L’uomo della provvidenza


Prima Renzi, poi Berlusconi, ora un crescente numero di esponenti politici anche del nostro territorio invocano, per la gestione dell’emergenza virus, il coinvolgimento di Guido Bertolaso. Che, però, ha lasciato un pessimo ricordo a L’Aquila dopo il terremoto del 2009

Non è certo una novità che questo paese, nei momenti di difficoltà e quando bisogna affrontare prove complicate, torni ad invocare l’uomo della provvidenza. E, considerando che un’altra nostra peculiarità è quella di non avere troppa memoria, al punto da raccontare poi in maniera oltremodo fantasiosa fatti e importanti eventi del passato, da qualche tempo a questa parte ogni volta in questi casi spunti fuori sempre Guido Bertolaso. Per questo era praticamente inevitabile che il suo nome venisse fatto in questa difficile emergenza coronavirus. Il primo a farlo è stato Matteo Renzi.

Ci vuole uno come Bertolaso a dare una mano a Palazzo Chigi in queste ore, anzi ci vuole proprio Guido Bertolaso” ha affermato l’ex presidente del Consiglio. Poche ore dopo ha rilanciato la proposta Silvio Berlusconi che proprio insieme a Bertolaso ha gestito quel post terremoto a L’Aquila che, nel racconto romanzato degli ultimi tempi (e più passano gli anni più il romanzo assume i connotati di un racconto di fantasia…), è diventato un esempio di grandissima efficienza (non per gli aquilani che l’hanno vissuto sulla propria pelle, però).

Sarebbe estremamente importante – scrive Silvio Berlusconi – in un momento così difficile della vita del Paese che le istituzioni parlassero con una voce unica, autorevole, capace di dare indicazioni coerenti e competenti e quindi di infondere fiducia nei cittadini. Questa figura c’è, il suo nome è Guido Bertolaso. Sono certo che sia disponibile e ha già dimostrato con i miei governi di essere capace di gestire gravi emergenze in modo esemplare, riconosciuto in tutto il mondo”.

Ben presto ai due ex premier si sono accodati altri esponenti politici, di ambo gli schieramenti, compresi alcuni del nostro territorio che già da tempo avevano manifestato il loro apprezzamento nei confronti di Bertolaso. Particolare, quest’ultimo, che come vedremo ha una sua rilevanza. Per chi non lo conoscesse Bertolaso, dopo una parentesi tra il 1996 e 1997, ha guidato la Protezione civile dal 2001 al 2011. Dal 2008 al 2010 è stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (governo Berlusconi) e in quegli anni ha ricoperto l’incarico di commissario straordinario per diverse emergenze, compresa quella per il terremoto a L’Aquila.

Proprio in relazione a quest’ultima è stato coinvolto nel processo Commissione grandi rischi, venendo alla fine assolto “per non aver commesso il fatto” (così come è stato assolto nel processo per il G8). Era il 2017 e da quel momento in poi tutto è cambiato, il nome di Bertolaso, che fino a quelle sentenze non si poteva più neppure pronunciare, è tornato in auge e con esso è completamente cambiato anche il racconto del post terremoto a L’Aquila, trasformato d’incanto in un clamoroso successo, nonostante la realtà (soprattutto per chi la vive quotidianamente sul campo, cioè gli aquilani) sia decisamente e completamente differente.

Il pro­ble­ma, però, è che nel no­stro pae­se or­mai da trop­po tem­po non si rie­sce più a di­sgiun­ge­re i due pia­ni e sem­bra qua­si che re­spon­sa­bi­li­tà po­li­ti­che e giu­di­zia­rie  deb­ba­no viag­gia­re di pari pas­so e so­vrap­por­si. E in­ve­ce non è e non può es­se­re più cosi, perché se dovessimo accettare questa improbabile correlazione allora dovremmo concludere che tutti i commissari straordinari che si sono succeduti dal 2016 ad oggi per il post terremoto nel centro Italia (francamente abbiamo perso il conto…)  hanno fatto benissimo, visto che non sono neppure finiti al centro di alcuna inchiesta…

Dovrebbe invece essere del tutto evidente che i due piani vanno assolutamente distinti e separati. Di conseguenza, tornando a Bertolaso, bisognerebbe avere il coraggio di sostenere che dal punto di vista giudiziario ha su­bi­to un trat­ta­men­to non cor­ret­to e non me­ri­ta­to. Ma ciò nulla toglie alle eventuali responsabilità politiche di una gestione di tutta l’emergenza terremoto, prima e dopo il sisma, semplicemente disastrosa, basata più sul desiderio e sulla preoccupazione di trasmettere un’immagine rassicurante e di efficienza piuttosto che di affrontare concretamente i problemi e le gravi questioni sul tavolo.

Basterebbe pensare, ad esempio, ai primi appalti per la ricostruzione, finiti al centro di un’inchiesta giudiziaria, a proposito dei quali lo stesso Bertolaso, in un’apparizione televisiva, si è giustificato sostenendo che probabilmente aveva sbagliato nel non verificare a fondo a chi venivano affidati. Responsabilità (ovviamente non penali) non da poco per chi all’epoca era il responsabile della gestione della ricostruzione.

Per non parlare, poi, di tutta la storia delle new town, terrificanti quartieri dormitorio realizzati in tutta fretta, pensando esclusivamente al ritorno di immagine politico e non certo alla reali esigenze delle persone colpite dal terremoto. Avrebbero dovuto ospitare 16 mila aquilani, ne accolsero praticamente la metà. Ma molte di quelle casette già dopo qualche tempo hanno iniziato a perdere pezzi, tra infiltrazioni, balconi caduti e problemi di ogni tipo che hanno determinato ben presto la chiusura di molte di quelle strutture.

Al punto che ancora oggi, a 10 anni di distanza, centinaia di aquilani sono costretti a vivere in alberghi delle zone limitrofe (e nelle new town attualmente vivono meno di 2 mila persone, mentre molti altri si sono spostati nei Map). L’imbarazzante fallimento del progetto C.A.S.E.,  per chi conosce un po’ la realtà aquilana, è indiscutibilmente sotto gli occhi di tutti. Eppure, da quando è partita l’operazione di riabilitazione postuma, quello delle new town viene portato come esempio virtuoso. Non solo, pian piano si è costruita una realtà virtuale che va oltre ogni immaginazione. Al punto che, con il passare del tempo, abbiamo dovuto leggere e ascoltare sciocchezze di ogni tipo, un campionario di favole che solo chi non ha mai messo piede (dal 2009 ad oggi) a L’Aquila può avere la spudoratezza di raccontare.

In appena 6 mesi è riuscito a riportare tutti gli aquilani a casa, assicurando loro un tetto sicuro e case all’avanguardia”, “Con Bertolaso dopo un paio di mesi le macerie erano state tutte rimosse” sono alcune delle “leggende metropolitane” raccontate in questi mesi da troppi illusionisti e visionari. Della situazione abitativa abbiamo già parlato, quanto alle macerie nel 2011 (cioè 2 anni dopo il sisma) abbiamo pubblicato un emblematico reportage fotografico che dimostrava inequivocabilmente come, 24 mesi dopo, le macerie erano ancora tutte al loro posto.

Ora siamo quasi ad 11 anni dal terremoto e ancora la rimozione delle macerie nel capoluogo abruzzese non è terminata, come conferma il sito dove si può controllare l’andamento della rimozione stessa (http://www.maceriesisma2009.it/). Quello che, però, è ancor più inaccettabile è che chi continua a perorare la causa di Bertolaso ripete che “gli abruzzesi e gli aquilani ancora oggi lo ringraziano per quello che ha fatto”. In realtà quello che pensano davvero i cittadini aquilani l’hanno dimostrato in maniera inequivocabile e continuano tuttora a dimostrarlo.

Le associazioni cittadine, ad esempio, sono insorte quando qualche anno fa il centrodestra provò a chiedere di concedere a Bertolaso la cittadinanza onoraria, proposta respinta quasi all’unanimità (solo 2 voti a favore, anche la maggior parte degli esponenti del centrodestra votarono contro) sotto la montante protesta di cittadini e associazioni. Ancora, in occasione delle varie cerimonie di commemorazione dello scorso anno (il decennale) si è scatenato un vero e proprio putiferio nei confronti del capo della Polizia Gabrielli (non a caso all’epoca del terremoto vice commissario di Bertolaso) che aveva pronunciato improvvide e infondate parole di elogio nei confronti dello stesso Bertolaso.

Tra l’altro proprio in quei giorni è stato presentato un libro, “Nati alle 3e32. L’Aquila, cronache dal dopo terremoto” (scritto insieme dai rappresentanti di diverse associazioni cittadine) che racconta i due anni successivi al terremoto e che contiene un atto di accusa sin troppo esplicito nei confronti della gestione di quei 2 anni. D’altra parte, però, chi ha ancora qualche dubbio in proposito può leggere la lunga lettera indirizzata ai romani nel 2016, quando Bertolaso si presentò come candidato sindaco alle elezioni comunali a Roma.

Siglata dalla quasi totalità delle associazioni e comitati cittadini sorti dopo il 6 aprile 2009, sin dalle prime righe non lasciava dubbi: “Carissimi romani, con questa lettera vorremmo cercare di raccontarvi tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso nel nostro territorio”. La missiva (qui il contenuto integrale), che proseguiva con una serie di accuse suddivise per argomenti (menzogne, repressione, speculazione, ipocrisia), si concludeva in questo modo: “Oggi ha la faccia apparentemente innocua del burocrate e dell’operatore di soccorso: in una parola del tecnocrate, ma la sostanza non cambia. Bertolaso, ma non ti vergogni neanche un po’?”.

Se, come appare probabile nelle ultime ore, davvero il governo chiamerà l’ex responsabile della protezione civile non resterà che prenderne atto, anche se con un certo disappunto. A prescindere da quale sarà la decisione dell’esecutivo, però, quello che più imbarazza è che amministratori e politici del nostro territorio, che continuano (a ragione) a pretendere da tutti maggiore rispetto per le nostre popolazioni colpite dal terremoto del 2016, non si rendono conto che a loro volta, invocando il ritorno di Bertolaso, continuano gravemente a mancare di rispetto nei confronti di chi ha vissuto e ancora fatica a risollevarsi da una tragedia simile avvenuta 11 anni fa. Un paradosso sul quale forse sarebbe opportuno riflettere…

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