Giustizia “disumana”: si riapre il caso Aldo Bianzino


Il 44enne falegname umbro, arrestato con la compagna per detenzione di alcune piantine di canapa, morì due giorni dopo in carcere in circostanze misteriose. Ora il figlio Rudra chiede la riapertura delle indagini sulla base di analisi che smentiscono la morte naturale

E se ad ucciderti fosse proprio chi dovrebbe difenderti, a chi ti rivolgeresti?”. La domanda, al centro dell’incontro dibattito organizzato a Roma per annunciare la riapertura della battaglia per fare luce sulla morte di Aldo Bianzino, è di quelle che dovrebbero far riflettere e che suscitano una certa inquietudine.

Purtroppo è qualcosa che nel nostro paese capita ed è capitata già diverse volte, inevitabile pensare in proposito alla vicenda Cucchi, alle difficoltà e agli ostacoli di ogni genere che chi lotta per avere verità e giustizia deve quotidianamente affrontare.

Chi si fa carnefice attraverso una divisa può contare su un sistema di garanzia di impunità. Noi ci interroghiamo sul perché tutto questo venga permesso. Abbiamo voglia di capire insieme agli altri come questo meccanismo possa essere non solo monitorato ma definitivamente scardinato. Siamo stanchi di questa macabra conta” spiegavano gli organizzatori dell’incontro nel corso del quale Rudra Bianzino ha spiegato le importanti novità emerse da analisi e rivelazioni medico-legali che sono alla base della prossima richiesta di riapertura del caso della morte del padre, morto in circostanze misteriose in carcere nell’ottobre 2007.

Un trattamento degno di un pericoloso criminale

Quella di Aldo Bianzino è una vicenda drammatica, di quelle che lasciano senza parole non solamente per i dubbi, i sospetti e gli interrogativi che genera. Ma anche e soprattutto per la generale e imbarazzante disumanità che permea ogni istante, ogni momento di quei giorni “nefasti”. Aldo era un falegname di 44 anni che viveva appartato in un casolare sulle colline umbre (a Pietralunga) insieme alla compagna Roberta Radici, al figlio Rudra (che aveva 14 anni al momento del “fattaccio”) e alla madre della compagna (90enne).

Lo conoscevano tutti come una persona tranquilla, che viveva del suo lavoro da falegname e coltivava il suo orto, nel quale c’erano anche una decina di piantine di canapa. La notte del 12 ottobre 2007 5 poliziotti, con un mandato di perquisizione firmato dal pm Petrazzini, bussano alla sua porta. Ovviamente trovano quelle piantine e, nonostante Aldo dichiari subito l’estraneità della compagna e affermi che si tratta di una coltivazione ad uso personale, entrambi vengono portati al commissariato di Città di Castello. Il figlio Rudra di 14 anni e la mamma di Roberta 90enne vengono lasciati da soli e lontano da tutti per 2 giorni.

Intanto nella notte Aldo e Roberta vengono portati alla questura di Perugia e poi nella casa circondariale Capanne, lei nel braccio femminile, lui in isolamento come se fosse un pericoloso criminale. La visita medica di rito attesta le buone condizioni di entrambi. Il giorno successivo Aldo incontra l’avvocato d’ufficio che, poi, testimonierà di averlo trovato in buone condizioni. Contemporaneamente, però, inizia la catena di misteri e di eventi mai spiegati. Bianzino improvvisamente viene portato nell’ufficio di comando di polizia penitenziaria, senza che mai nessuno ne spiegherà le ragioni.

Nel pomeriggio, secondo le testimonianze di un detenuto, viene fatto uscire dalla cella per altre due volte. Dagli atti risulta che in una delle due circostanze viene portato in infermeria ma nella sua cartella clinica viene riportata una generica definizione “visita” senza alcun dettaglio, mentre resta un mistero la ragione della seconda uscita. La mattina del 14 ottobre, poi, intorno alle 7 un detenuto intento a fare le pulizie lo vede nudo ed esamine sul suo letto, con la finestra spalancata nella cella nonostante sia molto freddo.

Passerà più di un’ora, nonostante le sue condizioni siano evidentemente critiche, prima che gli agenti lo portino in infermeria che, per altro, è chiusa. Aldo viene adagiato per terra e in quella posizione due medici effettueranno inutilmente un massaggio cardiopolmonare.

L’umanità perduta

Una tragedia con troppi dubbi a cui si aggiunge la vergogna della disumanità con la quale la drammatica notizia viene comunicata alla compagna di Bianzino, ancora in cella. Quando già Aldo è deceduto, Roberta viene chiamata per un colloquio con un vice ispettore capo che, appena la vede, le chiede “signora che lei sappia suo marito soffriva di svenimenti? Soffre di cuore? Ha mai avuto problemi al cuore?”.

Frastornata e confusa la donna risponde “mi dica perché mi fa queste domande”, sentendosi rispondere “lo stiamo portando all’ospedale Silvestrini, possiamo ancora salvarlo, mi risponda”. Dopo aver confermato che Aldo non aveva mai avuto problemi, Roberta, sconvolta per aver appreso che il compagno è in pericolo di vita (in realtà purtroppo è già deceduto), viene riaccompagnata in cella. Dopo tre lunghissime ore senza avere alcuna notizia, viene richiamata e incontra di nuovo quel vice ispettore capo che le comunica che può tornare a casa perché scarcerata.

Ma quando posso vedere Aldo?” chiede con comprensibile apprensione. “Martedì dopo l’autopsia” è la raggelante risposta di quel funzionario. In questo modo barbaro e disumano Roberta apprende il decesso di Aldo. Un durissimo colpo dal quale non si riprenderà più, morirà anche lei un anno dopo.

la relazione dell’anatomopatologo: le lesioni al fegato almeno due ore prima del decesso

Ad occuparsi del caso è lo stesso pm che aveva firmato il mandato di perquisizione. Ai familiari di Aldo assicurerà che farà di tutto per fare luce sull’accaduto, anche se poi più volte chiederà l’archiviazione. La prima autopsia riscontra lesioni al fegato, alla milza, al cervello e due costole rotte. Il medico legale di parte afferma senza dubi che le lesioni sono effetto di “colpi dati chiaramente per uccidere, che mirano a distruggere gli organi vitali senza lasciare tracce esterne”. La seconda autopsia, contestatissima dai medici di parte, cambia le carte in tavola e sostiene che Aldo è morto per un aneurisma (e ne consegue che le lesioni sarebbero state provocate dai medici nel tentativo di rianimarlo).

Il procedimento contro ignoti per omicidio volontario è praticamente segnato, nonostante la feroce opposizione dei familiari viene archiviato. Arriva fino ai tre gradi di giudizio, invece, il procedimento contro un agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso. I filmati delle videoregistrazioni interne al carcere evidenziano che non viene prestato alcun soccorso, la notte tra il 13 e il 14 ottobre, ad Aldo che pure, come confermano diversi detenuti, chiedeva insistentemente aiuto. In primo grado l’agente verrà condannato a 18 mesi, poi ridotti a 12 (sentenza poi confermata dalla Cassazione).

La vicenda giudiziaria sarebbe chiusa, ma restano dei pesanti dubbi. Perché Aldo era seminudo e con la finestra aperta (nonostante il freddo)? Perché tutto quel mistero sui suoi movimenti nel pomeriggio prima del decesso? Non solo, nessuno ha mai spiegato per quale ragione non sono stati effettuati i rilievi della polizia scientifica nella sua cella, né perché il tentativo di rianimazione non fu effettuato nella cella stessa. Ancora più misterioso il fatto che una delle magliette di Aldo, secondo quanto riferito da qualcuno sarebbe proprio quella che indossava il pomeriggio 13 ottobre, è stata restituita smacchiata con la candeggina. Domande a cui nessuno ha mai dato risposta e che hanno spinto i familiari, in particolare il figlio Rudra, a non darsi per vinti, a proseguire la battaglia. Che ora potrebbe essere arrivata ad un’importante svolta.

La richiesta di riapertura del procedimento per omicidio volontario a carico di ignoti – spiega Rudra – si basa su nuove e importantissime analisi e rivelazioni medico scientifiche che mettono seriamente in discussione la verità processuale”. In particolare nella relazione dell’anatomopatologo si legge che “le lesioni cellulari e strutturali epatiche hanno tutte le caratteristiche di vitalità e per evoluzione temporale sono sovrapponibili a quelle cerebrali”.

In altre parole secondo quella relazione le lesioni al fegato sono state procurate almeno un paio d’ore prima del decesso, quindi non sono state provocate dalle eventuali manovre rianimatorie. “A 10 anni dall’accaduto – afferma Rudra Bianzino – è arrivato il momento di chiedere con tutta la mia forza che venga fatta veramente verità e giustizia”. Non possiamo che augurarcelo anche se, visto quello che accade sempre in situazioni analoghe, in tutta sincerità ci crediamo poco…

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