Vaccinazioni a rilento, i dati smentiscono le solite speculazioni politiche


Secondo i dati ufficiali, alla mezzanotte del 3 gennaio in Italia sono stati  effettuati effettuati 118 mila vaccini, con la solamente la Germania (nell’Unione europea) che ne ha fatti di più. Eppure c’è chi continua a sostenere che l’Italia è la nazione europea che ha fatto meno vaccini…

Come purtroppo era facilmente prevedibile, quando dagli annunci si è passati al concreto avvio della campagna vaccinazione, l’euforia iniziale ha lasciato posto alla preoccupazione e ad un po’ di scoramento. Perché è subito diventato chiaro che ci sono tanti gli ostacoli e i problemi da superare che inevitabilmente rallenteranno la campagna stessa, con la conseguenza che quella luce in fondo al tunnel che illusoriamente sembrava così vicina ora appare nuovamente più lontana. E non è certo consolatorio che i problemi sono generali a livello internazionale e non riguardano certo solo il nostro paese.

Nel quale, però, a quelle difficoltà oggettive si aggiungono le tradizionali “aggravanti” di una campagna elettorale e di uno scontro politico che non si fermano e non si attenuano neppure di fronte all’emergenza che stiamo vivendo. Senza dimenticare, naturalmente, l’opera costante e incessante di no vax e negazionisti. Così, anche per quanto riguarda i vaccini, assistiamo da giorni a tutte le peggiori speculazioni politiche che ormai sono la quotidianità, con l’immancabile aggiunta della solita inaccettabile pioggia di bugie, informazioni false e deformate e autentiche fake news.

A rendere il quadro ancora più confuso c’è il fatto che da qualche settimana a contribuire a questa vera e propria campagna di disinformazione ci si è messa anche una delle forze dell’attuale maggioranza di governo, Italia Viva, che sul tema vaccini sta facendo a gara con i cosiddetti “sovranisti” a chi “la spara più grossa”. Un gioco pericoloso e, purtroppo, troppo spesso “sporco” (perché fa prelevare il calcolo e l’interesse politico di parte sopra ogni altra cosa, anche e soprattutto la tutela della salute dei cittadini che, a maggior ragione in una situazione come quella attuale, dovrebbe invece essere l’indiscutibile priorità) che rischia di provocare conseguenze pesantissime.

Naturalmente non è certo in discussione il legittimo, anche in tempo di pandemia, diritto di critica. Ma senso di responsabilità vorrebbe che, a maggior ragione in un momento come quello che stiamo vivendo, la critica fosse il più possibile costruttiva e, soprattutto, basata su fatti e dati concreti, non su costruzioni o, peggio ancora, autentiche invenzioni. Come invece sta purtroppo avvenendo in questi giorni sui social e anche sui giornali., con un vero e proprio festival di accuse basate su informazioni distorte o peggio ancora false, per altro con lo scopo di attribuire ogni eventuale responsabilità al governo e al commissario Arcuri (che spesso merita le critiche che riceve) e a scagionare le Regioni, nonostante l’evidenza, i fatti e gli atti dimostrino ampiamente il contrario.

“L’Aifa fa a pezzi il piano: Arcuri già nei guai”, “Tutti i paesi vaccinano, noi no: colpa di Arcuri” titolavano in prima pagina “Il Tempo” e “Libero” domenica 3 gennaio. Accuse simile da giorni vengono rilanciate dall’opposizione e anche dai principali esponenti di Italia Viva, con il fiorire di post dei fans di Renzi che sostengono che l’Italia è il fanalino di coda in Europa per quanto concerne le vaccinazioni e sottolineano come le responsabilità siano tutte del governo e del commissario e non certo delle Regioni.

Al di là del fatto che basta leggere l’articolo de “Il Tempo” per scoprire che il direttore dell’Aifa, Nicola Magrini, si limita ad esprimere i propri dubbi sul vaccino AstaZeneca (e non parla in alcun modo del piano vaccini), la realtà è completamente differente. Come dimostrano inequivocabilmente dati, atti e fatti che sono verificabili da chiunque voglia informarsi correttamente.

Innanzitutto sarebbe opportuno ricordare che il piano vaccinazioni, esposto e presentato a novembre dal commissario Arcuri in Parlamento, prevedeva che, dopo la giornata europea del vaccin-day (domenica 27 dicembre), nel nostro paese la prima fase della vaccinazione sarebbe partita a metà gennaio, con 3,4 milioni di dosi necessarie per vaccinare 1,7 milioni di persone. Poi, però, entro la fine del 2020 sono state consegnate al nostro paese e distribuite tra le regioni le prime 469.950 dosi e il 31 dicembre è iniziata la somministrazione dei vaccini. Quindi, a voler essere pignoli, siamo in anticipo di una quindicina di giorni rispetto a quanto inizialmente stabilito.

Secondo i dati ufficiali riferiti alle ore 18 di domenica 3 gennaio complessivamente in Italia sono state somministrate poco meno di 85 mila dosi (84.730 per la precisione). Un numero sicuramente non elevatissimo ma che colloca l’Italia al secondo posto nell’Unione europea, dietro alla Germania (238 mila). Tutti gli altri paesi sono decisamente dietro, con la Danimarca a 32 mila dosi e tutti gli altri paesi europei molto più indietro, con meno di 10 mila dosi, e Francia e Spagna con addirittura solo poche centinaia di dosi somministrate (aggiornamento delle ore 24 di domenica 3 gennaio, in Italia superata quota 118 mila vaccini)

E’ quindi assolutamente falso sostenere, come hanno fatto qualche giornale e diversi esponenti politici, che “tutti gli altri paesi vaccinano e l’Italia no”. Così come che il nostro paese è quello che sta facendo meno vaccini in tutta Europa. Certo si può legittimamente discutere e si deve assolutamente spronare a fare di più e a fare meglio, ma è inaccettabile continuare a costruire determinate campagne propagandistiche basate sulle menzogne.

Per altro lo stesso commissario Arcuri, proprio nelle ore scorse, ha sottolineato che bisogna accelerare, chiedendo alle Regioni di fare almeno 65 mila vaccini al giorno. E proprio sul ruolo e sulle responsabilità delle Regioni i dati parlano chiaro e sono sin troppo emblematici. Quelli ufficiali evidenziano come, a fronte della maggior parte delle Regioni che viaggiano con una percentuale di somministrazioni (rispetto alle dosi ricevute) complessivamente buona, ce ne sono 7 che arrancano e sono molto indietro. Nello specifico sono Abruzzo, Calabria, Lombardia, Molise, Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta che non raggiungono neppure il 10% (addirittura la Lombardia, che con oltre 80 mila è quella che ha ricevuto più dosi, è ferma al 3,9%).

Poco sopra il 10%, invece, le Marche, con  il Lazio che con il 48,7% è la Regione migliore, seguita  dalla Provincia di Trento con il 45,1% e diverse altre Regioni sopra il 30%. E’ del tutto evidente che se le cose vanno bene o addirittura ottimamente in alcune regioni e molto male in altre il problema non può certo essere al centro (governo e commissario) ma nella disorganizzazione e nell’impreparazione di alcune Regioni. Per altro non è un caso che le Regioni che sono più indietro sono proprio quelle che alla scadenza (23 novembre) non avevano presentato alcun piano e non avevano fornito le informazioni richieste dal commissario Arcuri (vedi articolo “Piano vaccinazione anti covid, Regione Marche in stato confusionale”).

Entro quella data, se non il piano vaccini, le Regioni avrebbero dovuto almeno comunica  re al commissario straordinario una serie di informazioni e dati fondamentali: per ogni provincia i presidi scelti per la vaccinazione, il numero di personale sanitario e sociosanitario operante nel relativo territorio, i dati sui presidi residenziali per anziani e il personale ivi operante, la disponibilità di congelatori. Quelle Regioni, Marche comprese (solo il 31 dicembre la giunta regionale ha approvato il piano vaccini con la contestuale individuazione, in ogni provincia, dei siti dove verrà effettuata la vaccinazione) non lo hanno fatto, erano in palese ritardo ed inevitabilmente ora pane pagano le conseguenze.

Non è giusto e non è accettabile che, per meri interessi di propaganda politica, si finga di non vedere le gravi responsabilità di quelle amministrazioni regionali. Sorvolando, per decenza, sulla sconfortante giustificazione addotta dall’assessore regionale lombardo Gallera (“Non potevano richiamare il personale sanitario dalle ferie”), è doveroso rimanere assolutamente vigili e sottolineare con forza ciò che non sta funzionando ma, al tempo stesso, non bisogna neppure   arrivare così entro la prima metà di febbraio alla conclusione del primo ciclo di vaccinazioni (come è noto servono due dosi per ottenere la totale immunità).

Come anticipato, poi, la situazione è complessa ovunque, tra le difficoltà di avere a disposizioni le dosi necessarie (per i problemi di produzione ma anche per qualche ritardo nel via libera ad alcuni vaccini) e quelle nell’organizzazione stessa della somministrazione. Problemi si registrano un po’ ovunque, anche in quei paesi che sembrano viaggiare più velocemente. In Gran Bretagna, ad esempio, fa molto discutere la scelta di ritardare la somministrazione della seconda dose per dare la precedenza a chi ancora deve ricevere la prima.

In Germania, invece, si registrano situazioni locali molto complesse, per carenza di fiale e difficoltà di mantenimento della catena del freddo ma anche per la confusione che rischia di compromettere la vaccinazione nelle residenze assistite per anziani, mentre gli Stati Uniti sono decisamente indietro rispetto al proprio piano vaccinazioni (meno di 5 milioni di dosi somministrate, rispetto ai 20 milioni previsti). Per quanto riguarda l’Italia e l’Europa se, come previsto e sperato, dopo i ritardi dovuti a dati non del tutto coerenti, a fine gennaio verrà dato il via libera la vaccino AstraZeneca con le sue 400 milioni di dosi, la situazione diventerebbe sicuramente più rosea, soprattutto per il nostro paese.

Naturalmente al netto della strumentalizzazione politica e dell’impreparazione di alcune Regioni…

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