L’emergenza coronavirus nel paese di Tafazzi


Pur confermando di avere eccellenze e valide risorse umane, l’Italia sta mostrando il suo volto peggiore. Quello di un paese diviso in fazioni che non ha più valori condivisi, nel quale la propaganda viene prima di ogni altra cosa e che non ha più neppure un briciolo di umanità

Siamo sempre stati convinti che in determinate situazioni bisogna mettere da parte le polemiche per cercare tutti insieme di affrontare e superare le difficoltà. Ancor più ora che siamo alle prese con un’emergenza per certi versi nuova e mai affrontata prima come l’epidemia di coronavirus. Per questo non è il momento delle critiche, di sollevare polemiche su quanto è stato o non è stato fatto, sull’efficacia e sulla tempestività o meno delle disposizioni adottate e tutto quanto ne consegue. Ci sarà tempo e modo per farlo quando, si spera prima possibile, l’emergenza sarà alle spalle e allora si potranno valutare meglio e con più freddezza tutti gli aspetti, si potrà capire ciò che ha funzionato e ciò che invece no.

Quello, però, dovrebbe anche essere il momento per riflettere una volta per tutte sul fatto che questo paese nella situazione in cui è attualmente non ha speranze, non ce la può fare, non ha un futuro. Perché anche in questa circostanza, pur confermando di avere al proprio interno preziose risorse, ancora una volta sta mostrando il suo volto peggiore.

Competenza al bando, classe dirigente inadeguata

Quello di un paese che ha perso ogni riferimento, ogni identità comune, che, diviso tra fazioni di ultras, non è neppure in grado di avere valori e principi condivisi. Un paese che, a forza di non considerare fondamentali e imprescindibili il merito e la competenza, ha creato una classe dirigente di bassissimo livello, incapace persino di portare avanti l’ordinaria amministrazione e, di conseguenza, in assoluto disarmo di fronte ad una simile prova.

Come se non bastasse, poi, questo mettere da parte merito e competenza ha finito per genere una schiera crescente di presuntuosi e arroganti che credono di poter discutere con criterio di qualsiasi argomento anche complesso e prettamente scientifico che invece avrebbe bisogno di una preparazione decennale e di una specifica competenza acquisita studiando e sul campo.

Soprattutto, però, un paese nel quale ormai la propaganda e la battaglia politica viene prima di ogni altra cosa e non si ferma davanti nulla, neppure di fronte ad una situazione oggettivamente grave. E che contribuisce ad alimentare l’isteria collettiva di chi, neppure di fronte alla più lampante evidenza, riesce a superare i propri paradossali pregiudizi. Alimentati, per giunta, da un’informazione che, in larga parte, ha dimenticato quale dovrebbe essere il proprio fondamentale ruolo (cioè informare) e che non ha neppure la più pallida idea di cosa sia la deontologia professionale.

Nessun rispetto per i più deboli

Ancora, un paese che ipocritamente si definisce cattolico ma che in larga parte non ha più un briciolo di sensibilità e di umanità, nel quale la vita umana, che dovrebbe essere sempre e comunque sacra, non è più considerata un valore assoluto, soprattutto quando si parla delle categorie più deboli (che siano gli extracomunitari o gli anziani o i malati). Tra le tante dichiarazioni che abbiamo ascoltato e letto in questi giorni di emergenza coronavirus, ce ne è una che ci ha molto colpito.

E’ quella di Vanessa Trevisan, la figlia della prima vittima per coronavirus nel nostro paese: “Mio padre non è numero, Adriano Trevisan è il mio papà. E’ il marito di mia madre Linda. E’ il nonno di Nicole e di Leonardo”. Purtroppo è inevitabile che in una simile emergenza si debba mettere in preventivo che ci saranno dei decessi. Ma il modo in cui si sono liquidati questi primi 12 morti è semplicemente inaccettabile. Certo, erano anziani. Sicuramente avevano delle altre patologie gravi. In ogni caso erano degli esseri umani, certamente più deboli di altri per via dell’età e delle malattie.

Ma questo non giustifica il distacco, la mancanza di rispetto con cui si è raccontata la loro tragica fine, facendo quasi passare l’idea che se muoiono le persone più deboli non è poi un problema. Non siamo nell’antica Sparta, una società e una nazione che si vogliono definire civili dovrebbero innanzitutto cercare in ogni modo di tutelare e rispettare le persone più fragili. Ovviamente ciò non può significare (sarebbe impossibile) evitare quei decessi. Ma trattarli in altro modo, con il rispetto che si deve ad ogni vita umana, assolutamente si.

Quante volte, in queste giorni, abbiamo ascoltato e letto “tanto muoiono solo anziani e chi ha altre patologie” senza che quasi nessuno si indignasse, come invece bisognerebbe fare, di fronte ad una simile bestialità. Quel continuo ripetere che per questo virus, come d’altra parte per la stessa influenza, ad essere a rischio sono solo anziani e chi soffre per altre patologie è, insieme al vergognoso sciacallaggio di alcuni politici (e giornali) e all’infimo livello dell’informazione, una delle cose più ignobili di questo periodo.

L’ignobile caccia agli untori e il beffardo contrappasso

Evitando di parlare, per decenza, della solita operazione di sciacallaggio messa in atto da alcuni esponenti politici, ancora più triste è la constatazione che ormai certi pregiudizi, figli della più profonda ignoranza (intesa come mancanza di conoscenza), sono talmente radicati da resistere anche di fronte all’evidenza contraria e inequivocabile dei fatti.

La “caccia” ai cinesi novelli untori è una delle pagine più raccapriccianti della storia recente del nostro paese. Ma anche la più ridicola e paradossale, soprattutto nel momento in cui, nella maggior parte dei casi, si è indirizzata nei confronti di chi da anni è nel nostro paese e da anni non torna più in Cina. E’ semplicemente disarmante, invece, il fatto che si debba ancora discutere e spiegare che porti chiusi o aperti e che gli extracomunitari con l’emergenza coronavirus non c’entrano nulla. Abbiamo già visto che, in realtà, praticamente ci siamo contagiati da soli, quindi non servirebbe aggiungere altro.

Eppure, nonostante l’evidenza, c’è chi ancora, come “lobotomizzato”, ad ogni bollettino sul numero dei contagiati, continua ad invocare la chiusura dei porti, rilanciando l’assurda (almeno per quanto riguarda questa emergenza) campagna dei “soliti noti” che in questo caso rasentano il ridicolo. Poi, come spesso avviene, la vita a volte sa davvero essere beffarda. Così ora si sono capovolti ruoli e situazioni e siamo noi italiani ad essere trattati da altre nazioni da extracomunitari e, per usare le espressioni tanto care ad un certo tipo di propaganda sovranista, sono gli altri che chiudono i porti per non fare gli italiani.

 Ed è buffo ma al contempo surreale che proprio chi ha fatto del “porti chiusi” la sua bandiera ora sbraita e si indigna perché ora, nel momento del pericolo, c’è chi applica nei confronti quel tipo di trattamento. Il guaio è che questo tipo di atteggiamento, ridicolo, incoerente e immaturo, viene poi alimentato dagli organi di informazione. Quelli che, appena è esplosa l’emergenza coronavirus, per giorni hanno invocato la chiusura dei porti, pur sapendo che non aveva alcun senso, ora urlano ai quattro venti la propria indignazione perché altri, in questo caso con qualche ragione in più, lo fanno nei confronti degli italiani.

Le gravi responsabilità dell’informazione

D’altra parte, però, tutto il sistema dell’informazione italiana esce a pezzi da questa emergenza. Sorvolando (per decenza) su sul comportamento di qualche quotidiano, quello che ci si dovrebbe aspettare dagli organi di informazione in queste situazione è un’attenzione se possibile ancora maggiore nel dare informazioni e, soprattutto, nel verificare le notizie. Usando toni adeguati, ovviamente non nascondendo niente (non abbiamo mai sopportato chi accusa l’informazione di fare allarmismo solo perché racconta i fatti) ma cercando al contempo di alimentare il clima di terrore che purtroppo si è andato diffondendo.

Invece è accaduto l’esatto contrario, notizie clamorose e presunti scoop, poi puntualmente rivelatesi autentiche bufale, sparati senza alcun criterio e senza alcuna verifica, toni spesso apocalittici che hanno finito per alimentare il sentimento di terrore. Si potrebbero fare decine e decine di esempi, è sufficiente ricordare quanto accaduto sabato scorso nel nostro territorio quando è stata rinviata la partita Ascoli-Cremonese. In quelle ore, in attesa delle (tardive) comunicazioni ufficiali, sono state fatte ricostruzioni a dir poco fantasiose, addirittura si è scritto di prima di presunti casi poi persino di casi già verificati nell’Ascolano, ovviamente poi clamorosamente smentiti dalle informazioni ufficiali.

E’ inaccettabile, non ci sono giustificazioni e motivazione che reggano di fronte ad un simile comportamento. Ed è semplicemente ridicolo che poi l’informazione sottolinei e, in alcuni casi, irrida certi comportamenti irrazionali di una parte dei cittadini che, in buona parte, ha contribuito a provocare. Un serio esame di coscienza e un minimo di autocritica non sarebbero male…

Potremmo proseguire a lungo, magari evidenziando proprio l’incomprensibile isteria collettiva che ha assalito gran parte del paese (la corsa ad accaparrarsi mascherine e disinfettanti e le immagini degli scaffali dei supermercati vuoti sono francamente imbarazzanti) o come nel momento della necessità è emerso con chiarezza che ci sono troppe persone (politici, amministratori e dirigenti) che ricoprono ruoli di fondamentale importanza non avendo, però, le competenze e le qualità per farlo.

Quello che fa più rabbia è che, come già in altre situazione emergenziali, nello stesso tempo questo paese ha dimostrato di possedere risorse umane di primissimo piano. Solo che, come accade ormai da troppo tempo, siamo preda della sindrome di Tafazzi e quanto di buono abbiamo finisce per passare in secondo piano, quasi inosservato, di fronte all’immagine sempre più forte di un paese isterico, sull’orlo di una crisi di nervi.

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