Chiara Appendino e l’elogio della coerenza


Condannata in primo grado a 6 mesi di reclusione (con sospensione condizionale della pena) per una vicenda a dir poco paradossale, la sindaca di Torino ha deciso di non ricandidarsi alle prossime elezioni amministrative. “Bisogna essere coerenti con i propri principi

La coerenza è una virtù rara, praticamente sconosciuta, nel mondo politico italiano attuale. Per questo merita grandissimo rispetto e una sincera ammirazione la decisione della sindaca di Torino, Chiara Appendino, che lunedì 12 ottobre con un lungo comunicato ha comunicato che non si ricandiderà alle elezioni comunali della primavera 2021. “Una scelta di coerenza: ecco perché non mi ricandido” è il titolo dell’intervento dell’Appendino che preliminarmente ripercorre quanto è accaduto a Torino in questi anni poi spiega le ragioni della sua scelta.

Ora, come sapete, qualche settimana fa è stata pronunciata nei miei confronti una sentenza di condanna per una errata imputazione a bilancio di un debito atipico, ereditato dal 2012 – scrive l’Appendino – Come è stato riconosciuto, ho sempre operato nell’esclusivo interesse del Comune, che, al massimo, mi accusano di aver favorito “ingiustamente”. Io sono assolutamente certa di aver sempre e solo salvaguardato gli interessi dell’ente che amministro e, soprattutto, di aver agito in totale buona fede e per questo farò ricorso in appello.

Tuttavia, le tempistiche per arrivare a sentenza, vanno oltre la scadenza elettorale del 2021. In queste settimane ho sentito una solidarietà, un affetto e una vicinanza umana che forse, mai, avevo sentito prima e che mi hanno dato una grande carica di energia. E per questo vi ringrazio dal profondo del cuore. Ma la condanna, anche se di lieve entità e per i motivi che conoscete, resta tale. E in politica, prima di ogni cosa, bisogna essere coerenti con i propri principi. E io continuerò ad esserlo, rispettando le regole con cui mi sono candidata nel 2016.

Per questo, ho preso una decisione, non nego, molto dolorosa, ma necessaria: dopo aver a lungo riflettuto, ho deciso di fare un passo di lato. Non correrò, dunque, nuovamente per la carica di sindaca”. Tanto di cappello, sincera e profondazione ammirazione per chi ha il coraggio di prendere una simile decisione (per altro in alcun modo richiesta né dal suo partito né dai suoi elettori), a prescindere dalle legittime simpatie politiche di ognuno e comunque si voglia giudicare l’operato dell’Appendino in questi anni, la sindaca di Torino merita un grandissimo plauso e il massimo rispetto.

Tutti ricordiamo come il Movimento 5 Stelle alle origini ha fatto una furiosa battaglia su questo punto. Non c’era possibilità di discussione, per i “grillini” un politico o un amministratore anche solo raggiunto da avviso di garanzia doveva farsi da parte. Una posizione estrema e francamente difficile da condividere, soprattutto per chi ritiene il “garantismo” non uno scudo per i politici “sospetti” ma una dimostrazione di civiltà e di massimo rispetto dei principi costituzionali, ancor più in un paese in cui la giustizia lascia a dir poco a desiderare.

In nome di questa intransigenza “talebana” il M5S ha portato avanti battaglie molto cruente, basterebbe ricordare quella contro il sindaco di Roma Marino (poi uscito indenne da quelle inchieste giudiziarie). Almeno lo ha fatto fino a quando non è iniziato ad entrare nelle cosiddette stanze del potere. Sono arrivati i primi sindaci del Movimento, sono aumentati i consiglieri regionali e la rappresentanza parlamentare e inevitabilmente sono iniziati i primi problemi “giudiziari” anche per alcuni loro esponenti. Così l’iniziale posizione così intransigente si è pian piano ammorbidita, sono iniziati i “distinguo”, si sono riviste posizioni e principi che sembravano intoccabili. Per carità, sicuramente un passo avanti e una posizione più condivisibile, anche se con i tutti i comprensibili sospetti del caso.

A maggior ragione, quindi, la decisione di Chiara Appendino merita apprezzamento e profondamente rispetto. Il passaggio fondamentale è quel riferimento alle regole del Movimento nel 2016, quando si è candidata. All’epoca erano regole intransigenti e “talebane” e la Appendino ha ritenuto opportuno rispettare quello che era una sorta di patto con i suoi elettori, anche su quel punto. Per altro la sindaca di Torino è oltre modo da apprezzare anche perché la vicenda per la quale è stata condannata in primo grado, a 6 mesi con sospensione condizionale della pena, è a dir poco singolare.

Stiamo parlando del caso Ream inerente il progetto di riqualificazione dell’area industriale ex Westinghouse che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di un grande centro congressi. La Ream, società partecipata della Fondazione CRT, nel 2012 (sindaco di Torino era Fassino) aveva acquisito i diritti di prelazione per il progetto e versato al Comune una caparra di 5 milioni di euro. Solo che poi il progetto era stato bloccato da una serie di ricorsi amministrativi e si decise di affidare il progetto ad altri, con il Comune che quindi avrebbe dovuto restituire i 5 milioni di euro alla Ream.

Secondo l’accusa il sindaco Appendino avrebbe dovuto iscrivere il debito di 5 milioni di euro maturato nei confronti della società Ream nel primo bilancio dell’amministrazione comunale, nel 2016. “Noi, invece, d’accordo con la società Ream l’abbiamo iscritto nel 2018, scelta ritenuta corretta anche dalla Corte dei Conti che, pur sollecitata da più fronti, non ha mai mosso alcun rilievo”.

Il tribunale di Torino, invece, proprio per questa ragione ha condannato la prima cittadina torinese, per falso ideologico in atto pubblico, a 6 mesi di reclusione (i pm avevano chiesto 1 anno e 2 mesi). Cadute, invece, le accuse di falso e abuso d’ufficio (reato che, se riconosciuto, avrebbe determinato la sua immediata decadenza da sindaco, sulla base della legge Severino). A dir poco singolare anche il fatto che il Gup ha invece assolto l’Appendino dalla stessa accusa per il bilancio 2017 perché “il fatto non sussiste”. Al di là di ogni altra considerazione è chiaro che stiamo parlando di una vicenda del tutto particolare, in discussione è una scelta amministrativa-contabile concordata con la stessa società interessata che in alcun modo può prefigurare alcun interesse di parte.

Per la tipiche stranezze che caratterizzano il nostro paese, il più alto organo di vigilanza e controllo sulle pubbliche amministrazioni ha ritenuto pienamente legittimo e corretto questo comportamento, mentre la giustizia ordinaria no. Ovviamente la Appendino ha immediatamente annunciato che ricorrerà in appello ma la relativa sentenza di certo non arriverà prima delle elezioni amministrative di giugno 2021.

Quindi la condanna in primo grado non potrà, prima di quella data, essere cancellata, così per coerenza l’Appendino ha deciso di non ricandidarsi. A prescindere da tutto, ci auguriamo presto di poterla vedere nuovamente protagonista, ovviamente in altra veste, nel panorama politico italiano

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