Ospedale unico, provincia divisa e paralizzata dal campanilismo


Le perenne “guerra” di campanile tra Ascoli e San Benedetto e i limiti e la miopia di politici e  amministratori non hanno permesso di presentarsi forte e unito di fronte alla Regione e con una proposta concreta che tenesse conto delle esigenze di tutto il territorio

Se è vero che l’unione fa la forza, è facile comprendere perchè il Piceno sia da sempre così debole e, di conseguenza, finisca puntualmente per essere penalizzato. Non è certo una novità che il nostro territorio non abbia mai brillato per unità, da sempre è diviso e si divide su tutto, anche quando sarebbe fondamentale presentarsi compatto per difendere e sostenere vitali interessi comuni.

In quasi tutte le circostanze non si guarda mai all’interesse generale, alla crescita del territorio nel suo complesso ma continua a prevalere il campanile, si portano avanti piccoli interesse di parte, si pensa al proprio ristretto “orticello. Era così quando ancora la provincia di Ascoli comprendeva tutto il territorio fermano, è ancora così ora che un ambito provinciale così sensibilmente ridotto dovrebbe maggiormente spingere ad un’unione di intenti.

I limiti e la miopia di politici e amministratori del territorio

E non si tratta solamente della “stupida” perenne guerra di campanile tra Ascoli e San Benedetto, ci sono soprattutto gli evidenti limiti e la sconfortante miopia dei nostri politici e dei nostri amministratori. Lo abbiamo verificato e ne abbiamo pagato le conseguenze tantissime volte.

Ma ora è emerso con sconfortante ed imbarazzante evidenza nella vicenda dell’ospedale unico del Piceno. Nella quale, per altro, non c’è spazio per alcuna seria discussione sui contenuti (che per altro ancora sono piuttosto nebulosi), per un serio confronto sul merito. Solo demagogia e propaganda, politici e amministratori dei due schieramenti (che, in realtà, come vedremo sono ulteriormente divisi al loro interno) si sfidano esclusivamente a suon di slogan e proclami, tra improvvise “giravolte” (alcuni politici e amministratori locali negli anni hanno cambiato opinione e schieramento più volte…), evidenti bugie, numeri e dati sparati a caso, solo per provare a dare una parvenza di serietà e credibilità a posizioni che hanno come unico fondamento il possibile ritorno in termini elettorali.

C’è poco da stupirsi, ormai nel nostro paese sembra quasi vietato discutere nel merito, si va avanti solo ed esclusivamente a slogan. Stupisce, invece, che praticamente nessuno abbia sottolineato quello che, a nostro avviso, l’aspetto più rilevante, probabilmente decisivo, di questa vicenda: la divisione del territorio. Che doveva essere in grado di presentarsi unito e con una proposta unitaria di fronte alla Regione e, invece, è andato a pezzi, in un imbarazzante e sconfortante “tutti contro tutti” nel quale ancora una volta nessuno ha pensato e pensa all’interesse generale.

E non bisogna essere dei fini analisti per comprendere quanto questa frammentazione sia dannosa per la nostra provincia e quanto i nostri politici e i nostri amministratori siano colpevoli. Ancor più in questo caso perché c’era tutto il tempo, oltre alla necessità, per trovare quell’unità e quella posizione unitaria che avrebbe inequivocabilmente messo la Regione “spalle al muro”.

Tra liti e veti incrociati persi 10 anni

Hanno avuto almeno una decina di anni i nostri politici e i nostri amministratori per confrontarsi sull’opportunità o meno (ed eventualmente sul luogo) dell’ospedale unico del Piceno o, in alternativa, per elaborare una seria e dettagliata proposta concreta, da sottoporre all’attenzione della Regione, che tenesse conto e sintetizzasse le esigenze di tutto il territorio, che ponesse l’amministrazione regionale nella condizione di non poter fare altro che prendere atto della volontà unitaria del territorio piceno.

C’era tutto il tempo per farlo, almeno 10 anni, senza considerare che in realtà già nei primi anni del 2000 si parlava di ospedale unico. Ma, senza andare troppo indietro, era la primavera 2009 quando la Regione guidata dal presidente Spacca diede il via al progetto dell’unificazione degli ospedali di Ascoli e San Benedetto e di quelli di Pesaro e Fano (con la contestuale istituzione delle azienda ospedaliere “Marche sud” e “Marche nord”), con tanto di tappe amministrative e tecniche ben definite e predeterminate.

Progetto che, nel maggio 2009, fu presentato e spiegato, nel corso di un affollatissimo incontro a Villa Picena, agli operatori sanitari dei due ospedali (che già allora non avevano dubbi sul fatto che al territorio piceno un “ospedale delle eccellenze” servisse come il pane).

Il problema è che già allora la visione miope da paesotto di provincia dei nostri amministratori non aspettò neppure un minuto per contrastare quell’iniziativa e per dare il via ad una penosa lotta intestina. Il progetto regionale prevedeva, per entrambi i territori (l’Ascolano e il Pesarese) che si partisse con una redistribuzione unitaria delle specialistiche tra i due ospedali presenti già nei rispettivi territori.

Il punto di arrivo doveva essere la realizzazione dell’ospedale unico (cioè di una nuova struttura) ma, in alternativa si prospettava anche l’ipotesi di ripiego (in realtà poco gradita agli operatori sanitari) di una sorta di ospedale unico del territorio. All’epoca ad Ascoli si era nel pieno della campagna elettorale per le elezioni comunali ed i due principali candidati sindaci, Castelli per il centrodestra e Canzian per il centrosinistra, terrorizzati di perdere qualche voto, si affrettarono ad annunciare le “barricate” contro l’ospedale unico, immediatamente spalleggiati dall’allora sindaco di San Benedetto Gaspari (centrosinistra).

L’esempio di Pesaro e Fano, l’occasione persa da Ascoli e San Benedetto

Il campanilismo non poteva essere messo da parte per una visione più ampia e più di qualità, bisognava assolutamente difendere i propri limitati orticelli. La conseguenza di questa insensata e inaccettabile miopia è che nei mesi successivi, mentre nel Pesarese si procedeva spediti e senza intoppi nelle tappe per la realizzazione dell’azienda ospedaliera “Marche nord”, nell’Ascolano tra Ascoli e San Benedetto praticamente si litigava su tutto, su ogni passaggio e su ogni possibile divisione.

Così il successivo 22 settembre, visto che Pesaro e Fano avevano rispettato l’iter previsto, con legge regionale n. 21 venne istituita l’azienda ospedaliera “Ospedali Riuniti Marche Nord”. Non venne, invece, istituita l’azienda ospedaliera “Marche sud” perché nella nostra provincia l’iter praticamente non era andato per nulla avanti, tra liti, ripicche, scontri e vergognose guerre di campanile che di fatto hanno privato il territorio di quella che era un’opportunità unica, assolutamente da non perdere.

Guerre di campanile che, in campo sanitario (ma non solo), sono proseguite anche negli anni successivi, alimentate anche dal fatto che Ascoli era guidata da un’amministrazione di centrodestra (Castelli) e San Benedetto da una di centrosinistra (Gaspari).

Ingenuamente qualcuno si è illuso che qualcosa potesse cambiare quando a San Benedetto è stato eletto un sindaco di centrodestra, Piunti. Ironia della sorte le cose sono invece peggiorate perché addirittura l’organo istituzionale deputato a discutere di sanità (la Conferenza dei sindaci), rimasto senza presidente dopo le dimissioni obbligate di Gaspari, per molto tempo non si è neppure riunito per eleggere il suo predecessore.

Neppure con i sindaci dei due principali comuni della provincia dello stesso schieramento si è riusciti a partorire una posizione comune, un progetto unitario per il futuro della sanità picena. Castelli ha più volte cambiato la propria posizione, prima contrario, poi favorevole, poi ancora contrario, tra qualche tempo chissà. Piunti ha sempre avuto un atteggiamento ambiguo, tra chiusure e aperture, preoccupato di non indispettire troppo il proprio alleato di schieramento ma, al tempo stesso, strizzando un occhio alla posizione preminente a San Benedetto che vorrebbe in Riviera l’ospedale di primo livello (vedremo poi che significa).

L’esempio lampante di questa surreale situazione si è avuto nel Consiglio comunale aperto che si è svolto un anno fa nel capoluogo piceno. Si doveva parlare della situazione della sanità nel Piceno, per la maggior parte del tempo si è assistito alla solita indecorosa lite tra Ascoli e San Benedetto, tanto che ad un certo punto il presidente della commissione congiunta sulle disabilità, Roberto Zazzetti, è sbottato: “sono arcistufo di questa guerra tra Ascoli e San Benedetto”.

Obiettivi diversi per Ascoli e San Benedetto dietro al no all’ospedale unico

Prima di riciclarsi come improbabili paladini del territorio, quei politici e quegli amministratori dovrebbero quanto meno avere la decenza di fare una serie autocritica. Perché sono loro, ovviamente insieme ai vertici regionali (che quanto meno potevano sforzarsi a presentare un progetto serio, concreto e dettagliato su cui poi aprire una serie riflessione), i principali responsabili di questa situazione.

Che ora vede da una parte una proposta teoricamente positiva per il territorio (perché un ospedale delle eccellenze sarebbe manna per la nostra provincia), ma terribilmente nebulosa e indefinita, e dall’altra un territorio che è andato in frantumi, tra diverse sfumature e distinzioni anche tra i due grandi schieramenti (favorevoli e contrari).  C’è chi è favorevole all’ospedale unico e anche al luogo scelto per la sua realizzazione (i comuni della vallata). C’è chi è favorevole ma vorrebbe che la struttura venisse realizzata altrove (più vicino alla montagna per alcuni, più vicino al mare per altri).

C’è chi è contrario e vorrebbe che sostanzialmente tutti resti com’è, semplicemente con maggiori investimenti sui due ospedali che ci sono. C’è chi è contrario ma, sulla base di quanto prevede il decreto Balduzzi (di cui inspiegabilmente si continua a non tenerne conto nel dibattito in corso), vorrebbe nella propria zona l’ospedale di primo livello. Ed è molto interessante soffermarsi su quest’ultimo aspetto perché, pur se all’apparenza uniti nel no all’ospedale unico, Ascoli e San Benedetto si dividono proprio su questo fondamentale punto.

Sullo sfondo lo “spettro” del decreto Balduzzi

Con il sindaco sambenedettese Piunti prudente (per non indispettire troppo Castelli), la posizione dei comuni rivieraschi è stata espressa con chiarezza da alcuni consiglieri comunali sambenedettesi (su tutti De Vecchis) e dai sindaci di Cupramarittima e Massignano.

Proponiamo una soluzione molto chiara – si legge in una nota congiunta – l’ospedale di  primo livello, tenendo conto dei criteri del decreto Balduzzi, va costruito dove c’è il maggior numero di utenti, ovvero nell’area costiera. Per le aree interne, meno popolose e con problemi di viabilità anche a seguito dei recenti terremoti, proponiamo il mantenimento dell’ospedale Mazzoni che ha tutte le caratteristiche per poter adempiere alla funzione di un ospedale di base”.

Per capire meglio, scontato che (si comprende facilmente) l’ospedale di primo livello sarebbe quello principale della provincia, secondo la definizione del decreto Balduzzi gli ospedali di base  “sono strutture di pronto soccorso con la presenza di un numero limitato di specialità ad ampia diffusione territoriale: medicina interna, chirurgia generale, ortopedia, anestesia e servizi di supporto in rete di guardia attiva o in regime di pronta disponibilità H24 di radiologia, laboratorio, emoteca. Devono essere dotati, inoltre, di letti di osservazione breve intensiva”.

Un brusco ed evidente ridimensionamento per l’ospedale ascolano (non molto differente da ciò che accadrebbe se si realizzasse davvero l’ospedale unico) dove, per riprendere uno degli argomenti caldi di queste settimane, non nascerebbero più bambini (bisognerebbe andare a San Benedetto per partorire).

E’ bene saperlo e tenerne conto. Perché, se mai la battaglia contro l’ospedale unico dovesse avere successo, poi inevitbilmente si aprirebbe un cruentissimo derby per stabilire dove dovrà essere l’ospedale di primo livello e dove quello di base. E allora il livello dello scontro sarebbe inevitabilmente destinato ad alzarsi…

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