Opere d’arte coperte per rispetto dell’islam, l’ultima “bufala” sovranista


Il voto favorevole della Camera ha dato il via libera definitivo all’adozione della Convenzione di Faro per la tutela del patrimonio culturale. “E’ una resa culturale” tuonano l’opposizione e i soliti giornali sovranisti. Ma la realtà è completamente differente…

Vogliono coprire le nostre statue”. “Il governo censura pure le statue per non offendere i musulmani”. “Vogliono cancellare la nostra cultura e la nostra identità”. E’ un suicidio culturale per l’Italia”. Sono scatenati i rappresentanti dell’opposizione e i soliti giornali “sovranisti” nel denunciare quella che, secondo loro, è una vergognosa resa del nostro Parlamento. Determinata, naturalmente secondo loro, dall’approvazione definitiva della cosiddetta Convenzione di Faro (dal nome della città portoghese dove è stata sottoscritta). Si tratta della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa per la tutela del patrimonio culturale firmata 15 anni fa, che il Senato aveva votato e il governo aveva sottoscritto nel 2013.

Nei giorni scorsi è arrivato il voto favorevole della Camera (da parte della maggioranza di governo) che ha dato il via libera definitivo alla sua adozione. E’ vero che a volte l’apparenza può ingannare e che è sempre opportuno approfondire attentamente. Ma a leggere le premesse è davvero difficile pensare che, dietro certi principi, si possa in realtà nascondere una qualche volontà di censura.

La Convenzione afferma infatti “il diritto al patrimonio culturale” da parte dei cittadini e invita i paesi sottoscrittori a “promuovere azioni per migliorare l’accesso al patrimonio culturale, in particolare per i giovani e le persone”. E’ del tutto evidente, infatti, che “migliorare l’accesso al patrimonio culturale” ma anche affermare “il diritto al patrimonio culturale” è in totale contraddizione con l’idea invece di censurare per qualsiasi ragione il patrimonio stesso. E la lettura dei 23 articoli della Convenzione stessa non fa altro che rafforzare questa impressione, per il semplice motivo che in nessuno di quegli articoli si fa, espressamente o meno, riferimento ad una qualche forma di censura.

Per altro non è certo un caso che tutte le principali associazioni culturali del nostro paese e tutti gli operatori culturali da anni chiedono al governo e al Parlamento di ratificare la Convenzione. “Il Fai auspica che il Parlamento ratifichi presto la Convenzione di Faro perché è un testo davvero rivoluzionario sulla tutela del patrimonio culturale e in linea con lo spirito dell’art. 9 della nostra Costituzione” si legge in una lunga nota del Fondo Ambiente Italiano del novembre scorso. “L’importanza e la portata innovativa della Convenzione ne rendono urgente la ratifica” scriveva un anno prima Federculture.

E’ difficile credere che chi da sempre si impegna per la valorizzazione e la più larga fruizione del patrimonio culturale possa promuovere in tal modo un atto che in qualche modo invita alla censura. Eppure alla Camera sono insorti Lega e Fratelli d’Italia, accusando il governo di sottomettersi e svendere la nostra arte all’Islam. Il deputato Andrea Delmastro (FdI) sostiene che “l’approvazione della Convenzione di Faro che introduce il concetto di porre limitazioni della fruizione del nostro patrimonio artistico e culturale per non offendere altrui culture siamo alla più clamorosa resa culturale della nostra civiltà”.

In altre parole un completo ribaltamento della situazione, anche se poi il deputato di Fratelli d’Italia non spiega su che basi arrivi a simili conclusioni e, soprattutto, non indica alcun articolo della Convenzione che in qualche modo introdurrebbe certe inaccettabili limitazioni. Ancora più duro l’intervento della leghista Borgonzoni che, addirittura, etichetta la Convenzione come “provvedimento gravissimo e pericoloso, un’arma geoculturale potentissima in grado, se utilizzata da alcuni, di cancellare la nostra identità e la nostra libertà”.

Anche lei, ovviamente, si guarda bene dall’indicare in concreto quale o quali articoli determinerebbero questa inquietante condizione. Neanche a dirlo i giornali “sovranisti” immediatamente si sono accodati alla denuncia di Lega e Fratelli d’Italia rilanciando l’accusa di resa culturale, naturalmente anche loro guardandosi bene dal dare riferimenti precisi, dall’indicare un qualche articolo della Convenzione che in qualche modo possa anche solo far pensare ad un’ipotesi di censura “L’accordo – scrive ad esempio “Il Giornale” – prevede anche uno strano meccanismo per il quale chi vi aderisce deve verificare e far si che il proprio patrimonio artistico non offenda altri popoli e altre culture. Insomma, nascondere un po’ di identità e un po’ di tradizione per non disturbare musulmani, buddhisti, induisti e così via. Ecco perché, allora, si può parlare di resa culturale”.

Senza voler sembrare presuntuosi o, tanto meno, voler dare lezioni di giornalismo, ma correttezza e credibilità vorrebbero che una simile pesante accusa venga quanto meno supportata con un preciso riferimento, con la citazione di quei passi, di quegli articoli della Convenzione in base ai quali si può legittimamente parlare di “resa culturale”. Come da tradizione, nel giro di poco tempo una simile campagna propagandistica è subito partita anche sui social, con post che rilanciano quel genere di accusa, paventando il fatto che grazie alla Convenzione si potrà arrivare, ad esempio, a coprire le statue di fronte a visitatori islamici.

Alla fine, proprio sui social, emerge finalmente con chiarezza che l’articolo incriminato, quello che introdurrebbe la possibilità di censura, è il numero 4. Che recita testualmente: “L’esercizio del diritto all’eredità culturale può essere soggetto soltanto a quelle limitazioni che sono necessarie in una società democratica, per la protezione dell’interesse pubblico e degli altrui diritti e libertà”. Siamo davvero alla follia, bisogna avere una fantasia davvero fervida anche solo per pensare che, sulla base di quell’articolo, si possa chiedere all’Italia o a qualsiasi altra nazione di coprire le proprie opere d’arte.

Onestamente la ritengo un’autentica strumentale stupidaggine – afferma Giuliano Volpe, archeologo e presidente emerito del Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici del Mibact – mai, in nessuno degli articoli, la Convenzione prefigura un novello Danielle Ricciarelli da Volterra, il celebre Braghettone, che ricoprì le nudità della Cappella Sistina! Il rispetto delle culture altrui non significa affatto la rinuncia alla propria cultura e questo principio la Convenzione di Faro lo sottolinea a chiare lettere. Ben diverso è il caso, giustamente condannato, di un uso strumentale e violento del patrimonio culturale, brandito contro qualcuno, invece di essere un elemento di pace di conoscenza reciproca”.

E, a tal proposito, l’esempio citato da Volpe dovrebbe far impallidire i molto presunti difensori della nostra identità culturale. “Volendo indicare un esempio recente di uso strumentale del patrimonio culturale in aperto contrasto con i principi della Convenzione di Faro – spiega – potrei citare la decisione del presidente turco Erdogan di riportare alla sua esclusiva funzione di moschea Santa Sofia, nata come chiesa cristiana e poi trasformata da Ataturk in un luogo della cultura, complesso e stratificato, rappresentativo di varie culture e religioni”.

Al di là di questo non irrilevante particolare, in realtà il significato e il senso dell’articolo è assolutamente chiaro e in alcun modo può promuovere o anche solo giustificare una qualsiasi forma di censura, come la copertura di qualsiasi opera d’arte. Per altro l’esempio, lampante, ce l’abbiamo sotto gli occhi e si riferisce a quello che è successo nei mesi scorsi. Quando musei e teatri sono stati chiusi, cosi come tutti gli altri luoghi di cultura, limitando in tal modo il diritto dei cittadini di fruire delle opere d’arte per tutelarne la salute. Tutto il resto è la solita stucchevole e nauseante propaganda.

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