I numeri smentiscono il ministro Salvini: nessuna emergenza sicurezza stranieri


Secondo i dati forniti dall’associazione Antigone, nonostante in Italia negli ultimi 10 anni è praticamente raddoppiata la presenza di stranieri, è sensibilmente diminuito il numero di detenuti stranieri. E meno del 15% della popolazione carceraria è costituita da migranti

Non c’è un’emergenza stranieri e non c’è un’emergenza sicurezza connessa agli stranieri. Ogni interpretazione diversa e ogni allarme sono semplicemente una 

mistificazione”. Non ha alcun dubbio in proposito l’associazione Antigone che da anni si occupa della situazione dei detenuti e delle carceri italiane e che proprio nei giorni scorsi ha pubblicato un aggiornamento sulle condizioni di detenzione nella prima metà del 2018.

D’altra parte, però, i numeri sono chiari e non lasciano spazio ad interpretazioni. Nonostante negli ultimi 10 anni sia praticamente raddoppiata la presenza di stranieri in Italia (da circa 3 milioni a quasi 6 milioni) sono sensibilmente diminuiti (quasi del 10%) e continuano a diminuire il numero di detenuti stranieri.

Cade così l’altro grande pilastro (il primo, quello sulla presunta invasione, è stato inesorabilmente smontato dai dati ufficiali del suo stesso ministero che hanno evidenziato inequivocabilmente che dallo scorso anno è in costante e consistente diminuzione l’arrivo di migranti) su cui si fonda l’artificiosa campagna costruita da Matteo Salvini. Che, pure, non più tardi di un paio di giorni fa ha sottolineato come “i reati dei migranti sono l’unico vero allarme”, ribadendo come il continuo aumento del numero di reati commesso da migranti sia in realtà la vera emergenza del paese. Aumento che, però, esiste solo nella costruzione propagandistica del leader del Carroccio. Perché i dati dimostrano esattamente il contrario.

Dal 2008 ad oggi, a fronte del raddoppio della presenza di stranieri in Italia, si è verificata una consistente diminuzione, visto che quelli detenuti sono calati da 21.562 a 19.868. Secondo la propaganda del ministro degli interni, con il raddoppio della popolazione straniera i detenuti sarebbero dovuti se non raddoppiare almeno aumentare notevolmente. Invece è accaduto il contrario. Tra l’altro va spazzato via anche un altro equivoco su cui gioca la ricostruzione propagandistica del leader leghista, in collaborazione con alcuni organi di informazione che spalleggiano questa campagna.

C’è un’ovvia differenza tra stranieri e migranti, non dovrebbe esserci neppure il bisogno di spiegarlo che nella voce “detenuti stranieri” sono compresi anche altri cittadini europei e cittadini provenienti da altri paesi che nulla hanno a che fare con il fenomeno della migrazione e degli sbarchi. Secondo i dati forniti da Antigone degli oltre 21 mila stranieri detenuti nelle carceri italiane, oltre 8 mila sono cittadini europei. E degli oltre 13 mila di non europei, più di un terzo provengono da paesi che nulla hanno a che fare con il fenomeno della migrazione.

In altre parole i migranti detenuti rappresentano poco meno del 15% della popolazione carceraria. I dati reali e non “taroccati” o interpretati, quindi, fotografano una situazione che è completamente differente da quella raccontata per meri scopi di propaganda negli ultimi mesi. Guardando nel complesso ai dati forniti da Antigone, emerge innanzitutto come la popolazione carceraria in Italia continui a crescere in maniera preoccupante, ci si avvicina alla soglia di 60 mila detenuti (per la precisione 58.759 persone detenute nelle carceri italiane), 672 in più rispetto all’inizio dell’anno.

Il dato che più impressiona è quello che evidenzia come complessivamente ci siano oltre 8 mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare delle carceri italiani. Un clamoroso e preoccupante sovraffollamento a cui, secondo Antigone, “non si risponde con nuove costruzioni, ma diversificando il sistema sanzionatorio e non puntando solo sul carcere quale unica pena“. L’altro dato particolarmente significativo riguarda quello ai detenuti in custodia cautelare, ben il 33,4% dell’attuale popolazione carceraria.

Questo significa che quasi 20 mila sono i detenuti che ancora non hanno ricevuto una condanna definitiva e, addirittura, la metà di loro (poco meno di 10 mila) non ha avuto neppure un primo provvedimento di condanna. La fotografia più imbarazzante ed eloquente non solo dell’insopportabile e inaccettabile lentezza della giustizia italiana ma anche e soprattutto del suo pessimo funzionamento. Per quanto riguarda il tipo di reati per i quali si è in carcere a scontare la pena il 98,75% di detenuti per reati connessi alla criminalità organizzata è italiano, così come il 94,4% degli ergastolani (complessivamente 1.726).

Di contro quasi la metà dei detenuti a cui è stata inflitta una pena inferiore ad un anno (e dunque per reati di scarsa gravità). Inoltre, gli stranieri costituiscono il 37,3% dei detenuti per violazione della legge sulle droghe, i quali sono complessivamente 20.525. Come se non bastasse il sovraffollamento, a rendere complessa e precaria la vita nei penitenziari italiani sono anche le tante carenze presenti e non consone ad un’adeguata condizione di vita del detenuto.

Nel 33 % delle carceri, si legge nel rapporto, non funziona a norma il riscaldamento d’inverno e nel 26,7% dei casi non vi è acqua calda in alcune celle. Nel 63,3% delle carceri ci sono celle senza doccia, al contrario di quanto prevede la legge e nel 53,3% vi sono celle in cui le finestre presentano schermature che riducono l’ingresso di aria luce naturale. Nell’75,9% dei casi, inoltre, mancano luoghi di culto per i detenuti non cattolici, mentre “la radicalizzazione – osserva Antigone – si combatte riconoscendo i diritti religiosi“.

In un simile contesto non stupisce certo che anche in tema di comunicazioni con l’esterno la situazione sia più che precaria. Nel 90% delle carceri visitate non è possibile effettuare colloqui via Skype con i familiari mentre un “limitato accesso ad Internet” è ammesso solo nel 6,7% degli istituti di pena. Per quanto riguarda il lavoro dei detenuti, la media di coloro che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione è pari al 33,4%. Un dato che però include anche quelli che lavorano per poche ore alla settimana o al mese.

La percentuale dei reclusi che lavorano per ditte private o soggetti esterni è pari al 3% e ci sono regioni, come la Sicilia, “dove tutto è fermo”, emerge dal dossier. Situazione preoccupante, secondo Antigone, anche per quanto riguarda i corsi di formazione professionale, con meno del 5% dei detenuti coinvolti. Si attesta, invece, al 20% la percentuale dei detenuti che frequentano attività educative e scolastiche si attesta al 20%.  Sono inoltre 17.205 i permessi premio concessi nel primo semestre del 2018: in media poco più di un permesso ogni tre detenuti.

Per troppi la pena si sconta tutta in carcere – afferma Antigone – e rapporti con l’esterno sono del tutto esigui. Tutto ciò contribuisce a innalzare i tassi di recidiva“. Un istituto sul quale, secondo Antigone si deve investire è quello della messa alla prova, mutuata dalla giustizia minorile e dal 2014 possibile anche per i maggiorenni: è stata prevista per i reati puniti con pena non superiore a quattro anni; il giudice predispone un programma che contempla lavori di pubblica utilità, attività di volontariato e di mediazione penale con la vittima del reato.

Negli ultimi quindici mesi il ricorso alla messa alla prova è aumentato notevolmente, passando da 9.598 a 13.785 imputati messi alla prova. Antigone segnala una serie di esperienze, attive dal 2017, per lavori di pubblica utilità ai fini della messa alla prova con Legambiente e l’Ente Nazionale Protezione Animali, l’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti, la Lega Italiana Lotta ai Tumori e con il Fondo Ambiente Italiano.

Così – commenta Antigone – si creano occasioni virtuose di impegno sociale e lavorativo“. Ma dalla lettura di questi dati appare evidente che è sempre più difficile accostare il termine “virtuoso” al nostro derelitto sistema carcerario…

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