Lo “smacco” a Trump e lo straordinario esempio del giornalismo americano


In  coerenza con la definizione anglosassone di watchdog journalism, giornalismo come cane da guardia del potere, anchorman e giornalisti delle tv americane non hanno esitato a smentire le bugie di Trump nel post elezioni. Una lezione per il derelitto giornalismo italiano

Interrompiamo il discorso del presidente perché ciò che sta dicendo, in larga parte, è assolutamente falso. E noi non possiamo consentire che vada avanti”. Quante volte abbiamo sperato che, in un moto d’orgoglio, un qualche giornalista televisivo italiano trovasse il coraggio di fare, con il presidente del Consiglio (non solo quello attuale) o con qualsiasi altro leader politico, quello che hanno fatto giornalisti e anchorman americani in questi giorni con Trump. Che, poi, è semplicemente quello che, secondo la definizione anglosassone (watchdog journalism) dovrebbe essere il principale ruolo dell’informazione, il giornalismo come cane da guardia del potere. Purtroppo non è da oggi che ciò non avviene nel nostro paese, già tanti anni fa Indro Montanelli sosteneva che in Italia in realtà il giornalismo troppo spesso è il cane da compagnia o da riporto del potere.

Tra i tanti aspetti e gli spunti di grande interesse emersi dalla lunghissima tornata elettorale negli Stati Uniti, pur se non evidenziato in maniera adeguata da stampa e tv italiane (chissà perché…), quello che più di ogni altro meriterebbe di essere sottolineato è proprio il comportamento di gran parte dell’informazione americana, l’ennesima dimostrazione di quello che dovrebbe essere il ruolo fondamentale della stampa, a prescindere dal fatto che sia schierata da una parte o dall’altra. Una vera e propria “lezione” per gli “impiegati” dell’informazione di casa nostra che da tempo (con rarissime eccezioni) hanno smesso di svolgere il loro primario compito.

Per altro quello che è accaduto in questi giorni non è certo una novità negli Stati Uniti dove l’informazione da sempre si schiera, più o meno apertamente, da una parte o dall’altra, senza però rinunciare mai a svolgere quel ruolo di “cane da guardia del potere” che presuppone anche il coraggio di smentire il presidente stesso (o, naturalmente, il suo avversario se necessario) nel momento in cui fa affermazioni che non corrispondono al vero. E’ accaduto altre volte in passato, in particolare nel corso o dopo qualche confronto tra candidati alla presidenza, che, al termine del confronto stesso, i network mandassero in onda servizi per dimostrare che quanto detto da uno dei due contendenti, su determinati argomenti, non corrispondeva al vero.

Questa volta, però, si è andati addirittura oltre quando venerdì 6 novembre, mentre era ancora in corso lo scrutinio negli stati decisivi per l’assegnazione della vittoria (ma era già chiaro che Biden avrebbe vinto), il presidente in carica ha convocato i giornalisti per una conferenza stampa alla Casa Bianca. “Se si contano i voti legali vinco facilmente. Se si contano anche i voti illegali, loro possono provare a rubarci le elezioni” ha esordito Trump in diretta tv. A quel punto diversi network (MsNbc, Nbc, Abc, Cbs, Cnsbc) hanno chiuso il collegamento e i giornalisti in studio hanno spiegato che le dichiarazioni di Trump non corrispondevano alla realtà.

Ci troviamo ancora una volta nell’insolita posizione di dover non solo interrompere il presidente degli Stati Uniti ma anche di doverlo correggere” ha affermato Brian Williams di MsNbc. “Interrompiamo il discorso del presidente perché ciò che sta dicendo in larga parte è assolutamente falso. E noi non possiamo consentire che vada avanti” ha spiegato l’anchorman della Nbc e della Cnsbc Shepard Smith.

La Cnn ha, invece, scelto di continuare a trasmettere l’intervento ma con un sottopancia (destinato a restare nella storia) che smentiva le affermazioni di Trump: “Without any evidence, Trump says he’s being chated” (“senza alcuna prova Trump dice di star subendo una frode”). Anche Fox News, da sempre schierata con i repubblicani e con Trump, ha spiegato che le parole di quello che è ancora il presidente in carica non hanno alcun fondamento, che non c’è nessuna prova di quello che sta dicendo. Chi ama profondamente questa professione, chi la vede e la vive come una sorta di missione non può che provare infinita ammirazione ma anche un profondo rammarico nel dover constatare la differenza con quanto avviene in Italia. Perché il giornalista non deve essere imparziale, nel senso che è una solenne idiozia dire che non deve essere schierato, che non deve avere una preferenza o una simpatia politica.

Ma, prima di ogni altra cosa, deve avere il più assoluto e massimo rispetto dei fatti, raccontandoli senza manipolazione, e soprattutto deve sempre ricordare che la sua più importante missione ed il suo fondamentale dovere è quello di filtrare tutto quello che il potere vuole veicolare attraverso i canali dell’informazione. In questo caso specifico i fatti dimostrano esattamente il contrario di quanto sostiene Trump (i voti arrivati per posta sono perfettamente legali, è previsto dalle norme che regolano le elezioni presidenziali, poi ogni stato decide se contarli all’inizio dello scrutinio o al termine, come è accaduto in alcuni dei stati in bilico) e, ancor più, smentiscono ogni ipotesi di brogli (lo sostengono anche gli osservatori repubblicani ai seggi).

Quindi il presidente degli Stati Uniti nel suo intervento ha veicolato un messaggio doppiamente falso ed era dovere di un’informazione seria e conscia del proprio ruolo evidenziarlo in ogni modo, anche se questo significa “entrare a gamba tesa” su quello che è l’uomo più potente del mondo, con tutti i pericoli che ciò comporta. D’altra parte, però, come diceva Humphrey Bogart, nei panni di Ed Hutcheson, nel film “Deadline Usa” (“L’ultima minaccia”) “a free press, like a free life, sir, is always in danger” (“una stampa davvero libera, come una vita libera, signore, è sempre in pericolo”). Chi non accetta di correre questo rischio, in teoria dovrebbe seriamente pensare di non essere fatto per questa professione.

Invece in Italia avviene esattamente il contrario, fanno strada proprio quei giornalisti che non osano mai contraddire il potente di turno, anche quando è palese che dica bugie, chi non si è vergognato di dire ai microfoni Rai, all’epoca in cui lo scudo crociato era la maggioranza e governava il paese, “il mio editore di riferimento è la DC”.  Così non possiamo stupirci più di tanto che, addirittura, alcuni giornalisti e alcuni giornali hanno avuto la faccia tosta di criticare il comportamento dell’informazione a stelle e strisce, con qualcuno che si è spinto oltre parlando incredibilmente di censura. Siamo oltre la miopia, pensare che spiegare in diretta che l’uomo più potente al mondo sta raccontando bugie possa essere censura, e non l’ennesima grande lezione che ci arriva dagli Stati Uniti, può accadere solo a chi fa il giornalista per caso (o per convenienza).

Per altro, come ha giustamente sottolineato Luca Telese, quanto accaduto il 6 novembre a Washington “è la prima grande risposta dei professionisti dell’informazione alla circolazione delle fake news, alla grande piaga globale che inquina l’opinione pubblica e ha da tempo offuscato il concetto di notizia e soprattutto di verità. La prima risposta efficace perché il fact checking, per quanto fatto bene, arriva solo ad alcune fasce di lettori e ascoltatori, a una minoranza del totale”. Non che ce ne fosse bisogno, ma ancora una volta il giornalismo italiano esce con “le ossa rotta” dal confronto con quello americano.

E non solo per l’inverecondo spettacolo offerto in tv, prima dalla giornalista di Libero Paola Tommasi, che, nel corso della maratona Mentana”, senza fare riferimenti precisi e senza che nessuno dei presenti chiedesse spiegazioni ha genericamente accusato “il Partito democratico, abituato a fare brogli alle elezioni, negli Usa e in Italia”, poi dal direttore dello stesso giornale Piero Senaldi, che, sempre in tv, farneticava su presunti golpe dopo il voto in Italia (quali, di grazia?).

Ma anche e soprattutto per il pressapochismo e la superficialità con la quale la maggior parte dell’informazione italiana ha commentato ed analizzato il voto negli Stati Uniti, con una serie di luoghi comuni e “frasi fatte”, ignorando i fatti e gli aspetti più rilevanti. A partire dal ridicolo sbeffeggiamento dei sondaggisti che alla vigilia avevano previsto una vittoria di Biden di 4-5 punti, accreditando al candidato democratico tra i 290 e i 300 grandi elettori (alla fine Biden ha ottenuto 4 milioni di voti in più, pari circa al 3% in più e arriverà a 306 grandi elettori).

Proseguendo poi con lo sperticato elogio per i tanti voti ottenuti da Trump (che effettivamente ha ottenuto oltre 70 milioni di voti ma, al tempo stesso, dopo 28 anni è il primo presidente in carica non rieletto) e la parallela sottovalutazione del risultato ottenuto da Biden, il più votato nella storia delle elezioni Usa, in grado di riconquistare Stati cruciali (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) e di strappare stati solitamente più o meno nettamente repubblicani (Arizona e soprattutto Georgia). Senza parlare di come, almeno fino alla proclamazione e al conseguente discorso della vittoria, sia stata quasi dimenticata una figura come quella di Kamala Harris (anche per la sua particolare storia), ora prima donna vicepresidente degli Stati Uniti. Davvero inutile proseguire e approfondire oltre, sarebbe come “sparare sulla Croce Rossa”…

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