richieste generali. Così nessuno parla della difficile autodeterminazione delle donne nelle Marche, mentre tutti discutono di un cartello. La piena attuazione della legge 194 resta sempre più lontana. Ed è su questo che gradiremmo si concentrassero le attenzioni dell’assessora Latini e della giunta tutta. Poi, a pensarci bene, è del tutto normale che la Latini si senta minacciata da una lezione di storia…

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