La Corte dei Conti spazza via le polemiche: giusto il compenso di Fabio Fazio in Rai


Secondo i magistrati non esiste danno erariale perché “il costo medio delle puntate è inferiore del 50% rispetto al costo medio dei programmi di intrattenimento Rai”. E “Che tempo che fa”, con i suoi introiti pubblicitari, è una preziosa e irrinunciabile risorsa per viale Mazzini

Il rinnovo del contratto di Fabio Fazio scatena una pioggia di polemiche contro viale Mazzini. Ma andando a spulciare i dati sui costi e sugli introiti del programma 

emerge con chiarezza come per la Rai si tratti di un vero e proprio affare”. Sono passati 2 anni da quando, nel pieno delle polemiche sollevate da alcune forze politiche (e subito poi diventati virali sui social) sul nuovo contratto di Fazio, evidenziavamo come in realtà ci fosse ben poco da obiettare perché in realtà quel contratto per la Rai non era un costo ma fonte di enorme guadagno (vedi articolo “Accordo con Fazio, un affare da oltre 130 milioni di euro per la Rai”).

Ora a confermarlo ufficialmente (e a mettere la parola fine su una polemica inutile e assolutamente fuori luogo, almeno si spera…) è la Corte dei Conti. Che ha archiviato l’inchiesta aperta dopo che il deputato del Pd Michele Anzaldi aveva presentato un esposto. Secondo i magistrati non solo non esiste alcun danno erariale, perché il costo medio delle puntate “è inferiore del 50% rispetto al costo medio dei programmi di intrattenimento Rai”, ma, soprattutto, i ricavi (e lo share) sono in linea con le aspettative (e superiore rispetto agli altri programmi di intrattenimento).

La polemica sul compenso di Fabio Fazio per le puntate di “Che tempo che fa” era esplosa nel 2017 quando prima il Movimento 5 Stelle poi la Lega gridarono allo scandalo per il cachet da 2,8 milioni di euro l’anno che la tv pubblica aveva stabilito per il conduttore (la cifra fu poi abbassata a 2,2 milioni di euro dopo le polemiche). A quelle di leghisti e grillini si unirono poi anche le proteste di alcuni esponenti Pd, tra cui appunto Anzaldi che passò dalla parole ai fatti presentando l’esposto alla Corte dei Conti.

In quelle settimane, come purtroppo è tradizione nel nostro paese, abbiamo assistito ad una vera e propria gara a chi la sparava più grossa. “E poi chiedono il canone a disoccupati e pensionati, è una vergogna” affermava Matteo Salvini, il leader di quel partito che non ci risulta si sia fatto scrupoli né si sia particolarmente preoccupato di disoccupati e pensionati quando ha intascato 49 milioni di euro di soldi pubblici non dovuti (oltre 20 volte in più rispetto a Fazio). “Il contratto di Fazio è uno schiaffo agli italiani che fanno sacrifici e alla povertà” aggiungeva Anzaldi.

Come spesso accade in queste situazioni, però, non poteva mancare l’intervento del Codacons, l’associazione a tutela dei consumatori che negli ultimi anni vanta una serie incredibile di “figuracce” (clamorosa quella sui vaccini) che, dopo aver chiesto alla Rai di far firmare all’artista “un pat­to di non con­cor­ren­za quin­quen­na­le (con il qua­le si im­pe­gna a non la­vo­ra­re su al­tre reti te­le­vi­si­vi per al­me­no 5 anni alla sca­den­za del con­trat­to con la rete di Sta­to) per im­pe­di­re che pos­sa sfrut­ta­re la tv di Sta­to per ot­te­ne­re no­to­rie­tà” (ridicolo solo pensarlo, Fabio Fabio non è un dipendente Rai ma un professionista che, ovviamente, può firmare e legarsi a chi vuole e che ha tutto il diritto di ottenere dalla sua attività il massimo profitto), aveva presentato alla Procura di Roma la richiesta di sequestro del contratto.

E’ pro­prio vero che al­l’i­gno­ran­za (nel sen­so di man­can­za di co­no­scen­za) non c’è li­mi­te, sia­mo ol­tre ogni li­mi­te del pa­ra­dos­so, del ri­di­co­lo – scrivevamo allora – Pre­mes­so che chi scri­ve da anni non vede un pro­gram­ma di Fa­zio, è giu­sto ri­por­ta­re la vi­cen­da nel suo vero con­te­sto e nei suoi veri am­bi­ti. E che vede Fa­zio non cer­to come un co­sto per la Rai ma, anzi, come una ri­sor­sa fon­da­men­ta­le e as­so­lu­ta­men­te im­per­di­bi­le per via­le Maz­zi­ni. Che con lui per­de­reb­be non meno di 130 mi­lio­ni di euro al­l’an­no, con tut­te le con­se­guen­ze che ciò po­treb­be com­por­ta­re (an­che in ter­mi­ni di po­sti di la­vo­ro) per la tv di Sta­to”.

Aspetto che, due anni dopo, ora è stato ribadito dalla stessa Corte dei Conti. Che ha sottolineato come il prezzo medio degli spot da 15 secondi che passavano negli spot delle puntate di “Che tempo che fa” variava da 38 a 46 mila euro. Che per 20 minuti di spot complessivi per 64 puntate comporta un ricavo medio intorno ai 3 milioni di euro a serata. In pratica una sola puntata è ampiamente sufficiente per pagare il compenso annuo di Fazio, ottenendo già un introito ulteriore di quasi un milione di euro (tra l’altro tutto su Rai3, la rete meno redditizia dal punto di vista pubblicitario di viale Mazzini).

In altre parole la Corte dei Conti ha ribadito, come da noi anticipato, che rinunciare a Fabio Fazio per la Rai equivarrebbe a rinunciare ad introiti di gran lunga superiori ai 100 milioni di euro all’anno. Un’autentica follia per qualsiasi azienda, ancor più per un’azienda pubblica come è la Rai. In realtà non ci sarebbe stato certo bisogno dell’intervento della Corte dei Conti per capirlo, sarebbe bastato informarsi correttamente per farlo. Ma ormai la maggior parte degli esponenti politici italiani preferiscono di gran lunga fare demagogia spicciola piuttosto che affrontare seriamente determinate questioni.

Dopo un linciaggio durato anni questo è l’ovvio finale – ha commentato su twitter Fabio Fazio – nel frattempo Che tempo che fa è su Raidue, il mio contratto è stato rivisto e il danno di immagine è ormai subito”. Pensare che qualcuno abbia la decenza di chiedergli scusa, dopo la decisione della Corte dei Conti, per quello che è diventato il nostro paese è una semplice utopia. C’è almeno da sperare che questo sia davvero l’atto finale di un’inutile sceneggiata…

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