Responsabilità e consapevolezza per evitare una “falsa” ripartenza


“Qualsiasi abbassamento delle misure deve andare di pari passo con l’aumento della responsabilità” spiega il direttore scientifico dello Spallanzani Ippolito. Che invita tutti a rispettare rigorosamente le misure di prevenzione, in particolare distanziamento e mascherine

Finalmente ci siamo. Dopo un assaggio di libertà, con la cosiddetta fase 2 partita lo scorso 4 maggio, da lunedì 18 maggio si può ufficialmente dichiarata conclusa la quarantena. Restano ancora alcune restrizioni (qualcuna, come vedremo, sinceramente incomprensibile), inevitabilmente ci sono ancora limiti e divieti per eventi e manifestazioni e tutto quello che comporta il rischio (in certi casi la certezza) di assembramenti.

Ma per il resto ci riprenderemo, quasi integralmente, la nostra libertà che, è sempre bene ricordarlo soprattutto al clan dei complottisti, è stata fortemente limitata in questi 2 mesi e mezzo non per i capricci di qualcuno ma semplicemente per una pandemia che fino ad ora ha provocato 32 mila morti (e che, secondo tutti gli studi, senza il lockdown nella migliore delle ipotesi ne avrebbe provocati almeno il doppio). Con tutte le riserve che è giusto sottolineare, i dati sui contagi negli ultimi giorni, a parte qualche regione (chissà quale…) sono incoraggianti, come ha ammesso anche il presidente del Consiglio Superiore della sanità Franco Locatelli solitamente sempre molto cauto.

E tutti siamo pienamente consapevoli che il nostro Paese non poteva aspettare oltre, che ha bisogno di ripartire. Però mai come in questo momento è fondamentale, anzi decisivo, il comportamento di ognuno di noi. Perché, come sottolinea il direttore scientifico dello Spallanzani di Roma Giuseppe Ippolito, “le riaperture non significano un’uscita dall’epidemia e il pericolo di una seconda ondata resta alto”.

Tante riaperture tutte insieme portano con sé il rischio che l’epidemia riparta – aggiunge – per far sì che questo non accada è necessario continuare a rispettare le misure di prevenzione, in particolar modo il distanziamento sociale e l’uso di mascherine e guanti. Più persone in giro, più contatti sui mezzi pubblici e nei negozi rendono ancora più fondamentale il rispetto delle misure di prevenzione, altrimenti nel giro di poco tempo ci troveremo di nuovo in grande difficoltà”.

Naturalmente è non meno importante che le Regioni abbiano un comportamento irreprensibile (e da questo punto di vista qualche dubbio in più è lecito averlo, magari non propriamente sulla nostra Regione), soprattutto per quanto concerne monitoraggi e verifiche. “Dobbiamo avere ben chiaro che è fondamentale il monitoraggio della situazione, i dati devono essere affidabili, tempestivi e disponibili per tutti con il massimo livello di dettaglio” aggiunge Ippolito. Che, però, ribadisce come in questa fase il fattore decisivo, la partita più importante la giocano proprio i cittadini: “qualsiasi abbassamento delle misure deve andare di pari passo con l’aumento della responsabilità”.

Consapevolezza è , a nostro avviso, la parola chiave di questa nuova fase che si apre oggi lunedì 18 maggio e che, non bisogna certo essere dei geni per comprenderlo, è sicuramente la più delicata e pericolosa. Perché, per stanchezza o per superficialità, in tanti potrebbero invece interpretare questa quasi totale riapertura come pericolo ormai definitivamente scampato. E, come se non bastasse, c’è chi aggiunge benzina sul fuoco, lanciando (per i soliti biechi motivi di propaganda) messaggi deliranti che potrebbero produrre risultati devastanti.

Come, ad esempio, il consigliere regionale ex M5S Davide Barillari che, di fatto, istiga a “fregarsene” di mascherine e distanziamento (“Una dittatura sanitaria impone distanze e mascherine per paura di un secondo contagio. Dobbiamo riprenderci in mano la nostra vita e i nostri diritti, per primo la libertà di scelta”). O, peggio ancora, uno dei nuovi (si fa per dire) idoli dei sovranisti, Marcello Veneziani, che da settimane ripropone le peggiori “bufale” e ricorda sempre più il peggior Salvini (ovviamente con un linguaggio più forbito) e ora bolla come “campagna intimidatoria e terroristica” le raccomandazioni che istituzioni ed esperti del settore da giorni rivolgono ai cittadini.

In altre parole se qualcuno seguisse i consigli di questi due “geni” nel giro di un paio di settimane la situazione sarebbe tale che di certo bisognerebbe chiudere tutto (o quasi) nuovamente. Così i “fenomeni” alla Veneziani (per i quali evidentemente 32 mila morti sono un particolare irrilevante) potrebbero ricominciare a parlare di violazione delle libertà individuali, dittatura camuffata e tutta la serie di amenità che hanno ripetuto in queste settimane.

Al di là dei messaggi fuorvianti di chi è interessato solo a fare propaganda, ad accrescere la preoccupazione è quanto si è visto in questo ultimo fine settimana. Sabato pomeriggio (ma già anche venerdì sera) era sufficiente girare per il centro di Ascoli per vedere tantissimi “assembramenti”, spesso con persone a distanza ravvicinata senza mascherina. Situazioni identiche a San Benedetto e in tanti altri centri del territorio (ma anche nel resto d’Italia). Per non parlare di foto e post sin troppo emblematici visti domenica sui social.

Forse, dopo due mesi e mezzo, era inevitabile. Ma è chiaro che se questo “andazzo” proseguirà (e inevitabilmente, con tutte le riaperture, si accentuerà) nei prossimi giorni il rischio di una seconda ondata sarebbe molto elevato. Occorre, invece, la massima cautela, un forte senso di responsabilità, di rispetto civico e, soprattutto, una cosciente consapevolezza. Come viene detto in un bellissimo post letto nelle ore scorse su facebook “dipende da ognuno di noi se questo Paese può rialzarsi o meno. Dipende da noi e non solo dagli altri, gli altri siamo noi”.

Anche perché quelli che ci vengono chiesti in questa fase non sono certo dei sacrifici così duri da sopportare. Mettere la mascherina nei luoghi chiusi o quando si è a contatto ravvicinato con altre persone, evitare assembramenti, rispettare e pretendere che vengano rispettate tutte le norme sul distanziamento nei locali, nelle attività commerciali. Questo naturalmente non significa in alcun modo che dobbiamo tutti trasformarci in “sceriffi” e “delatori” o, peggio ancora, che dobbiamo esporre al pubblico ludibrio (sui social) chi sbaglia e non rispetta alla lettera le prescrizioni.

Molto più semplicemente non far finta di nulla, non voltarci dall’altra parte ma, invece, provare di parlarne e di farlo notare a chi sta sbagliando. Sempre in quel post di facebook prima citato si legge “proviamo a non odiare e a sensibilizzare il prossimo, proviamo ad essere comprensivi e uniti. Aiutiamo. Odiare è facile, capire e aiutare no”. E’ una prova di maturità, in molti hanno elogiato e sottolineato il comportamento degli italiani in questi 2 mesi e mezzo (a parte poche eccezioni) ma ora, se possibile, serve un ulteriore scatto in avanti.

Perché ora non ci sono divieti ferrei a bloccarci, siamo tornati quasi completamente liberi ed abbiamo “solamente” il dovere di rispettare alcune regole. Ma dobbiamo avere la consapevolezza che se non ci sforziamo a farlo tutti in poco tempo la situazione potrebbe nuovamente precipitare. E dovremmo essere tutti pienamente coscienti che un’eventuale nuova chiusura, oltre che durissima da sopportare, avrebbe effetti ancor più devastanti e probabilmente irreversibili sul nostro paese. In tal senso è assolutamente necessario che dobbiamo essere pronti a farlo anche per quelle regole, in particolare che riguardano bar, ristoranti e attività commerciali, che ci possono sembrare eccessive e assurde.

A tal proposito ci preme, però, sottolineare che, tra le tante norme e restrizioni che non convincono a pieno, quella più incomprensibile riguarda il divieto di spostarsi tra regioni, almeno confinanti, fino al prossimo 3 giugno. Logica e buon senso avrebbero voluto che almeno in questa fase di quasi totale riapertura si autorizzassero quanto meno gli spostamenti tra regioni e zone limitrofe per far visita ai congiunti (parenti o fidanzati).

Logica perché è semplicemente assurdo, prendendo a riferimento la nostra zona, che non si possano fare 5-10 km per incontrare parenti e fidanzati mentre se ne possono tranquillamente fare 200, per altro senza più la necessità di autocertificazione, magari per andare a fare una passeggiata sul lungomare di Pesaro solo per sfizio… Buon senso perché è giusto, dopo quasi 3 mesi, permettere a chi si trova in questa situazione di poter incontrare il proprio fidanzato/a o i propri parenti che si trovano a pochi chilometri di distanza, senza che questo comporti particolari ulteriori rischi. Che invece ci sono, in misura decisamente maggiore, in alcune riaperture pur con tutte le precauzioni possibili.

Dover aspettare fino al 3 giugno, per chi si trova in questa situazione, è a nostro avviso il cruccio maggiore di questa agognata ripartenza.

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