Se 60 mila morti vi sembrano pochi…


Mentre cresce il numero dei morti e tutti gli esperti chiedono massima responsabilità per evitare dati ancora più drammatici nella terza ondata, si discute e si invocano meno restrizioni per Natale, con il presidente della Lombardia che applaude chi non rispetta le regole…

Lunedì 7 dicembre, ore 17 circa, centro cittadino. C’è molta gente in giro, comprensibile considerando che è un giorno prefestivo. Locali e bar del centro sono quasi tutti pieni, in una sorta di anticipo dell’aperitivo (visto che poi alle 18 devono chiudere al pubblico), in alcuni casi con persone ammassate una vicina all’altra (il classico assembramento). Stesso orario a San Benedetto situazione praticamente identica, anzi per certi versi addirittura peggiore. Perché le zone del centro sono veramente molto affollate e i bar e i locali al cui esterno le persone sono ammassate senza quasi alcun distanziamento sono numerosi.

Non solo, alle 18:15-18:20, cioè oltre l’orario di chiusura, in qualcuno di quei bar e locali ci sono ancora, all’interno o nei tavoli all’esterno, persone tranquillamente sedute a consumare il proprio aperitivo. Nelle stesse ore, attraverso i social e i principali organi di informazione, arrivavano gli appelli accorati esattamente di senso opposto degli esperti.

Non bisogna muoversi, tutti i giorni muoiono migliaia di persone e, sinceramente, non è un problema se per un anno nella vita non si può fare il cenone. Più persone si muovono, più il virus circola, più persone andranno in ospedale” ha dichiarato la virologa Ilaria Capua.

Per questo Natale dobbiamo rinunciare ad eventi sociali e incontri, dobbiamo ridurli al minimo, recupereremo in estate, quando la situazione sarà migliorata – spiega l’epidemiologo dell’Università di Pisa Pier Luigi Lopalco – è fondamentale il modo in cui si arriverà alla terza ondata che è scontato che ci sarà. E’ fondamentale fare sacrifici adesso fino a gennaio ma non saranno sacrifici inutili, perché è importante per rallentare la ripresa dei contagi ed avere il tempo necessario ad avviare la vaccinazione”.

Dobbiamo stringere i denti ora per scongiurare il peggio nella terza ondata – aggiunge il direttore del reparto malattie infettive del Sacco di Milano, Massimo Galli – le misure prese stanno dando risultati ma il virus non è certo scomparso. Non cantiamo la stessa canzone che è stata cantata più volte del periodo estivo. Il mancato rispetto delle note di questa canzone ci ha portato alla terribile ripresa autunnale. Anche se è un conto che mi fa fatica fare più di 20 mila morti li avremmo potuti in larga misura evitare”.

Invece, almeno a giudicare da quanto sta accadendo in questi giorni, la sensazione è che ci accingiamo esattamente a ripetere i gravi errori commessi questa estate. Con, però, questa volta una duplice pesante aggravante. La prima è che bisogna essere molto più che ottusi per non imparare dall’esperienza vissuta. Questa estate, anche se in molti continuavano a metterci in guardia dalla seconda ondata, in troppi hanno pensato che il peggio fosse alle spalle, che certe raccomandazioni fossero eccessive. Purtroppo non lo erano, anzi. E le conseguenze di quel comportamento le stiamo pagando pesantemente ora, sotto ogni punto di vista. Ripetere lo stresso errore, avendo visto cosa ne consegue, è semplicemente da idioti.

La seconda aggravante è determinata dal fatto che almeno l’incoscienza di tanti questa estate poteva minimamente essere giustificata dal fatto che in quei frangenti i dati erano rassicuranti. A cavallo tra fine luglio ed inizi di agosto si viaggiava ad una media di 300-350 nuovi contagi al giorno, pochissimi decessi (tra i 15 e i 20 in una settimana) con meno di 50 pazienti in terapia intensiva. Ora questo atteggiamento irresponsabile arriva in un momento sicuramente di leggera (ma troppo contenuta) diminuzione di casi ma pur sempre con 15-20 mila nuovi contagi al giorno, nell’ultima settimana una media di oltre 700 decessi al giorno e con poco meno di 3.500 pazienti nelle terapie intensive.

Siamo ancora nel pieno della seconda ondata e, se non facciamo attenzione, il rischio concreto è che la prevista (e data per certa da tutti gli esperti) terza ondata si sovrapponga alla seconda, con conseguenze che vengono i brividi solo ad immaginare. Soprattutto, nello spazio di meno di 2 mesi, siamo saliti ad oltre 60 mila morti, per l’esattezza con i 634 di martedì 8 dicembre siamo arrivati 61.240 decessi, una cifra che dovrebbe mettere i brividi. Chissà, magari con il passare degli anni si diventa troppo sensibili e più facilmente impressionabili.

Ma per chi scrive il dato dei morti è semplicemente impressionante. E non serve neppure, per renderlo ancora più drammatico, sottolineare che quel numero è approssimato per difetto, nel senso che è ampiamente noto che in realtà i morti sono purtroppo molti di più perché quel dato si riferisce solamente alle persone decedute in una struttura sanitaria e non tiene conto di quanti sono morti in casa, senza neppure arrivare in ospedale.

Secondo il report dell’Istat, sulla base dei dati forniti dall’Istituto superiore della sanità (Iss), a fine agosto (quindi prima dell’inizio della seconda ondata) alla cifra ufficiale delle vittime bisognava aggiungere altri 10-15 mila decessi quasi certamente riconducibili al covid. Al di là di questa precisazione, anche solamente (si fa per dire…) di fronte ad oltre 60 mila decessi bisognerebbe riflettere e rendersi conto di quanto sterili e incomprensibili siano determinate discussioni intorno al Natale. Che, naturalmente, non significa affatto che tutti i provvedimenti adottati dal governo in vista delle festività siano condivisibili, che non ci siano degli aspetti che lasciano a dir poco perplessi.

Solo per citarne uno, l’obbligo indiscriminato di non uscire dal proprio comune di residenza nei giorni del 25 e 26 dicembre e 1 gennaio, mettendo sullo stesso piano un comune di poco più di mille abitanti e metropoli con oltre 1 milioni di residenti, è a dir poco cervellotico. Però discutere del cenone e della messa di Natale, della “settimana bianca” e di altre simili “fondamentali” di fronte ad una simile quotidiana strage è semplicemente da irresponsabili.

E’ oltremodo significativo che dalle parole di infettivologi e virologi emerge con chiarezza che, piuttosto, sarebbero addirittura necessari provvedimenti ben più restrittivi, che si è concesso sin troppo vista la situazione. Il problema è che in tanti continuano a non comprenderlo (o fingono di non comprenderlo), cosa ancora più grave è tra loro ci sono rappresentanti istituzionali che dovrebbero dare esattamente l’esempio contrario.

Sorvolando sugli esponenti dell’opposizione, che non hanno mai mostrato quel senso di responsabilità necessario in una situazione così drammatica, ancora più sconcertante è il comportamento di diversi presidenti di Regione. Che in queste settimane hanno avanzato le richieste più folli (tra chi ha chiesto il via libera alla stagione sciistica, chi voleva l’apertura di bar e ristoranti fino almeno alle 22-23, chi auspicava un “liberi tutti”  per le festività natalizie come se niente fosse, chi addirittura in un momento come questo si preoccupa di riportare gli spettatori negli stadi e nei palazzetti) ed ora qualcuno loro, all’apice dell’irresponsabilità, addirittura invita i cittadini a non rispettare i divieti imposti dal governo.

Sono d’accordo con chi annuncia che violerà i divieti previsti dal governo per Natale”. L’autore di una simile farneticante dichiarazione è Attilio Fontana, governatore della Lombardia. Un’affermazione gravissima a prescindere ma ancora più inaccettabile perché proprio la sua regione è quella che ha pagato il prezzo più alto, in termini di vittime, alla pandemia. Quel che è ancora più sconcertante è che dalle parole si è passati ai fatti, con l’assessore lombardo alla sanità, l’ineffabile Giulio Gallera, che non solo ha tranquillamente violato il Dpcm (anzi, doppiamente violato perché, con la Lombardia in zona arancione, è uscito dal suo comune per andare a correre e, per giunta, l’ha fatto in compagnia di altre persone…) ma non si è neppure vergognato di postare su Instagram la sua “impresa”.

Superfluo sottolineare che in un paese serio Fontana e Gallera si sarebbero già dimessi (in realtà da mesi ci sono motivazioni ancora più gravi per cui avrebbero dovuto farlo). Purtroppo in Italia dimettersi, soprattutto nel mondo politico, è un concetto ormai sconosciuto e, quel che è più deprimente, è che gli autori di simili “bravate” trovano anche un certo sostegno. Ma, al di là di certi eclatanti episodi di irresponsabilità, in realtà non c’è una grande differenza tra chi, come Fontana, in qualche modo invita a non rispettare le regole e chi, pur chiedendo senso di responsabilità ai cittadini, in concreto si comporta in maniera esattamente opposta.

Nello specifico, in questi giorni in diverse parti del paese si continuano ad organizzare eventi che, non c’è bisogno di un genio per rendersene conto, rappresentano incomprensibili opportunità per assembramenti. Nel fine settimana scorso, ad esempio, alla Fiera di Rimini è andata in scena la festa della ginnastica, un evento che ogni anno richiama centinaia e centinaia di atleti e tecnici e che, vista la situazione, si poteva evitare. Ma, senza andare troppo lontano, basta vedere quello che avviene nel nostro capoluogo, dove nei giorni scorsi si è regolarmente svolto il mercatino dell’antiquariato.

Di fronte a simili episodi è inevitabile pensare che forse sarebbe stato più opportuno prevedere maggiori restrizioni, anche alla luce del fatto che i dati di questi giorni dimostrano che la situazione è in deciso miglioramento nelle regioni che nelle settimane scorse erano arancione o rosse (quindi con maggiori restrizioni), mentre sono in peggioramento in quelle che erano gialle. Di fronte ad un simile quadro, a maggior ragione servirebbe il massimo senso di responsabilità da parte di tutti, ovviamente a partire dai rappresentanti istituzionali.

Perché in caso contrario tra gennaio e febbraio sarà inevitabile avvicinarsi, se non addirittura superare, i 100 mila decessi. Una cifra che, a chi ha ancora un briciolo di sensibilità, non può non suscitare un profondo senso di sconforto.

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