Riapertura delle scuole: il festival dell’incoerenza e della confusione


Solo 10 giorni fa governo e Regioni condividevano l’intesa finalizzata al ritorno a scuola dopo le feste natalizie. Ora diverse Regioni hanno deciso di posticipare il rientro, sostenendo che lo sviluppo della pandemia impone prudenza. Solo per scuole, però, non per lo sci…

Ha perfettamente ragione il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli. “Questa notevole gamma di sfumature tra governo e Regioni 

sulla riapertura delle scuole mi lascia interdetto – afferma – sembra quasi che i presidenti delle Regioni abbiano delle informazioni riservate che altri non conoscono. Sarebbe il caso che venissero pubblicati i dati, in modo da far rendere conto i cittadini del perché delle scelte compiute. Se ci sono rischi per la salute collettiva riprendendo la frequenza è giusto differire, ma se questi rischi non ci sono o sono molto contenuti, è doveroso far rientrare gli studenti il prima possibile”.

Lo sfogo di Giannelli arriva dopo che il Consiglio dei ministri ha deciso di spostare il ritorno in classe della metà degli studenti delle superiori dal 7 all’11 gennaio ma, soprattutto, dopo che diverse Regioni hanno autonomamente deciso, con proprie ordinanze, di posticipare il rientro, alcune addirittura fino al 31 gennaio. La situazione è in continuo divenire, al momento ci sono già Veneto, Friuli e Marche che hanno optato per la chiusura totale fino alla fine del mese, in Campania le scuole superiori continueranno la didattica a distanza fino al 25 gennaio, in Piemonte fino al 18 e in Sardegna fino al 15.

Con Lazio, Puglia, Lombardia e Umbria che stanno comunque pensando di prorogare a loro volta la didattica a distanza e il presidente facente funzioni della Calabria Spirlì che ha annunciato nelle ore scorse che è pronto a firmare l’ordinanza che “prevede la tutela totale dei nostri ragazzi con la chiusura di scuole di ogni ordine e grado in Calabria”, al momento solo Toscana, Sicilia, Valle d’Aosta, Molise e le province di Bolzano e Trento dovrebbero ripartire l’11 gennaio, naturalmente con la didattica in presenza al 50% nelle scuole superiori.

Al di là del fatto che magari ci si poteva pensare prima, e non arrivare ancora una volta all’ultimo momento, lo spostamento dal 7 all’11 deciso dal Consiglio dei ministri è comprensibile, visto che venerdì 8 gennaio è in programma la cabina di regia dell’Iss che attribuirà alle regioni i rispettivi colori (giallo, arancione e rosso), con le conseguenze che ciò determinerà anche per quanto riguarda le scuole. Però, come sottolinea lo stesso Giannelli, “quello che lascia stupiti è che Regioni e governo abbiano visioni così diverse, quasi opposte”.

Stupore che aumenta se si considera che solo una decina di giorni fa, esattamente il 23 dicembre scorso, la Conferenza unificata aveva approvato l’intesa finalizzata proprio alla ripresa dell’attività scolastica dopo le festività natalizie, con l’accordo unanime di tutte le parti (governo, Regioni, Province autonome di Trento e Bolzano, Anci e Upi). “Il Governo, le Regioni e le Province autonome, le Province, le Città metropolitane e i Comuni ognuno per la parte di propria competenza si impegnano a garantire che l’eventuale ulteriore sospensione o limitazione delle attività didattiche in presenza sia prevista come misura residuale” si legge nel documento approvato.

Secondo il quale, tra l’altro, le Regioni e le Province autonome “al fine di assicurare l’ordinato svolgimento dell’anno scolastico in sicurezza anche in collaborazione con il ministero della salute” si impegnano ad elaborare “un piano operativo, finalizzato a garantire l’applicazione rapida e tempestiva dei protocolli sanitari relativi alle modalità di screening della popolazione studentesca, secondo un criterio di specifica priorità. A tal fine definiscono le modalità di intervento per le operazioni di tracciamento dei contagiati e per l’applicazione rapida, efficace e tempestiva dei protocolli sanitari nell’ambito scolastico, provvedendo, anche con l’ausilio delle autorità sanitarie militari: alla presa in carico della persona sintomatica; all’individuazione puntuale dei contatti stretti della persona sintomatica; alla immediata somministrazione di tamponi rapidi ai contatti stretti della persona contagiata”.

L’intesa prevedeva anche una riprogrammazione del trasporto pubblico locale e regionale, “sulla base delle differenziazioni in entrata e in uscita dell’orario delle attività scolastiche delle scuole secondarie di secondo grado”, e impegnava il governa ad individuare risorse per incrementare il fondo per il miglioramento dell’offerta formativo e per il riconoscimento del salario accessorio al personale Ata, oltre ad ulteriori risorse da destinare ai servizi di trasporto pubblico aggiuntivi.

Dieci giorni dopo quell’intesa è praticamente “carta straccia” e le Regioni procedono ad ordine sparso. Certo l’evoluzione della pandemia continua a preoccupare ma non è che 10 giorni fa la situazione fosse migliore o, tanto meno, che le prospettive per il post festività natalizie fossero più ottimistiche. Come amava ripetere spesso Andreotti, “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca” e il sospetto è che per molte Regioni sia molto più semplice e sbrigativo mantenere chiuse le scuole piuttosto che impegnarsi a dare attuazione a quanto previsto dall’intesa del 23 dicembre scorso.

Tanto più che il rapporto dell’Istituto superiore di sanità, reso noto proprio nei giorni scorsi, ha evidenziato come la scuola non è tra i principali contesti di trasmissione del virus in Italia (i primi tre sono il contesto familiare-domiciliare, sanitario assistenziale e lavorativo). Infatti il monitoraggio dell’Iss effettuato dal 31 agosto al 27 dicembre ha rilevato 3.173 focolai in ambito scolastico, che rappresentano solamente il 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale.

Allo stato attuale delle conoscenze – conclude il rapporto dell’Iss – le scuole sembrano essere ambienti relativamente sicuri, purchè si continui ad adottare una serie di precauzione ormai consolidate quali indossare la mascherina, lavarsi le mani, ventilare le aule, e si ritiene che il loro ruolo nell’accelerare la trasmissione del coronavirus in Europa sia limitato”.

Sulla base di quel rapporto non si comprende perché si voglia differire il più possibile il rientro” sottolinea Giannelli. Lo si capisce ancor meno quando la chiusura viene imposta proprio da quelle Regioni e da quegli amministratori regionali che fino a qualche settimana fa invocavano di riaprire quasi tutti e contestavano ogni genere di restrizione stabilita dal governo. Parliamo in particolare del Veneto ma anche e soprattutto delle Marche, dove il presidente Acquaroli (che come tutti gli altri governatori ha condiviso l’intesa del 23 dicembre) e gli assessori regionali fino a pochi giorni fa erano sul piede di guerra contro il governo per ogni limitazione imposta.

Come al solito l’apice del paradosso lo raggiunge l’assessora all’istruzione Giorgia Latini che nei mesi scorsi, ancor più nella prima fase della pandemia, protestava sollecitando il ritorno al più presto tra i banchi. Ora, visto il ruolo che riveste, avrebbe la possibilità di determinare le scelte e, guarda il caso, si comporta esattamente all’opposto, cercando poi di scaricare la responsabilità sull’esecutivo nazionale. “Il governo ha cambiato i parametri degli indici Rt all’ultimo minuto per quanto riguarda le zone rosse e siamo stati costretti a fare una scelta responsabile, visto l’aumento dei casi nella nostra regione, prorogando la DAD per le superiori fino al 31 gennaio” afferma. In realtà con i nuovi indici Rt la zona rossa dovrebbe scattare ad 1,25 e gli ultimi dati davano le Marche sotto la soglia dell’1. E’ del tutto evidente che c’è qualcosa che non torna…

Allora è praticamente inevitabile riproporre l’interrogativo sollevato dal presidente dell’Associazione presidi, se ci sono dati e informazioni riservate alla base di questa scelta è giusto e opportuno renderli noti per far comprendere le ragioni di determinate scelte.  Perché in caso contrario non si capisce come è possibile che il presidente Acquaroli e la giunta regionale in poco più di una settimana siano passati dal chiedere di riaprire tutto (o quasi) al decidere di chiudere addirittura anche le scuole. Per altro, a contribuire a rendere il quadro ancora più confuso, c’è il fatto che proprio quelle Regioni e quei governatori che hanno deciso di mantenere chiuse le scuole al tempo stesso chiedono di riaprire gli impianti sciistici. Sono a dir poco stridenti e sconfortanti le immagini sui social che annunciano la riapertura degli impianti sciistici nella nostra zona a fianco a quelle che annunciano l’ordinanza del presidente Acquaroli che chiude le scuole superiori fino al 31 gennaio.

Se la situazione è tale da non consentire il ritorno anche solo parziale alla didattica in presenza, non è ammissibile che si riaprano le stazioni sciistiche. “I governatori che posticipano le aperture delle scuole poi non devono chiedere di riaprire lo sci il 18 gennaio” afferma il ministro per i rapporti con le Regioni Francesco Boccia. Che, dal nostro punto di vista, ha perfettamente ragione. Per questo, invece di limitarsi ad affermarlo, faccia in modo che il governo eviti il verificarsi una situazione davvero inaccettabile, vietando la riapertura allo sci in quelle regioni che continuano a tenere chiuse le scuole.

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