Deliri post elettorali


Mentre la Meloni e parte della stampa, dopo il referendum, provano a sollevare la questione della presunta illegittimità del Parlamento, Salvini prova a dimostrare che la Lega resta il primo partito. Non è da meno l’altro Matteo, mentre nelle Marche il caos regna sovrano nel Pd…

Come nella migliore tradizione italiana, il giorno successivo a qualsiasi elezione è il momento dell’avanspettacolo, delle dichiarazioni di chi, deluso dai risultati, cerca in ogni modo di alzare un polverone mediatico per cercare di confondere le acque. In questa occasione, poi, l’esito combinato delle regionali con il referendum sul taglio dei parlamentari è risultato un mix esplosivo che ha letteralmente fatto “sbarellare” qualcuno. In particolare quelli che speravano in un risultato che mettesse in difficoltà il governo Conte (l’auspicata “spallata” vaneggiata da Salvini), al punto da farlo cadere per tornare alle urne o dare spazio all’ennesimo (e tanto agognato in certi ambienti) governo tecnico.

Parliamo, in particolare, di quella parte di informazione con chiare simpatie “sovraniste”, di alcuni esponenti politici dell’opposizione ma anche di quella parte della stampa che mal digerisce l’alleanza di governo tra Pd e M5S. Proprio alcuni di questi (Paolo Mieli, Alessandro De Angelis) già nella serata di lunedì, quando i risultati iniziavano ad essere chiari, hanno iniziato a sollevare la questione sulla presunta illegittimità del Parlamento.

Poche ore dopo, poi, ecco puntuale il quotidiano “Libero” titolare con caratteri cubitali in prima pagina: “Mattarella sciolga le Camere, non sono più costituzionali”. Ai deliri del giornale diretto da Senaldi si è subito accodata, guarda il caso, Giorgia Meloni che ha parlato di “Parlamento delegittimato dagli italiani nella sua composizione e anche sua numerosità” dopo la vittoria del si nel referendum. Non ha dubbi neppure il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, secondo cui “le cui Camere vanno sciolte subito in virtù dell’esito del referendum e si deve tornare immediatamente al voto”.

Purtroppo non è certo una novità nel nostro paese che una buona parte della stampa non si preoccupi minimamente dei fatti. Nel caso in questione, quei giornalisti non hanno neppure avuto la decenza di informarsi correttamente, di leggere la legge costituzionale n. 240 del 12 ottobre 2019 su cui siamo stati chiamati ad esprimerci nel referendum di domenica e lunedì scorsi (per altro sono appena 4 articoli, ci si impiega meno di un minuto a leggerla) prima di esprimersi. E’, invece, semplicemente scandaloso che alcuni parlamentari, che su quelle norme sono stati chiamati ad esprimersi in Parlamento pochi mesi fa, non conoscano il testo di legge che hanno votato.

Che, all’art. 4, recita testualmente:  “Le disposizioni di cui agli articoli 56 e 57 della Costituzione, come modificati dagli articoli 1 e 2 della presente legge costituzionale, si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale”.

Non possono esserci dubbi, non ci possono essere interpretazioni differenti, è tutto così straordinariamente chiaro: la legge costituzionale che è stata approvata attraverso il referendum si applica al prossimo Parlamento. Chi ha votato quelle norme in Parlamento e ora sostiene questa delirante tesi nella migliore delle ipotesi ha votato senza neppure aver letto il testo di legge che stava votando, nella peggiore sta consapevolmente raccontando una colossale balla. Non che sia necessario, talmente chiaro è il testo di legge, ma per una volta persino i costituzionalisti (che di solito non sono mai d’accordo l’uno con l’altro su nulla) sono concordi nel definire completamente priva di fondamento una simile tesi.

Per altro è ancor più surreale il fatto che, la Meloni e tutta quella parte dell’informazione che ha sollevato un’inesistente questione, non si rendano conto che, proprio in virtù della vittoria del si nel referendum, sono ora necessarie una serie di importanti modifiche (già solamente la ridefinizione dei collegi elettorali ma non solo), strettamente collegate al taglio dei parlamentari, senza le quali non si può neppure pensare di andare a votare.

Non si è accodato a questa insensata richiesta l’altro leader dell’opposizione, quel Matteo Salvini che non è uscito al meglio dalla tornata elettorale. Aveva dichiarato, pochi giorni prima delle elezioni, di puntare alle regionali ad un 7-0. Una tipica “smargiassata” salviniana, non fosse altro per il fatto che la Campania si sapeva che non era in alcun modo contendibile (troppo netto il vantaggio di De Luca) e che in Valle d’Aosta, con una legge elettorale regionale di carattere proporzionale, non ci sarebbe stata un’attribuzione sicura della maggioranza. Certo, però, che l’obiettivo serio e concreto della Lega era un non meno clamoroso 5-1, con la conquista di un’altra roccaforte rossa come la Toscana ma anche della Puglia.

Non solo, altro obiettivo dichiarato del Carroccio era quello di sfondare anche nelle regioni del sud. Sappiamo tutti come è andata, la Toscana e la Puglia sono rimaste al centrosinistra (e anche abbastanza nettamente), la Lega al sud è andata male. E, ironia della sorte, secondo i dati non ancora definitivi, anche in Valle d’Aosta si profila una maggioranza targata centrosinistra con le liste indipendentiste. Altro che 7-0, quindi, c’è la concreta possibilità di un clamoroso 3-4.

Ad accentuare la delusione si è aggiunto il fatto che, sommando i voti delle regioni in cui si è votato per le regionali, la Lega non è più il primo partito, superata (e non di poco) dal Pd: 1.769.336 voti per il partito di Zingaretti, 1.237.285 per quello di Salvini. Che, però, dopo il silenzio della serata di lunedì 21 settembre, il giorno successivo ha ritrovato vigore, contestando l’analisi negativa del risultato elettorale per il suo partito. “Ma quale battuta d’arresto – ha affermato con la solita enfasi – se i voti contano la Lega è il primo partito, con il Pd staccato di molto”.

In realtà i dati dimostrerebbero il contrario. Però Salvini, con l’ennesimo artificio, sostiene in realtà che, a quei voti del Carroccio, andrebbero aggiunti quelli ottenuti in Veneto dalla lista Zaia (circa 900 mila). Cosa che porterebbe la Lega a superare il Pd, con oltre 2 milioni di voti. In realtà non è certo possibile attribuire automaticamente tutti quei voti alla Lega né tanto meno è possibile capire quanti di quei 900 mila voti possono essere attribuibili al Carroccio.

In ogni caso, però, se dovessimo considerare corretto il ragionamento di Salvini, anche al Pd bisognerebbe aggiungere i voti ottenuti dalle liste che portavano il nome dei propri candidati governatori (De Luca, Emiliano, Mangialardi, Sansa, Giani,Lorenzoni). Complessivamente circa 600 mila voti (313 mila solo per la lista De Luca) che porterebbero a quasi 2,4 milioni i voti del Pd, nettamente primo partito davanti alla Lega.

Non ha voluto essere da meno l’altro Matteo, Renzi, secondo il parere di tutti gli analisti politici l’altro sconfitto di questa tornata elettorale. L’ex premier, come nel suo stile, non si è limitato a controbattere ma ha rilanciato. “Quello di Italia Viva è un risultato straordinario – ha affermato – in Toscana siamo stati decisivi, non numericamente ma politicamente”.

La solita “vecchia volpe”, la definizione di “politicamente decisivi” è talmente indefinita che è praticamente inutile e impossibile confutarla. Molto chiara, invece, è la realtà disegnata dai freddi numeri, con il suo partito in Toscana fermo al 4,5% mentre il candidato di centrosinistra Giani ha superato l’avversaria Ceccardi di oltre 8%.

Venendo alle Marche, semplicemente surreali e del tutto incomprensibile l’euforia del senatore Battistoni di Forza Italia, che considera un ottimo risultato il 5,89% ottenuto dal suo partito, per il semplice fatto che quel dato è superiore di appena lo 0,3% rispetto al record negativo di un anno fa (5,53%) alle europee.

I numeri parlano chiaro – conclude Battistoni – quella di Acquaroli è una vittoria netta e Forza Italia ha dato un contributo fondamentale”. La matematica in realtà dice esattamente il contrario, visto che il distacco tra Acquaroli e Mangialardi è di circa il 12%. Paradossale, nulla, però, al confronto di quanto succede nelle fila del Pd marchigiano, evidente ancora sotto shock per la storica sconfitta. E se il governatore uscente Ceriscioli sembra quasi divertirsi a mettere il dito nella piaga (“tutti i governatori uscenti che hanno affrontato l’emergenza covid sono stati confermati e col senno di poi…”), il sindaco di Pesaro Matteo Ricci (tra i principali fautori dell’accantonamento di Ceriscioli) non trova di meglio da fare che prendersela con il M5S.

E’ stata decisiva la corsa solitaria del M5S” ha dichiarato. Certo, abbiamo già sottolineato che i “grillini” marchigiani sono allo sbando, senza una vera guida. Però Ricci dovrebbe riflettere prima di parlare e farebbe molto meglio a fare un serio esame di coscienza. Perché, al di là di ogni altra considerazione, i cittadini marchigiani con il proprio voto hanno scelto di cambiare, non hanno più dato fiducia a chi ha governava da 25 anni e, almeno in questo ultimo periodo, ha deluso le loro aspettative. E, ovviamente, non si tratta certo del M5S…

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