Dalla Nba al tennis, lo sport americano si ferma per protestare contro il razzismo e Trump


La protesta parte dai giocatori della Nba che non scendono in campo nelle tre partite nella notte, con l’appoggio dei proprietari e della Lega. A loro si uniscono anche baseball, hockey, basket femminile e anche il tennis. Durissimo tweet di Lebron James contro Trump

Non hanno segnato da tre punti, né hanno esaltato i propri tifosi con una schiacciata o con un assist dietro la schiena. Lebron James, Yannis Antetokoumpo, Chris Paul, James Harden questa notte hanno scritto una pagina unica e storica dello sport. Il 26 agosto resterà una data indelebile, verrà ricordata a lungo, la notte in cui uno degli sport più popolari d’America, una della leghe più ricche al mondo ha compiuto quello che tutti gli osservatori hanno definito un “atto politico senza precedenti”. Il basket milionario della Nba si è fermato, forse non solamente per una notte, per decisione dei giocatori condivisa a pieno dai proprietari delle squadre (e poi di fatto dalla Lega stessa), per protestare contro l’ennesimo episodio di violenza e razzismo da parte della polizia nei confronti di un afro americano.

Quello che è avvenuto il 23 agosto scorso a Kenosha, nel Wisconsin, dove il 29enne Jacob Blake è stato ferito alla schiena da sette colpi di arma da fuoco sparati dai poliziotti intervenuti per risolvere una lite familiare. L’uomo, che si trovava al volante della propria automobile per riportare a casa i tre figli, era disarmato ed ora rischia seriamente di restare paralizzato. L’evento è stato filmato da un telefonino e le immagini sono state diffuse sui social network, provocando lo sdegno in America e le proteste, pacifiche e violente, nei giorni successivi a Kenosha.

Chi non conosce o segue in maniera casuale e superficiale lo sport americano può forse stupirsi. In realtà la clamorosa e storica decisione del basket della Nba tutto è meno che sorprendente. Per il giocatori afroamericani (che rappresentano il 75% della lega) la vicenda di Jacob Blake ha rappresentato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro pazienza. “Ne abbiamo abbastanza” dicono, riprendendo uno degli slogan sociali che hanno sulle maglie.

Già a luglio, quando la Nba è entrata nella cosiddetta “bolla” di Orlando (il campus di Walt Disney), rifugio per scacciare il covid e salvaguardare la salute dei giocatori stessi in previsione della ripartenza regolare della stagione, diversi giocatori si erano chiesti se era opportuno o meno tornare a giocare a basket. Il 25 maggio c’era stata la terribile morte di George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso da un agente bianco di Minneapolis (Derek Chauvin) che durante l’arresto gli aveva piantato un ginocchio sul collo per svariati minuti, incurante delle implorazioni della vittima.

Anche in quel caso le immagini diffuse sui social e su tutte le tv avevano scosso l’America, scatenando polemiche e manifestazioni di proteste ovunque, guidate dal movimento Black Lives Matter che veicolava la rivendicazione di giustizia sociale contro il razzismo e contro gli abusi della polizia americana, in particolare nei confronti della comunità afroamericana.

I due vicepresidenti dell’associazione giocatori Nba, Jaylen Brown e Malcom Brogdon, avevano addirittura guidato le manifestazioni di protesta ma anche i campioni più affermati e più conosciuti della Lega, a partire da Lebron James, si erano espressi molto duramente. Già all’epoca c’era chi aveva proposto di non ripartire in segno di protesta, poi si era trovato un accordo accogliendo le rivendicazioni pretese dai giocatori per dare il via libera alla ripartenza, sfruttando la piattaforma globale. Tutte le squadre sono scese in campo in ogni partita indossando maglie con scritto Black Lives Matter. Era praticamente inevitabile che la vicenda di Kenosha portasse a decisioni estreme.

Alle 22 (ora italiana) di mercoledì 26 agosto era previsto l’inizio della gara 5 dei playoff tra Milwaukee e Orlando ma i giocatori dei Bucks (Milwaukee) non sono neppure usciti dallo spogliatoio hanno deciso di boicottare la partita. Si allenano e giocano nel Wisconsin, a meno di un’ora da dove è avvenuto il ferimento di Jacob Blake. I giocatori di Orlando erano regolarmente in campo ma quando sono stati avvisati del forfait degli avversari, che di fatto avrebbe significato vittoria a tavolino, sono immediatamente rientrati negli spogliatoi unendosi al boicottaggio.

Pochi minuti ed è arrivata la decisione dei giocatori degli Houston Rockets e degli Oklahoma City Thunder, che sarebbero dovuti scendere in campo dopo la mezzanotte, hanno deciso di boicottare la partita. Stessa decisione anche da parte dei Los Angeles Lakers e dei Portland Trail Blazers che anche loro avrebbero dovuto disputare nella notte gara 5. I proprietari delle squadre non ci hanno pensato un attimo ad appoggiare la protesta dei propri giocatori. “Alcune cose sono più grandi della pallacanestro. La posizione presa oggi dai giocatori e dall’organizzazione dimostra che siamo stanchi. Quando è troppo è troppo. Ci devono essere dei cambiamenti. Sono incredibilmente orgoglioso dei nostri ragazzi e sosteniamo al 100% i nostri giocatori, pronti ad aiutare e a portare a un vero cambiamento” scrive su Twitter il proprietario dei Bucks Alexander Lasry.

La miccia è stata accesa, il fuoco della protesta divampa e non si può neppure immaginare fino a dove e a quali livelli può spingersi. Poche ore dopo la decisione dello stop, durissimo è arrivato il colpo sferrato da Lebron James, la star più famosa della Nba, nei confronti del presidente degli Stati Uniti. “Fanculo quest’uomo!!! Vogliamo un cambiamento, siamo stufi di tutto questo” scrive il fuoriclasse dei Lakers che non ha certo bisogno di nominarlo per far capire che il suo insulto è rivolto a Donald Trump. Non è ancora neppure immaginabile cosa potrà accadere, la portata di quanto sta accadendo. La lega, la Nba, senza esitazioni si è schierata a fianco della protesta, firmando un documento congiunto con l’associazione giocatori nel quale, senza mezzi termini, si parla del rinvio della partite per protestare contro la brutalità e il razzismo della polizia nei confronti degli afroamericani.

Passano poche ore e la “rivolta” dello sport ha coinvolto la lega femminile del basket, la Wnba, che a sua volta ha sospeso tutte le partite della serata. Poi è toccato al baseball, alla Mlb, prima con lo stop alla partita  Milwaukee-Cincinnati e dell’attesissima sfida San Francisco Giants-Los Angeles Dodgers, poi di tutte le altre sfide della notte. Poi è stata la volta della lega dell’hockey, del calcio e, addirittura, anche del tennis, con la sospensione del torneo Western e Southern Open su pressione della campionessa Naomi Osaka che aveva minacciato di boicottare la semifinale.

Potrebbe essere un gesto dimostrativo ma non è escluso che diventi il principio di qualcosa di inimmaginabile, di una rivolta senza precedenti del mondo dello sport contro il razzismo. In queste ore sono si moltiplicano riunioni e incontri che vedono confrontarsi la lega, i proprietari delle squadre e i giocatori per decidere come andare avanti. Proprio Lebron James e tutta la franchigia dei Lakers (una delle più importanti della Nba) premono per la chiusura definitiva della stagione, una decisione che sarebbe di clamoroso impatto e che rischierebbe di provocare una sorta di effetto domino.

Non meno clamorosa, però, è la proposta che sta prendendo piede per cercare di evitare lo stop definitivo, con i proprietari delle squadre e la stessa lega che si impegnerebbero a finanziare la campagna elettorale di quei candidati che si impegnino seriamente a promuovere la lotta al razzismo. Praticamente una dichiarazione di guerra nei confronti di Trump a 3 mesi dalle elezioni presidenziali. Qualcuno, cercando un precedente che ovviamente non c’è, ha voluto ricordare ancora la protesta dei velocisti statunitensi alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, il pugno chiuso della medaglia d’oro dei 200 mt Smith e di Carlos.

Un atto forte e coraggioso ma che non è in alcun paragonabile con il terremoto che quanto sta accadendo potrebbe provocare. “E’ un atto politico senza precedenti” ha ripetuto Flavio Tranquillo, voce del basket Nba di Sky. E’ un atto di straordinario impatto di grandissimi campioni che ora più che mai meritano la nostra ammirazione e il massimo rispetto.

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