Il “mondo alla rovescia” del giornalismo italiano


Nelle stesse ore un Ordine dei giornalisti sempre più inutile ed obsoleto si accanisce contro Selvaggia Lucarelli, per la vicenda del figlio 15enne, ma non proferisce parola di fronte agli insulti contro Gori e allo sfregio alla città di Bergamo di Marco Travaglio

Nell’ennesima giornata da dimenticare per il sempre più derelitto giornalismo italiano (quella di lunedì scorso), oltre alla constatazione di come sia stato possibile sprofondare così in basso per una categoria che negli anni ha annoverato firme del livello di Montanelli, Biagi, Bocca, Pansa, Sechi, colpisce, ancora una volta, il “mondo alla rovescia” dell’Ordine dei giornalisti. Che si accanisce incomprensibilmente, con tanto di deferimento, nei confronti di Selvaggia Lucarelli, “colpevole” di aver replicato agli insulti nei confronti del figlio, ma non proferisce verbo di fronte all’irrispettoso (per tutta la città) insulto di Travaglio nei confronti del sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Prima di ogni altra considerazione, è doveroso fare un paio di precisazioni. Da sempre siamo convinti che sia assolutamente anacronistico, ancor più vista la rapida evoluzione dei media negli ultimi anni, l’Ordine dei giornalisti così come è strutturato. A maggior ragione sulla base di questo convincimento non auspichiamo certo interventi sanzionatori da parte dell’Ordine stesso nei confronti di nessuno, pur ritenendo disgustosi e inaccettabili i comportamenti di certi giornalisti (come nel caso citato di Travaglio).

Però al tempo stesso non possiamo certo non constatare con sgomento la paradossale e inquietante contraddizione di un Ordine dei giornalisti così pronto e ingiustamente sollecito nei confronti della Lucarelli ma, al tempo stesso, così magnanimo e tollerante nei confronti di quei giornali e di quei giornalisti (non serve neppure citare le testate e fare nomi e cognomi) che fanno dell’insulto e dell’offesa nei confronti dei “nemici” il loro pane quotidiano.

Come sottolinea giustamente Fabio Salamida: “se l’Ordine dei giornalisti avesse un decimo della sollecitudine che ha nei confronti della Lucarelli per sanzionare lo squallore quotidiano di Libero, La Verità, Il Giornale, Feltri, Sallusti, Giordano, Porro e tutta la nazionale razzista e sovranista, forse questa decisione non sembrerebbe piovuta da Marte. Di sicuro avremmo un giornalismo e un’informazione degni di un Paese civile”. Per altro nella vicenda che ha coinvolto Selvaggia Lucarelli, il deferimento da parte dell’Ordine dei giornalisti è il tipico caso per cui è lecito parlare di “oltre il danno, la beffa”.

Perchè la stessa Lucarelli e il figlio semmai dovrebbero essere la parte lesa. I fatti sono piuttosto chiari, Leon Pappalardo (figlio 15enne della Lucarelli) nel corso di un comizio a Milano di Salvini contesta il leader della Lega definendolo “razzista e omofobo”. A quel punto intervengono, non si capisce bene a che titolo, alcuni poliziotti che, di fronte ad un centinaio di persone e alle telecamere, costringono il ragazzo a svelare le sue generalità. In breve il video, con tanto di nome e cognome, viene pubblicato sui social da diversi siti chiaramente vicini alla Lega e dallo stesso partito di Salvini. Che, senza alcun ritegno, espongono il 15enne alla solita spaventosa gogna mediatica, con tanto di insulti di ogni tipo non solo nei suoi confronti ma anche nei confronti della madre.

Come se non bastasse anche alcuni quotidiani non perdono tempo ad accanirsi nei confronti del ragazzo, addirittura “schedato” come “bamboccio viziato”. Una vicenda già così inquietante e rivoltante. Innanzitutto perché in questo paese, la nostra Costituzione dovrebbe garantire il diritto alla libera espressione. Da tutti i video risulta chiarissimo che il 15enne figlio della Lucarelli ha espresso le proprie critiche nei confronti di Salvini in maniera assolutamente civile e, di conseguenza, l’intervento della polizia risulta del tutto fuori luogo e assolutamente inammissibile. Poi perché è semplicemente indecoroso mettere in quel modo alla gogna un ragazzo di 15 anni, buttargli addosso tutto quel fango solo perché ha avuto “l’ardire” di esprimere la propria opinione politica in un simile contesto.

Di fronte ad una simile indecenza nessuno dice nulla, l’Ordine dei giornalisti resta in silenzio (neanche un richiamo per quegli organi di stampa che hanno pubblicato il video o che hanno così pesantemente insultato un ragazzo di 15 anni). Incredibilmente, però, interviene solo dopo che Selvaggia Lucarelli pubblica un articolo sul sito Tpi in cui conferma la presenza e le dichiarazioni del figlio. L’accusa, che definire ridicola è riduttivo, è di aver reso possibile l’identificazione del ragazzo (violando, in tal modo, la Carta di Treviso).

Quindi mio figlio dice la sua a Salvini senza che nessuno sappia chi è. La polizia lo costringe a dire nome e cognome di fronte a telecamere e 100 persone. Alcuni siti e la Lega pubblicano nome e video. Io solo dopo spiego cosa è successo e vengo deferita all’Odg. Geniale” commenta la Lucarelli.

Il paradosso, già così evidente, diventa ancor più imbarazzante se si considera che, nelle stesse ore in cui interviene “a gamba tesa” su questa vicenda, l’Ordine dei giornalisti non ritiene opportuno neppure esprimersi in merito al pesante insulto rivolto su “Il Fatto Quotidiano” dal direttore Marco Travaglio nei confronti non solo del sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ma anche e soprattutto di un’intera comunità che ha pagato un prezzo altissimo al coronavirus. “Giorgio Covid” è l’orripilante e vomitevole titolo dell’editoriale siglato da Travaglio e pubblicato in prima pagina nell’edizione di lunedì 7 luglio.

Uno schifo assoluto, neppure Feltri, Belpietro o Sallusti probabilmente sarebbero in grado di sprofondare così in basso. Il sindaco di Bergamo, la città in assoluto più colpita dal coronavirus, ribattezzato con il nome della pandemia. Al di là dell’inaccettabile insulto allo stesso Gori (senza ipocrisia e senza tanti inutili sofismi, chiamare qualcuno con il nome di un virus mortale è un insulto, non è certo una critica…), quello di Travaglio è uno sfregio alla città e a tutte le vittime di Bergamo. Reso ancora più inaccettabile ricordando che lo stesso direttore de “Il Fatto Quotidiano” era stato uno dei più accaniti e feroci critici nei confronti dell’ex premier Renzi dopo la sua terrificante insensata dichiarazione in Senato sui morti di Bergamo e Brescia (“Quando chiediamo di riaprire, con gradualità e sicurezza, pensiamo di onorare la gente di Bergamo e Brescia che non c’è più, che ci avrebbe detto ripartite anche per noi”).

Allora Travaglio, per “bastonare” (giustamente) Renzi evocò quella che è sicuramente l’immagine simbolo della pandemia, la fila dei camion militari che portano fuori da Bergamo le bare. Evidentemente, però, anche il direttore de “Il Fatto Quotidiano”, come buona parte del paese, ha il vizio di dimenticare in fretta e quella immagine che all’epoca brandiva contro l’ex premier ormai non è neppure più tra i suoi ricordi.

All’indignazione che una simile indecenza deve necessariamente provocare, si aggiunge, per chi ha a cuore questo mestiere, lo sconforto nel vederlo così profondamente umiliato e squalificato dai vari Travaglio, Feltri, Belpietro, Sallusti che hanno definitivamente abbattuto il fondamentale che dovrebbe separare la più dura e cruda critica (sempre lecita) dal semplice insulto. Ma anche da un Ordine inutile ed obsoleto, tenuto in vita non si capisce bene per quale fine, che continua a preoccuparsi della pagliuzza, ignorando puntualmente la trave…

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