“Sulla mia pelle”: un pugno nello stomaco per non chiudere più gli occhi


Quello sulla drammatica vicenda di Stefano Cucchi è un film dal contenuto devastante, uno sconvolgente atto di accusa nel quale si evidenzia  l’indifferente e colpevole silenzio di chi, pur avendo compreso, ha preferito voltare lo sguardo dall’altra parte

Avevano ragione quelli che (i rappresentanti di alcuni sindacati di polizia e carabinieri, il parlamentare leghista Tonelli), dopo la presentazione al festival di Venezia, avevano chiesto che il film “Sulla mia pelle”, che racconta la tragica vicenda del povero Stefano Cucchi, non venisse proiettato. Perché quello splendidamente diretto da Alessio Cremonini è un film dal contenuto devastante, un violentissimo “cazzotto” nello stomaco che ti lascia senza fiato e senza speranza.

Con l’aggravante, non di poco conto, che non ci si può neppure aggrappare alla consolatoria considerazione che si tratta solo di un film, di una storia costruita o in qualche romanzata per renderla più appassionante. E’ la cruda e sconcertante realtà di una vicenda che rappresenta una macchia indelebile per il nostro paese, ricostruita il più possibile fedelmente agli avvenimenti sulla base di oltre 10 mila pagine di verbali, delle testimonianze e dei racconti di chi in qualche modo ha avuto un ruolo in quei drammatici 7 giorni.

Devastante perché, come spesso accade, il semplice e fedele racconto di ciò che è avvenuto, senza il bisogno di ulteriori sottolineature e commenti, di fatto si trasforma in uno sconvolgente atto di accusa di un sistema semplicemente inaccettabile per uno stato civile, che coinvolge apparati e istituzioni del nostro stato.

Una fotografia impietosa che innanzitutto evidenzia l’indifferente e colpevole silenzio di chi (tanti, troppi) di fronte allo svolgersi della tragedia, pur avendo ampiamente compreso ciò che era accaduto, se ne è disinteressato, ha voltato lo sguardo dall’altra parte, di fatto accompagnando il povero Cucchi verso il suo drammatico destino. Sembra di essere nell’Argentina della dittatura militare o nel Cile degli anni ’70, chiunque visita o solo ha a che fare con Cucchi dimostra di sapere perfettamente cosa gli è accaduto.

Quand’è che smetterete con ‘ste scale?” esclama una guardia carceraria mentre lo aiuta a salire sulla camionetta che lo accompagna in carcere (“quando le scale smetteranno de menacce” risponde amaramente Cucchi), “non possono essere state le scale a provocare quei lividi agli occhi” afferma il primo medico che lo visita.

Tutti sanno cosa è accaduto, peggio ancora, in molti dimostrano chiaramente di non essere neppure stupiti, di avere la consapevolezza che è qualcosa che accade spesso. Eppure nessuno ritiene opportuno fare nulla. Se possibile c’è qualcosa di ancora più sconcertante e drammatico, oltre alla stessa triste fine di Stefano Cucchi, che emerge da quel racconto, c’è la sconvolgente testimonianza che in quegli stessi ambienti si ha la consapevolezza che certe cose accadono con una certa frequenza, anche se poi (fortunatamente) non sempre si concludono drammaticamente come per il povero Cucchi.

Così si criminalizza e si oltraggia chi veste una divisa” ha commentato con durezza il presidente nazionale di Fsp Polizia di Stato Franco Maccari. Che, lui come tanti altri rappresentanti dei sindacati delle forze dell’ordine, purtroppo non si rende conto che ad oltraggiare e screditare chi veste le divise è questo sistema di omertà, l’ostinarsi a fingere che certe cose non accadano, l’incapacità di sollevarsi e di mettere al bando, invece di creargli intorno una sorta di alone di protezione, chi infanga la divisa che indossa commettendo certi crimini.

C’è un passaggio del film che dovrebbe colpire al cuore i vertici delle forze dell’ordine, che dovrebbe indurli a riflettere profondamente. E’ quello nel quale il padre di Cucchi, dopo aver detto alla moglie (di ritorno dal tribunale dove ha visto Stefano per la prima volta dopo l’arresto della sera precedente) che probabilmente il figlio è stato picchiato da un detenuto, si giustifica con la donna (che gli chiede perché ha detto quella bugia) sostenendo che aveva subito capito cosa era accaduto, anche perché conscio del fatto che Stefano aveva trascorso la notte in caserma, non in carcere.

Cosa avrei dovuto fare – afferma Max Tortora che nel film interpreta il padre di Stefano – avrei dovuto accusare quelli che lo hanno ancora in mano? Non potevo esporlo ad un simile rischio”. Un’affermazione terrificante, come si è arrivati al punto che un onesto e tranquillo cittadino possa avere simili timori per il figlio che non è in mano ad una banda di feroci criminali ma è custodito in una struttura dello Stato perché accusato di spaccio?

Non meno terrificante e umiliante per le istituzioni dello Stato la scena dell’udienza al tribunale di Roma per la convalida dell’arresto. C’è un ragazzo con il volto tumefatto, dolorante alla schiena, che non riesce neppure a parlare (e lo dice pure che non ce la fa).

Eppure il pm e il giudice che deve decidere se mandarlo in carcere o meno non si degnano neppure di guardarlo, non si preoccupano minimamente di capire quali siano le sue condizioni e perché sia ridotto in quello stato (o forse lo immaginano e preferiscono non approfondire). Agghiacciante, ancora più perché alla fine del film si sente anche l’audio originale dell’udienza in tribunale a dare concretezza a quanto di peggio si possa pensare di fronte a quelle immagini.

L’altro aspetto che risalta con insopportabile veemenza nel film è la disumanità con la quale vengono trattati non solo Stefano Cucchi ma anche i suoi familiari. Che non sarebbe giustificata, in quei termini, neppure se stessimo parlando di un pericoloso criminale, di un boss della mafia o di un sanguinario terrorista.

Una disumanità da parte di funzionari dello stato e rappresentanti delle forze dell’ordine che non ha limiti, neppure di fronte alla tragica fine del ragazzo, e che si trasforma in insopportabile tracotanza nei confronti di due poveri genitori che, venuti quasi casualmente a conoscenza delle condizioni del figlio, vorrebbero solamente vederlo. Eravamo a conoscenza del vergognoso e disumano modo con il quale è stato comunicato alla mamma di Stefano il decesso del figlio. Ma vederlo, sia pure nella trasposizione cinematografica, è qualcosa di insopportabile.

Non c’è rispetto, non c’è neppure un minimo senso di pietà, sembra quasi che ci sia il gusto di accanirsi con sadismo. Di fronte a quelle immagini, a quelle sequenze, quel sentimento di incontenibile rabbia e profonda commozione che accompagnano tutta la visione del film, diventano emozioni difficili da contenere. Alla fine del film resta una profonda sensazione di rabbiosa rassegnazione, di insopportabile impotenza, di smisurata vergogna.

Perché è impossibile non vergognarsi di una comunità che permette e accetta tutto ciò, che non sente l’impulso di combattere ferocemente e di mobilitarsi perché simili vicende non accadano più. Sappiamo perfettamente che le eventuali responsabilità penali di chi ha ridotto Stefano Cucchi in quello stato saranno ora stabilite dal processo (nei confronti di alcuni carabinieri) in corso.

Ma quello penale è solo un aspetto, certamente fondamentale, di questa vicenda. Ci sono le responsabilità di chi ha finto di non vedere, di chi dopo aver visto ha preferito far finta di nulla, di chi non ha avuto il coraggio di vedere ciò che era così evidente, ancora più di chi si è accanito sul povero Cucchi e sui suoi familiari. In un paese con un briciolo di coscienza civica un film del genere dovrebbe inevitabilmente aprire un serio e profondo dibattito, delle opportune e irrimandabili riflessioni.

Ma, non è certo una novità, il nostro tutto è fuorchè un paese civile, con un minimo di coscienza civile. Per questo forse alla fine sarebbe davvero meglio non proiettarlo sulla base del sempre valido “occhio non vede, cuore non duole”. Almeno potremmo continuare a vivere spensierati, illudendoci che certe cose non esistono. Sperando, ovviamente, di non doverci mai avere a che fare…

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