Ospedale da incubo, chiuso per covid l’ennesimo reparto


Dopo Cardiologia e Medicina ovest, chiude per i contagi tra il personale sanitario e i pazienti anche il reparto di Medicina d’urgenza del “Mazzoni”.  Ancora sotto accusa la scelta della Regione di non ripetere la separazione “covid” e “no covid” degli ospedali

A volte la fredda cronaca, il fedele racconto di un avvenimento, è più utile di tante parole per far capire al meglio ciò che sta accadendo. Lunedì 7 dicembre, poco dopo le 8, un anziano ascolano è vittima di un incidente domestico nel quale riporta diverse ferite, un paio delle quali probabilmente necessiterebbero di un intervento per saturarle. L’uomo e i suoi familiari si mettono in contatto con il proprio medico di base e, essendo un giorno prefestivo, anche con la guardia medica. Ad entrambi descrive telefonicamente la situazione, ottenendo praticamente identica risposta. Cioè che in una simile situazione sarebbe il caso di recarsi in ospedale, al Pronto Soccorso, ma che in questi giorni, con la situazione caotica che si vive nel nosocomio cittadino, se non si è di fronte ad una vera e propria emergenza (in questo caso un eventuale trauma alla testa) è molto meglio evitare perché, sottolineano entrambi, “l’ospedale di Ascoli è il luogo meno sicuro e quello dove c’è il maggior rischio di contrarre il covid”.

Se qualcuno può pensare che si tratta di preoccupazione eccessiva, a fugare ogni eventuale dubbio è arrivata nelle ore scorse la notizia della chiusura del reparto di Medicina d’urgenza (Murg) del “Mazzoni” a causa del contagio che si è diffuso tra il personale medico ed infermieristico, ed anche tra i pazienti. Tutto il personale è stato posto in quarantena fino al 18 dicembre. “Hanno dovuto chiuderla – spiega il coordinatore delle Rsu dell’Area Vasta 5 Paolo Villa – perché non c’è più il personale visto che la maggior parte di è ammalato”.

E’ il terzo reparto dell’ospedale di Ascoli chiuso per l’esplosione di contagi. Prima era toccato alla Cardiologia (dopo diversi giorni poi riaperta), poi a Medicina ovest (ancora chiusa) ed ora al Murg. Il problema e la conseguente emergenza sono duplici, perché da un lato c’è l’inaccettabile condizione in cui è costretto ad operare il personale sanitario e non, senza alcuna concreta tutela della propria salute, insieme al rischio a cui vengono esposti i pazienti stessi, coloro che non hanno la possibilità di scegliere e sono costretti (in base alla patologia di cui soffrono) a recarsi e farsi ricoverare in ospedale.

Dall’altro c’è la situazione che si viene creare in termini di carenza di assistenza, con reparti chiusi e minori posti letto a disposizione. Sullo sfondo una gestione dell’emergenza assolutamente inadeguata, sotto ogni punto di vista, che costringe il personale sanitario (e non) a lavorare in condizioni vergognose (e i dati sui contagi tra il personale stesso lo dimostrano) ed espone gli stessi pazienti a rischi inaccettabili.

Lo avevamo denunciato da mesi che la Murg del Mazzoni non è idonea a ricoverare pazienti covid in quanto non è possibili assisterli in sicurezza – accusa Mauro Giuliani dell’Unione sindacale di base – mancano impianti di areazione idonei e camere a pressione negativa. E alla fine, infatti, è accaduto l’inevitabile con quasi tutti gli operatori sanitari che si son o contagiati, comprese anche alcune lavoratrici della cooperativa che effettua le pulizie. E ancora, la cosa grave è che in Murg ci sono anche pazienti intubati gestiti dal personale sanitario della rianimazione. Queste persone dovrebbero, invece, essere trasferite in un reparto idoneo come lo è la rianimazione Covid dell’ospedale di San Benedetto“.

Se si considera che la medicina ovest non è stata mai riaperta in seguito al contagio di 6 infermieri, un coordinatore, due operatori socio-sanitari e 2 medici e che l’urologia è chiusa da 9 mesi, nell’ospedale di Ascoli ci sono 57 posti letto in meno a disposizione dei cittadini” aggiunge Villa. In altre parole un vero e proprio disastro, una situazione ormai al limite. Le cui ragioni sono in parte legate all’atavica condizione dell’ospedale cittadino e, soprattutto, in parte a qualche scelta compiuta recentemente che, per usare un eufemismo, non convince ed, anzi, è risultata assolutamente deleteria.

Della condizione generale del “Mazzoni” ne abbiamo parlato più volte, negli ultimi tempi il campanile e la demagogia (due pericolosissimi cancri quando si deve discutere seriamente della tutela della salute dei cittadini) hanno fatto si che la discussione si concentrasse tutta sull’opportunità o meno dell’ospedale di vallata (non ospedale unico), con la conseguente accecata difesa demagogica di un ospedale cittadino (il “Mazzoni”) che nelle attuali condizioni probabilmente non è neppure di terza serie e non è molto utile alla comunità.

Passata l’emergenza pandemia se ne dovrebbe discutere, provando a mettere da parte la demagogia e il campanile che rischiano di condannare il capoluogo piceno e il territorio circostante ad una situazione sanitaria, a livello di strutture, perennemente deficitaria e del tutto inadeguata. Quanto alle decisioni che hanno contribuito a rendere più problematica la situazione non servirebbe neppure ricordarlo, tanto è evidente ciò che è accaduto. Nella prima fase della pandemia la Regione aveva fatto una scelta ben precisa, non solo nel territorio piceno, che è risultata particolarmente azzeccata.

Parliamo, naturalmente, della decisione di differenziare, dove possibile, gli ospedali in covid e no covid. Per quanto riguarda il nostro territorio, ad esempio, sulla base di quanto previsto dal piano pandemico regionale l’ospedale “Mazzoni” era stato riservato a tutte le altre patologie (quindi no covid), mentre il “Madonna del Soccorso” di San Benedetto era stato scelto come ospedale covid. Una scelta che ha dato i suoi frutti e ha prodotto risultati importanti e che logica e buon senso avrebbero voluto che venisse riproposta (magari anche capovolgendo la situazione in una sorta di par condicio tra Ascoli e San Benedetto) nel momento in cui la situazione è tornata a farsi preoccupante.

Ma, come abbiamo visto dall’inizio di questa seconda ondata, logica e buon senso non guidano certo le scelte dell’attuale giunta regionale. Con l’aggiunta che quell’ottusità politica che ormai imperversa nell’agone politico italiano (e quindi anche nella nostra regione) vuole che i nuovi governanti, ovviamente se di segno politico opposto dei precedenti, debbano azzerare e non riproporre quanto di positivo (perché anche nelle peggiori amministrazioni qualcosa di positivo solitamente c’è) aveva fatto chi li aveva preceduti. La demagogia politica prima di ogni altra cosa, prima ancora degli interessi concreti dei cittadini. Anche dopo aver stravinto, quindi quando non ce ne sarebbe la necessità immediata, gettare fango sugli avversari (facendo passare il messaggio che è assolutamente negativa qualsiasi cosa abbiano fatto gli avversari stessi quando governavano) è prioritario rispetto alla tutela dei cittadini. Per altro in queste settimane si sono ripetuti e moltiplicati gli appelli alla Regione (dai sindacati di categoria, dalle unità di base, dalle associazioni, dai partiti dell’attuale opposizione) per tornare sui suoi passi e tornare a differenziare gli ospedali in covid e no covid. Tutto inutile, naturalmente.

A rendere ancor più paradossale la situazione è che la nuova giunta regionale il 30 ottobre scorso ha deliberato  “di ap­pro­va­re le mi­su­re stra­te­gi­che pre­vi­ste dal pia­no pan­de­mi­co re­gio­na­le, adot­ta­to con de­li­be­ra di giun­ta re­gio­na­le n. 1257 del 5 ago­sto scor­so”. In pra­ti­ca il pia­no pan­de­mi­co adot­ta­to dal­la pre­ce­den­te giun­ta gui­da­ta da Ce­ri­scio­li che, tra le al­tre cose, pre­ve­de­va pro­prio que­sta dif­fe­ren­zia­zio­ne. Che, invece, questa volta non è stata prevista, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti…

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