Dal coronavirus al femminicidio: il trionfo del giornalismo “spazzatura”


Gli ultimi 10 giorni sono stati “terribili” per il giornalismo italiano, tra l’incredibile articolo di “Libero” sui femminicidi e la pioggia di “bufale” che stanno contribuendo ad alimentare la psicosi per il coronavirus. E poi lo sconcertante articolo de “Il Foglio” su Josef Mengele…

Il nome di Josef Mengele è legato ad alcune delle pagine più raccapriccianti della Germania nazista di Hitler. L’angelo della morte, così era chiamato per il modo in cui uccideva senza pietà i prigionieri, è noto per i crudeli esperimenti medici e eugenetica che svolse nel campo di concentramento di Auschwitz, usando i deportati come cavie umane, soprattutto bambini. Delle sue disumane atrocità si potrebbero scrivere decine e decine di pagine, senza dilungarci oltre basterà aggiungere che Mengele ad Auschwitz aveva disegnato una linea sul muro del blocco dei bambini, alta circa 150 centimetri, ordinando l’esecuzione nella camera a gas di tutti i bambini che non raggiungevano tale misura.

Sembra incredibile anche solo a pensarci, invece il sempre più derelitto giornalismo italiano, a proposito di Mengele, è riuscito a scrivere una delle pagine più nere della sua storia. Proprio nella settimana in cui si celebrava il giorno della Memoria (27 gennaio), “Il Foglio” ha dedicato un lungo approfondimento proprio all’angelo della morte, con un titolo che è molto più di un pugno allo stomaco: “Il Professor Mengele. Non solo un assassino. Un brillante ricercatore al fianco dei grandi scienziati del tempo. Una nuova biografia”.

I tentativi postumi del direttore di quel quotidiano, Claudio Cerasa, e del suo fondatore, Giuliano Ferrara, basati sul fatto che in quell’articolo non c’è un vero e proprio tentativo di riabilitazione (e ci mancherebbe altro…) non cambia di una virgola la sostanza. Al di là del fatto che certi ammiccamenti, certi continui riferimenti al fatto che in fondo Mengele ha collaborato con alcuni premi nobel in qualche modo rendono l’articolo ancora più insopportabile, non c’è discussione, non ci sono scusanti. Di fronte alla definizione “brillante ricercatore” riferita ad un pazzo, sadico e assassino c’è solo da vergognarsi e, poi, chiedere scusa.

Il Foglio ha sbagliato – accusa il presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello – Mengele era un assassino e nient’altro. Scusarsi è la cosa migliore da fare”. Come detto Cerasa e Ferrara non solo non si sono scusati ma, addirittura, hanno reagito stizziti. Da non crederci, davvero senza vergogna. Per una volta dobbiamo ammettere che siamo pienamente d’accordo con Andrea Scanzi che, laconicamente, ha commentato con un “poi uno si domanda perché il giornalismo è così sputtanato”, affermazione purtroppo quanto mai condivisibile.

Soprattutto in questi giorni nei quali, al di là della vicenda Mengele, il fondo è stato toccato più volte ed è diventato difficile, quasi impossibile, non vergognarci di appartenere a questa categoria. D’altra parte come si può non vergognarsi di un giornalismo che non ha più rispetto di nulla, che sforna titoli e articoli deliranti e mistificatori. Come quello proposto da “Libero” sul tema delle violenze sulle donne.   “Più maschicidi che femminicidi” ha titolato in prima pagina il quotidiano diretto da Vittorio Feltri (un nome una garanzia…), aggiungendo nel sottotitolo: “Ultimi dati disponibili: 133 uomini uccisi all’anno, mentre le donne sono 128.

Eppure non si assiste a mobilitazioni in favore del sesso forte che in realtà è debole”. “Maschicidi, cioè uomini vittime di omicidi – si legge poi nell’attacco dell’articolo, firmato per giunta da una giornalista (Simona Pletto) – pari in numero o addirittura superiori rispetto ai femminicidi, cioè donne uccise da mariti, compagni o ex partner. Possibile? Pare una provocazione eppure non è così campata per aria”. Altro che provocazione, siamo di fronte ad una vera e propria mistificazione, per giunta di bassissimo livello.

Nella sconfortante montatura messa su, non si capisce bene per dimostrare che cosa, da “Libero” si prova a dare supporto a questa strampalata e improponibile tesi citando dei dati. Che sono quelli presenti in uno studio dell’Osservatorio nazionale sostegno alle vittime curato da un’ex candidata di Fratelli d’Italia, Barbara Benedettelli, che prende in considerazione il numero annuale di uccisioni di uomini e donne in famiglia, tra amici, sul luogo di lavoro (la cosiddetta violenza di prossimità). Secondo quei dati ci sarebbe una sostanziale parità, 120 uomini e 120 donne uccise. Il problema è che tra violenza di prossimità e femminicidio (o anche maschicidio) c’è una differenza abissale.

Nel primo caso si parla di omicidio che ha svariate motivazioni alle spalle, una banale lite per il calcetto o per il parcheggio, la rissa tra parenti finita male per l’eredità, le tensioni tra vicini che sfociano in tragedia, persino l’eventuale incidente in una battuta di caccia. Nel secondo caso, invece, parliamo di donne uccise per motivi passionali, per gelosia, per non aver adempiuto ai “doveri coniugali”, per non aver taciuto di fronte all’ennesima violenza subita.

Basta consultare il vocabolario della lingua italiana per capire il senso e la profonda differenza (femminicidio: uccisione nei confronti di una donna quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante). E’ sufficiente, per non avere dubbi, conoscere la storia della nascita stessa di quel termine, coniato per denotare un abuso, una violenza con radici più profonde, quelle che fanno credere ad un uomo che la donna sia di sua proprietà. Riportati i termini nel giusto alveo, non servirebbe neppure sottolineare che i dati sono purtroppo schiaccianti, secondo quelli di Eures siamo a 120 donne contro 10 uomini nel 2018.

Senza voler far il processo alle intenzioni, appare impossibile da credere che la giornalista in questione, l’intera redazione e il direttore Feltri non conoscano la differenza e, soprattutto, non conoscano la lingua italiana. In ogni caso, quale che siano le motivazioni, quell’articolo e quella montatura sono vergognosamente squallidi.

Ancor più in una settimana in cui nel nostro paese si sono verificati ben 6 femminicidi. Che deve assolutamente essere considerata un’emergenza nazionale (altro che il coronavirus a cui, invece, tutti i giornali continuano a dedicare ogni giorno pagine e pagine). Ma che, invece, non si capisce per quale motivo ad un certo tipo di stampa (e di parte politica) provoca un incomprensibile fastidio, al punto da cercare in ogni modo di sminuire e non dare troppo spazio al problema.

 Se mai ce ne fosse stato bisogno, la conferma è arrivata nelle ore scorse. Quando, dopo lo straordinario monologo di Rula Jebreal proprio sulla violenza sulle donne, “Il Tempo” invece di rendere omaggio alla giornalista palestinese ha provato a sminuirla definendola “una brava valletta” e senza far riferimento a quel monologo. Non solo, il direttore del quotidiano romano Franco Bechis nelle ore successive su twitter ha messo in dubbio anche i dati che, nel corso del suo intervento, ha citato la Jebreal che, pure, sono ben noti a chi ha voglia di informarsi (e ancor più dovrebbero essere noti al direttore di un quotidiano).

Molto più semplice, per la stampa italiana, preoccuparsi ed enfatizzare la situazione inerente il coronavirus che, tra l’altro, permette anche di alimentare la psicosi che pian piano si è diffusa in una larga parte dei cittadini. E se solitamente, in queste circostanze, sono soprattutto i social ad alimentare la psicosi, a suon di bufale e di improbabili allarmi, questa volta i tradizionali mezzi di informazione stanno facendo di tutto per creare un surreale clima di immotivato terrore, rilanciando in maniera frenetica e senza alcuna cognizione ogni voce incontrollata, ogni paradossale idiozia.

Tra complottismi, numeri gonfiati e consigli per misure preventive si è praticamente svolta una gara, tra i vari mezzi di informazione, a chi la sparava più grossa. L’elenco sarebbe lunghissimo, ci limitiamo a citarne solo alcune, le più eclatanti. Come quella lanciata da TgCom24 (Paolo Liguori) che ha parlato di virus creato in un laboratorio di Wuhan in cui verrebbero condotti esperimenti militari, con il coronavirus frutto di un esperimento batteriologico.

Naturalmente non poteva mancare il riferimento a Big Pharma, la terribile rete internazionale di case farmaceutiche che produrrebbero micidiali virus per venderci poi vaccini e medicinali per curarci, di solito un must della rete ma in questo caso riproposto anche da alcuni giornali. Il problema è che per ora c’è il virus ma non ci sono né il vaccino né i medicinali… Naturalmente non potevano mancare le speculazioni politiche di alcuni quotidiani “sovranisti”, tra farneticanti appelli in favore dei porti chiusi (perché i cinesi che vengono in Italia arrivano ovviamente via mare…) e appelli a boicottare tutto ciò che è cinese.

Ci sarebbe, poi, il “capolavoro” del quotidiano diretto da Belpietro, “La Verità”, che ha “sparato” a zero contro il governo che avrebbe abbandonato un ragazzo italiano in Cina, cercando di montare uno scandalo sul nulla Il 17enne, con la febbre e sintomi che potevano far pensare al coronavirus, non è stato fatto ripartire con gli altri connazionali da Wuhan ma è sempre stato assistito e seguito da funzionari della Farnesina, come ha lui stesso sempre confermato in tutti i messaggi mandati ai familiari (“sono seguito molto bene, non mi hanno mai lasciato da solo”).

A ben pensarci, di fronte ad un simile imbarazzante scenario, forse Scanzi è stato addirittura troppo tenero. Perché il giornalismo italiano è molto più che sputtanato…

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