La morte “disumana” ai tempi del covid


La tragica storia di un anziano ascolano, morto in casa mentre, insieme alla moglie, era ancora in attesa di effettuare il tampone, tra ritardi impreparazione e anche un irresponsabile menefreghismo. Il “giallo” del funerale negato ma concesso ad altri in situazione simile…

E’ difficile trovare le parole giuste, senza lasciarsi trasportare dal dolore e dalla più profonda rabbia, quando ci si trova a raccontare una tragedia che ha colpito la propria sfera affettiva. Ma è doveroso farlo perché la drammatica storia che ci accingiamo a raccontare dovrebbe far riflettere, innazitutto chi continua a negare l’evidenza, per ignoranza o per chissà cos’altro. Ma anche perché questa triste storia fotografa, in maniera eloquente e imbarazzante, la situazione che stiamo vivendo, tra la confusione che regna sovrana, l’impreparazione che spesso aggrava le cose e, per certi versi, l’inaccettabile superficialità e l’irresponsabile menefreghismo con cui, in alcune circostanze, si sta fronteggiando questa pandemia.

E’ importante sottolineare che questo non vuole in alcun modo essere un atto di accusa, men che mai nei confronti del personale sanitario che da troppo tempo è in prima linea a fronteggiare questa terribile emergenza, molto spesso in condizioni precarie e senza neppure avere gli strumenti necessari a salvaguardare la propria incolumità. E’ un grido di dolore e di rabbia, per ricordare che nulla può giustificare comportamenti disumani e gravemente irrispettosi. Ma anche per ribadire che la tutela e il rispetto della vita delle persone sono sempre e comunque prioritarie rispetto a qualsiasi altra cosa, che la morte di chiunque, ancor più quando c’è il sospetto che non sia stato fatto tutto il possibile per evitarla, è sempre e comunque una tragedia.

Non ci dovrebbe neppure essere bisogno di ricordarlo. Ma in un paese in cui un rappresentante istituzionale può definire gli anziani deceduti per covid “persone non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, senza essere cacciato a “pedate nel sedere” e bandito per sempre dalla vita politica, è quanto mai necessario farlo.

La vicenda che raccontiamo ha inizio circa un mese fa, quando una 80enne ascolana che vive insieme al marito, un pomeriggio accusa qualche linea di febbre (poco più di 38°), insieme ad un pò di tosse. La coppia ha fatto il vaccino antinfluenzale, quindi il sospetto che sia covid è inevitabile. Per mesi medici e rappresentanti istituzionali hanno ricordato quanto fosse importante la vaccinazione antinfluenzale, perché avrebbe aiutato a distinguere rapidamente tra influenza e covid. Buone intenzioni che, almeno da queste parti, sono rimaste tali perché nel caso in questione ci si è comportati esattamente in maniera opposta.

Comprensibilmente allarmanti, i figli della coppia tentano subito di mettersi in contatto con il loro medico di base, con telefonate, messaggi sms e anche su whatsapp. Tutto inutile, il medico quel pomeriggio non è in ambulatorio e al cellulare non risponde (neppure ai messaggi). Alla fine in serata decidono di chiamare prima la guardia medica poi il servizio di medicina dell’igiene dell’ospedale. La risposta di entrambi, però, è lapidaria, l’iter per effettuare il tampone deve attivarlo il medico di base. L’unica alternativa è mandare l’ambulanza covid a casa della coppia, con il conseguente ricovero in una struttura sanitaria della regione. Ipotesi sconsigliata, visto che comunque le condizioni della donna non sono così preoccupanti.

La mattina seguente, dopo infiniti tentativi, finalmente i figli riescono a parlare con il medico di base. Che, però, sostiene che non è possibile far effettuare il tampone perché manca il contatto con un caso positivo che lo giustificherebbe. Il fatto che non può essere influenza (sono entrambi vaccinati) e che stiamo parlando di anziani per i quali il fattore tempo potrebbe essere determinante ovviamente non conta nulla. Non resta la carta del tampone privato, con l’ulteriore ostacolo che, visto lo stato febbrile, l’80enne non può recarsi in laboratorio. Dopo un’ulteriore serie di telefonate, finalmente ne trovano uno che effettua i tamponi a casa. Solo che le richieste sono tante, quindi viene presa la prenotazione, con l’assicurazione che entro 2 giorni verranno contattati dagli infermieri che si recheranno a casa ad effettuare i tamponi.

Nel frattempo il medico di base ha prescritto per la donna una terapia che, assicura, è efficace anche se si trattasse di covid. Ovviamente al telefono, senza mai visitare l’ottantenne (comprensibile) ma senza neppure sentirla direttamente (molto meno comprensibile). Servirebbero le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale che nella prima fase avevano così bene seguito i pazienti nelle loro abitazioni, con visite e consulti a distanza. Peccato, però, che nella nostra zona sono state riattivate solo nei giorni scorsi.

In ogni caso la terapia sembra fare effetto, dopo un paio di giorni l’80enne migliora, non ha più la febbre che, però, ora è il marito ad accusarla. Contemporaneamente i figli ricontattano il laboratorio privato che, però, comunica che gli infermieri non sono più disponibili ad effettuare il tampone in casa (non hanno più le necessarie protezioni individuali), scusandosi per essersi dimenticati di avvisare che la prenotazione non era più valida. Anche in questo caso contattare il medico di base, che non si è neppure preoccupato di accertarsi delle condizioni della donna, è un’autentica impresa. Solo dopo una serie infinita di telefonate e messaggi vani i figli riescono a parlarci, senza però riuscire ad ottenere l’effettuazione del tampone.

Ancora una volta il medico, che al marito della donna prescrive una terapia un po’ differente e più breve, consiglia di rivolgersi ad un laboratorio privato. Dopo l’ennesima serie di infinite telefonate, i figli della coppia ne trovano finalmente uno che, però, fissa i tamponi in casa solo il successivo giovedì. I 2 giorni seguenti trascorrono con la donna in lento miglioramento, mentre il marito continua ad avere la febbre (38.2-38.5) e anche un po’ di tosse.

Il lunedì sembra stare un po’ meglio, anche se in serata la febbre ricompare. Come il giorno successivo, quando l’uomo praticamente non si alza dal letto. Per altro la terapia sarebbe terminata, quindi i figli (con le solite difficoltà) contattano di nuovo il medico di base (che nei giorni precedenti non si è mai fatto vivo per accertarsi delle condizioni dei due) che prescrive la nuova terapia e finalmente si decide a chiedere il tampone per i due coniugi. Solo che, però, a quel punto l’appuntamento è per il fine settimana e, ovviamente, i figli della coppia declinano, visto che è già in programma il tampone in casa il giovedì. La mattina del mercoledì, però, si consuma il dramma.

Poco prima delle 9 la donna chiama allarmata i figli, sostenendo che non riesce a svegliare il marito, che comunque ancora respira. I figli chiamano subito il 118. Quello che abita più vicino si precipita a casa dove, dall’uscio, guardando la camera da letto si rende conto che la situazione è disperata. Dopo una decina di minuti il respiro dell’uomo si affievolisce, fino a fermarsi. L’ambulanza arriverà solo un’ora e mezza dopo, quando ai sanitari non resta che prendere atto del decesso. “E’ ancora caldo, è morto da poco” spiega uno dei sanitari, scusandosi poi per il ritardo con il quale sono arrivati e snocciolando giustificazioni che il figlio dell’uomo neppure ascolta, in comprensibile stato di shock.

Intanto è arrivata anche la figlia della coppia che, a differenza del fratello (che vive con i suoceri e quindi non poteva entrare), entra in casa per dare almeno un po’ di sostegno alla madre. Le due donne vengono subito fatte uscire dalla camera, che viene rigorosamente chiusa, con dentro l’anziano deceduto lasciato così come si trovava (in pigiama), e costrette a restare in attesa sedute in cucina. Fuori la situazione è se possibile ancora più surreale, la via dove abita la coppia viene chiusa anche al passaggio dei pedoni e isolata, arrivano anche un paio di mezzi dei vigili del fuoco. In queste circostanze è giustamente necessaria la massima precauzione, la massima attenzione. Magari se anche solo una percentuale di quella attenzione fosse stata usata sin dall’inizio chissà, forse le cose sarebbero andate in maniera differenti.

Quello è comunque lo scenario che si trovano di fronte quando arrivano l’altro figlio della coppia (che vorrebbe entrare almeno a salutare il padre ma non gli viene consentito), il genero, la nuora e i nipoti che sono accorsi disperati. Poco prima di mezzogiorno arriva il medico legale che deve stabilire ufficialmente il decesso. Incredibilmente si rivolge subito ai figli del defunto con un’incomprensibile aggressività, come se stessero lì perché hanno commesso chissà cosa invece che per la morte del loro genitore. Nonostante tutto uno dei figli l’accompagna, fino all’uscio di casa, anche per chiedere quali fossero le procedure. Ma, invece di ricevere risposta, viene nuovamente aggredito verbalmente perché, non si capisce per quale dannato motivo, il medico vorrebbe confinare in casa anche lui.

La scena si ripete in maniera ancor più concitata quando il medico legale ha terminato e si appresta ad andarsene. “Lei adesso entra immediatamente in casa con sua madre e sua sorella e restate lì in attesa che vengano a farvi il tampone” intima il medico legale al figlio del defunto che, inutilmente, tenta di spiegargli che lui non è mai entrato in casa per precauzione (nonostante avrebbe voluto quanto meno abbracciare la madre disperata e dare un ultimo saluto al padre) e che non ha alcun problema ad effettuare il tampone ma, al tempo stesso, non ha alcuna intenzione di entrare in casa, per evidenti motivi.

E’ da poco passato il mezzogiorno quando il medico legale se ne va e contemporaneamente se ne vanno le ambulanze e i mezzi dei vigili del fuoco presenti, con la contestuale riapertura della via. Per i figli e i parenti del defunto la situazione è a dir poco allucinante. Ovviamente la camera dove c’è l’uomo deceduto è rigorosamente chiusa e nessuno può entrarvi.

La moglie e la figlia devono tassativamente rimanere in casa e, non essendoci un’altra camera disponibile, sono costrette ad attendere in cucina, sedute su una sedia (non è necessario spiegare in che condizioni, con l’anziana donna che è ancora debilitata dal covid). Secondo quanto riferito dal medico legale in teoria non dovrebbero proprio muoversi e trascorrere lì la quarantena. Gli altri due figli della vittima e i loro parenti restano fuori, sotto casa con lo stato d’animo che chiunque può immaginare e in attesa di capire cosa accade. Bisogna attendere che vengano ad effettuare i tamponi al defunto e alle due donne, dall’ospedale assicurano che arriverà qualcuno a breve ma intanto passano le ore e non si vede nessuno. Si susseguono le telefonate ma le risposte che arrivano sono ambigue e contraddittorie, con spiegazione dell’iter da seguire sempre differenti.

Inizialmente sembra che deve essere il medico di base (che assicurano è stato informato del decesso ma, ovviamente, non si è fatto sentire) ad attivare la richiesta del tampone, poi viene detto che è il primo medico che ha decreto il decesso, poi ancora che è il medico legale. Così, mentre i vari uffici e servizi dell’ospedale e dell’Area Vasta discutono su questo, c’è un’ottantenne ancora alle prese con i postumi del covid, che ha subito lo shock di assistere impotente alla morte del consorte nel letto di casa, da ore costretta (insieme alla figlia) ad attendere, seduta su una sedia in cucina, che qualcuno si decide ad andare ad effettuare i tamponi necessari.

Fuori casa intanto gli altri figli e familiari continuano a discutere con i servizi preposti dell’ospedale che vorrebbero imporre alle due donne (la madre e la figlia) la quarantena in quella casa, dove l’unica camera disponibile per dormire è quella dove è ancora il defunto e che, ovviamente, nei giorni seguenti non potrà essere utilizzata. Alla fine, dopo una lunga serie di discussioni anche piuttosto animate, riescono ad ottenere che le due donne possano effettuare la quarantena a casa della figlia, naturalmente spostandosi da una destinazione all’altra in macchina rigorosamente da sole. L’attesa per il tampone durerà fin quasi alle 19, praticamente quasi 12 ore dalla morte dell’uomo.

Dopo tutte le storie delle ore precedenti da parte del medico legale, incredibilmente il medico e l’infermiera che si presentano hanno avuto l’indicazione di effettuare il tampone solo al defunto e alla moglie. Dopo l’ennesima discussione, viene effettuato il tampone anche alla figlia. Poco prima della mezzanotte l’Area Vasta 5 comunica l’esito del tampone del defunto, ovviamente positivo. Quello della moglie e della figlia (entrambi positive) arriverà solo 5 giorni dopo. L’incubo dei familiari dell’anziano defunto, però, non è certo terminato.

Giovedì mattina i due figli  si recano presso l’agenzia funebre per organizzare il funerale e sbrigare tutte le pratiche del caso. Il pomeriggio precedente, nel corso delle varie telefonate con il servizio di medicina legale, avevano chiesto lumi per sapere se, come accadeva nel corso della prima fase della pandemia, era obbligatorio cremare il deceduto per covid e se fosse possibile effettuare il funerale, ottenendo in entrambi i casi rassicurazioni (nel senso che non è obbligatoria la cremazione ed è possibile effettuare il funerale, nei limiti disposti dal Dpcm in vigore).

Ma, dopo aver già prenotato la chiesa e aver preso il loculo , dagli uffici comunali viene fatto presente che in caso di covid non si può effettuare il funerale. Interviene anche il servizio di medicina legale dell’Area Vasta 5 che conferma, niente funerale per chi è morto di covid. Neppure il tempo di metabolizzare l’ennesimo colpo e, poco dopo, lo stesso servizio dell’Area Vasta contatta l’agenzia funebre per comunicare che si stanno recando a casa perché è necessario immediatamente chiudere nella bara il defunto e portarlo subito al cimitero per la sepoltura. Assicurano che comunque è stato già allertato il frate presente al cimitero civico per una breve preghiera e benedizione prima della sepoltura.

Giusto il tempo di avvertire i parenti più stretti che vogliono almeno presenziare a questa tristissima procedura e di corsa i due figli si recano sotto casa dei genitori, in attesa che il cadavere del padre, chiuso in un sacco e poi dentro la bara, venga portato via destinazione cimitero. Dove, però, non c’è nessuno, tanto meno il frate ad attendere il feretro per la promessa ultima benedizione. Una situazione davvero desolante, ai famigliari di quell’uomo praticamente non viene risparmiato nulla, sono costretti ad assistere in stato di shock alla veloce sepoltura del loro caro senza la possibilità neppure di un estremo saluto, poco più di 24 ore dal suo decesso.

In serata l’ennesima cocente beffa, dal sapore amarissimo, con la scoperta che nel territorio dell’Area Vasta 5 (ad Ascoli ma anche a San Benedetto) nelle stesse ore in cui a loro è stato impedito di celebrare quello  del padre, si erano regolarmente svolti i funerali di altre persone decedute a causa del covid. Una vergogna che si è ripetuta con puntualità anche nei giorni successivi, con un’incomprensibile discriminazione (ovviamente a parità di condizioni, cioè in caso di decesso per covid) tra chi ha potuto almeno salutare i propri cari con un regolare funerale e chi invece ha dovuto subire le stesse “disumane” limitazioni.

Da segnalare, infine, che il decesso di quell’uomo, così come di altre due persone morte in casa per covid il giorno precedente, non è mai stato conteggiato nel tragico bollettino quotidiano dei decessi. A conferma, come è ormai cosa nota, che in quei bollettini vengono riportati solo i decessi nelle strutture sanitarie e che, quindi, le morti per covid purtroppo sono decisamente superiori ai numeri ufficiali.

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