Non solo medici e infermieri: gli “eroi” nascosti dell’Italia del coronavirus


Non ci sono parole per descrivere e ringraziare medici ed infermieri per lo straordinario e massacrante lavoro che stanno svolgendo. Ma oltre a loro ci sono tanti piccoli “eroi” silenziosi e poco considerati che con il loro sacrificio tengono in piedi il paese

Se nel terribile periodo del terremoto nel centro Italia era toccato ai vigili del fuoco, in questa emergenza coronavirus il ruolo di “eroi” moderni spetta indiscutibilmente a medici e infermieri. Davvero non ci sono parole per descrivere e per ringraziarli per lo straordinario lavoro che stanno svolgendo, spesso con turni interminabili e massacranti, senza ovviamente considerare i gravi rischi a cui sono esposti.  In questi difficili giorni ci siamo emozionati e commossi nell’ascoltare il racconto di alcuni di loro ma anche solamente a vedere certe immagini. Resterà impressa a lungo nella nostra memoria la foto di quell’infermeria con i lividi sul viso per la mascherina indossata per tantissime ore di fila o quella dell’infermiera stremata di Cremona, ripresa poi nel bellissimo post di Claudio Marchisio.

Ma anche le immagini dei giovani laureati in infermieristica, la maggior parte non ancora 23enni, che hanno accettato senza esitazioni di indossare il camice, dichiarandosi disponibili per qualsiasi destinazione in Italia e ad andare da subito a dare una mano nei reparti ospedalieri, con i rischi che ciò comporta (e vediamo se ci sarà ancora qualcuno che avrà il coraggio di chiamarli “bamboccioni”…).  La speranza è che, quando questo brutto periodo sarà alle spalle, quelle immagini ci torneranno in mente quando, spazientiti per l’attesa, al Pronto Soccorso o in ambulatorio, ci verrà la voglia di alzare la voce e di protestare prendendocela con una di loro.

Ma se, almeno fino a che durerà questa emergenza, medici, infermieri e tutto il personale medico sono giustamente sul piedistallo, ci sono tanti altri piccoli eroi che, in silenzio e senza ricevere alcun encomio come invece meriterebbero, stanno cercando di tenere a galla il nostro paese, in qualche modo mettendo anche loro a rischio la propria esistenza.

Stiamo parlando di tutte quelle persone che lavorano nel settore alimentare, dalle aziende che producono generi alimentari alla piccola e grande distribuzione, da panettieri, macellai, fruttivendoli ecc. ai piccoli e grandi supermercati. E naturalmente anche di tutto coloro che lavorano nell’ambito dei cosiddetti beni e servizi essenziali, come ad esempio le farmacie, le edicole, le tabaccherie (non per le sigarette…), i negozi di informatica e telecomunicazioni. Sono beni fondamentali che riteniamo talmente scontati che neppure ci rendiamo conto che per poterli avere a disposizione ed usufruirne c’è la necessità di un gran numero di persone che lavorino incessantemente per farceli fruire.

Come si legge in un post esemplificativo, firmato “le confessioni di una cassiera”, “siamo tra le categorie essenziali per tenere in piedi l’Italia in questo momento buio, siamo cassieri e rifornitori, siamo addetti al banco o camionisti, addetti alle consegne domiciliari e personale delle pulizie. Siamo i lavoratori che insieme ad altri escono di casa e si rimboccano le maniche per svolgere il proprio dovere un umile lavoro essenziale per tutti che troppo spesso è stato sottovalutato”.

Sono soprattutto esseri umani che, come tutti, sono spaesati e impauriti, che sentono i ripetuti appelli a rimanere in casa e sarebbero lietissimi di poterli rispettare. Però non possono, perché se non ci sono gli autotrasportatori le merci, alimentari e beni di primaria importanza, prima o poi finiscono e non si trovano più. Così come se restano a casa il fornaio, il fruttivendolo, il macellaio, ecc. non avremo più a disposizione pane, carne, frutta e verdura. E se il farmacista, che come ogni altro essere umano ha tutto il diritto di avere paura e di voler restare a casa, cedesse al timore e rimanesse al sicuro non avremmo a disposizione i medicinali di cui una gran parte di noi ha bisogno.

Quando il premier Conte la sera di lunedì 9 marzo ha annunciato l’estensione delle restrizioni previste nelle zone rosse in tutto il paese, in molte città è scattata la corsa all’accaparramento dei generi alimentari, con i supermercati aperti di sera presi subito d’assalto. Poi quando, sia pure a fatica (per molti), si è capito che certe attività sarebbe rimaste comunque aperte l’isteria collettiva si è placata nella consapevolezza che, comunque, beni alimentari e beni primari saranno sempre e comunque a disposizione, non scarseggeranno mai.

Ma praticamente nessuno si è fermato neppure un attimo a riflettere che se ciò è possibile è solamente perché ci sono migliaia di persone che, più o meno volontariamente, si sacrificano, che ogni mattina con l’angoscia nel cuore per la situazione generale e l’umanissima e comprensibilissima paura del rischio contagio svolgono il proprio compito così importante e così fondamentale per garantire quanto meno un minimo di tenore di vita a tutta la nazione anche in questo momento di grave difficoltà.

Ovviamente, a differenza di medici e infermieri, loro non salvano o non cercano di salvare vite umane ma fanno in modo di non appesantire ulteriormente la vita di tutti gli italiani, evitandogli ulteriori privazioni. E, sia pure in maniera differente, anche loro nello svolgere il proprio fondamentale compito si espongono a dei rischi. Quello di entrare comunque a contatto con qualcuno che, consapevolmente o inconsapevolmente, ha contratto il virus (siano essi i clienti di negozi e supermercati o siano essi gli altri lavoratori con cui entrano in contatto) e, conseguentemente, di diventare a loro volta un pericolo per i propri familiari.

Ma anche il rischio derivante dal fatto di non lavorare in condizioni di assoluta sicurezza. Che, come anche sancito nei vari decreti dei giorni scorsi, dovrebbe essere la condizione fondamentale e imprescindibile per poter comunque continuare a lavorare. Ma sappiamo benissimo che, purtroppo, non sempre e non ovunque è così ed è auspicabile che quanto meno siano fatto controlli stringenti per verificare se e in che misura viene assicurata la sicurezza a chi lavora.

In questi giorni di “semi quarantena”, recandoci in quei negozi e in quei supermercati, non abbiamo potuto fare a meno di osservare i loro volti tesi, i loro sguardi angosciati. Se fosse stato possibile avremmo voluto abbracciarli e dirgli grazie per quanto di così importante (e non adeguatamente apprezzato) stanno facendo per tutti noi. Discorso analogo va fatto anche per quanti non possono restare a casa ma sono costretti a recarsi al lavoro per assicurare servizi fondamentali per la comunità anche in questo momento di emergenza.

Ci riferiamo, in particolare, a tutti quei funzionari e dipendenti pubblici che sono costretti a recarsi in ufficio, o perché lavorano in enti non ancora attrezzati per lo smart working o perché impegnati in attività indifferibili da svolgere in presenza. Non ci rendiamo conto adeguatamente, anzi probabilmente per nulla, il sacrificio che quelle persone sono costrette a fare per garantirci servizi che sono ancor più essenziali in questi momenti, per fare in modo che il paese non si blocchi, che non sprofondi nel caos più completo.

Soprattutto in situazioni come quella che stiamo vivendo un atto, un semplice adempimento che in tempi normali è la prassi, assume un significato particolare. Una funzionaria comunale, ad esempio, raccontava come nella giornata di giovedì sia stata impegnata in Comune, è facile immaginare con quale spirito, con quale profonda angoscia e con comprensibile timore, per redigere due atti di morte. Che, ad una prima lettura superficiale, possono sembrare qualcosa non di così importante, di fondamentale come al contrario ci appare la necessità di poterci rifornire di beni primari (alimentari, medicinali, ecc.).

Invece sono adempimenti imprescindibili, senza i quali non sarebbero possibili tutta una serie di ulteriori conseguenti e necessari passaggi (come ad esempio anche la semplice sepoltura). Che vengono garantiti e assicurati, come tanti altri servizi, grazie al sacrificio e all’impegno civico di quella e di tanti altri funzionari e dipendenti comunali. Che, per altro, inevitabilmente a loro volta si espongono a qualche rischio in più, non fosse altro già per il semplice fatto del non poter stare a casa, ma anche perché inevitabilmente in queste situazioni sono costretti a venire a contatto con altre persone (e non sempre lo fanno lavorando in condizioni di assoluta sicurezza).

Anche loro meritano idealmente di essere abbracciati e ringraziati per quello che stanno facendo. E soprattutto meritano che poi, passata l’emergenza, ce ne ricorderemo quanto ci rivolgeremo a loro per qualsiasi necessità.

Un discorso a parte, invece, andrebbe fatto per tutti quegli operai di aziende che, pur non producendo beni primari fondamentali, continuano a lavorare, non chiudono. Più che i nuovi eroi con un termine forse un po’ forte ed eccessivo possiamo considerarli i nuovi schiavi, costretti comunque a non restare a casa come tanti altri e come loro stessi vorrebbero. Il governo, nei vari decreti, ha più volte sottolineato che quelle aziende possono continuare a restare aperte, a patto che garantiscano ai propri dipendenti di lavorare in condizioni di massima sicurezza.

Punto ribadito con forza giovedì dallo stesso presidente della Regione Ceriscioli. “Se da una parte non viene prevista la chiusura – ha affermato – dall’altra se il datore di lavoro non è in grado di garantire la sicurezza dei suoi dipendenti è sostanzialmente invitato a sospendere l’attività”. Inutile girarci intorno, sappiamo perfettamente (anche dal racconto di queste ore di diversi operai e sindacalisti) che in tantissime aziende quella necessaria sicurezza è tutt’altro che garantita.

E allora il minimo che ci si deve attendere è che vengano fatti controlli rigidi e accurati per fare in modo che continuino ad operare (se proprio devono…) solo le aziende che effettivamente sono in grado di garantire la massima sicurezza ai propri operai. Anche perché nei prossimi giorni vogliamo continuare a raccontare di moderni e inaspettati eroi, non certo di prevedibili martiri…

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