L’allarme della Fondazione Gimbe: “Riaperture del 18 al buio, rischio seconda ondata a metà giugno”


Secondo Nino Cartabellotta l’impatto dell’allentamento del lockdown avvenuto lo scorso 4 maggio potrà essere valutato solo tra il 18 maggio e la fine del mese. E i dati sui contagi alla base delle riaperture di lunedì prossimo fotografano ancora la fase di lockdown

L’allarme lo lancia il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta. “Le riaperture differenziate annunciate per il 18 maggio vengono fatte praticamente al 

buio e così c’è il serio rischio che ci possa essere una seconda pesante ondata a metà giugno”. Eppure il monitoraggio indipendente svolto proprio dalla Fondazione Gimbe nella settimana che va dal 7 al 13 maggio conferma i dati positivi, sia per quanto riguarda l’alleggerimento di ospedali e terapie intensive, sia per quanto concerne il rallentamento di contagi e decessi.

Da un lato questi numeri alimentano l’ottimismo e invitano ad anticipare riaperture di attività e servizi – spiega Cartabellotta – dall’altro bisogna essere consapevoli che l’epidemia è ancora attiva, che in Italia si stimano 3-4 milioni di persone contagiate e che i soggetti asintomatici rappresentano una fonte certa di contagio.

Tuttavia, nel dibattito pubblico delle ultime settimane la vertiginosa rincorsa alle riaperture ha preso il sopravvento rispetto a una scrupolosa programmazione sanitaria della fase 2 su cui non mancano criticità: dall’assenza di una strategia di sistema ai problemi di approvvigionamento di mascherine e reagenti per i tamponi; dalla mancata applicazione di misure per spezzare la catena dei contagi alle autonome interpretazioni regionali delle evidenze scientifiche su test diagnostici e trattamenti”.

Soprattutto, però, la preoccupazione da parte della Fondazione deriva dal fatto che la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione civile non è immediata, con i frequenti ricalcoli che testimoniano ritardi non quantificabili in assenza di maggiori dettagli. Sulla base di tali tempistiche, quini, l’impatto dell’allentamento del lockdown avvenuto lo scorso 4 maggio potrà esser valutato solo tra il 18 maggio e la fine del mese, per altro presupponendo che la comunicazione dalle Regioni avvenga in tempo reale. Questo significa che la nuova ondata di riaperture previste dal prossimo 18 maggio non hanno certo come base i dati sui contagi.

Ad oggi – prosegue Cartabellotta – abbiamo delle evidenze consolidate (nelle ultime 4 settimane) relative alla diminuzione delle terapie intensive e dei ricoveri che, in media, ogni settimana diminuiscono di un 20-25%. Invece i contagi sono ancora in aumento. Soprattutto, però, in questa fase le Regioni fanno meno tamponi per la paura di avere un numero elevato di contagi che possa provocare limitazioni alle aperture o, addirittura, un ritorno al lockdown. E questo riguarda in particolare 3 regioni, Lombardia, Piemonte e Liguria dove la percentuale di contagio ha una velocità settimanale abbastanza sostenuta”.

In sostanza, la Fondazione Gimbe sostiene che i dati sull’andamento dei contagi che informeranno le riaperture del 18 maggio fotografano ancora la fase di lockodown. E anche il valore di Rt (la misura della potenziale trasmissibilità della malattia legata alla situazione contingente) viene calcolato sui dati delle due settimane precedenti, come ha precisato lo stesso Istituto superiore della sanità (Iss). Quindi lo scorso 8 maggio l’Iss ha reso noti i valori di Rt riferiti al 20 aprile e, di conseguenza, i valori di Rt conseguenti all’allentamenti del 4 maggio li conosceremo tra due settimane.

La conseguenza è che il 18 maggio si riapre al buio, sperando che poi non ci si debba pentire quando conosceremo i reali dati riferiti ai primi 15 giorni della cosiddetta fase 2. A rendere più preoccupante il quadro è il fatto, sottolineato sempre dal presidente della Fondazione Gimbe, che giovedì sera 14 maggio la metà delle Regioni non aveva ancora inviato al governo i dati per le famose pagelle (in base alle quali si sarebbero dovute valutare eventuali riaperture differenziate) che pure dovevano essere pronte per la giornata stessa di giovedì.

Il calendario delle riaperture – sostiene Cartabellotta – dovrebbe tener conto di due aspetti quello temporale e quello geopolitico. La cadenza temporale di determinati step dovrebbe essere almeno di 3 settimane, il tempo che ci serve per valutare gli effetti. E, come abbiamo visto, non tutte le regioni sono sullo stesso piano, quindi sarebbe auspicabile delle differenziazioni sulla base della situazione locale”.

Da quanto emerge dagli ultimi concitati incontri tra il governo e le Regioni, sembra che invece non si terrà conto delle diverse situazioni dei vari territori (e, come è evidente, da uno step a quello successivo passeranno solo 2 settimane). “Il contagioso entusiasmo per la fase 2 – conclude Cartabellotta – sta generando un pericoloso effetto domino sulle riaperture rischiando di vanificare i sacrifici degli italiani. Infatti, decidere la ripresa di attività e servizi sulla base di dati che, occupazione di posti letto a parte, riflettono ancora il periodo del lockdown, aumenta il rischio di una seconda ondata all’inizio dell’estate”.

Naturalmente la speranza è che la preoccupazione della Fondazione Gimbe sia eccessiva. Ma il minimo che si possa fare è comunque invitare ad una certa prudenza. Perché dover fronteggiare un’eventuale e, ovviamente, non auspicabile seconda ondata potrebbe avere conseguenze devastanti sotto ogni punto di vista…

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